In Hamnet – la nuova pellicola della regista premio Oscar Chloé Zhao – non c’è solo William Shakespeare, Agnes e il principe Amleto. Dietro le loro storie, tragiche quanto tragica può essere una morte prematura, c’è il Mito, quello con la M maiuscola. Un Mito in cui l’arte trascende la morte, in un vortice a spirale che ci porta sempre più giù, in quell’oltretomba dove Orfeo cerca la parte di sé più autentica, ancestrale, selvaggia, potente. La sua Euridice è finita negli inferi, in una realtà di inconsapevolezza e immanenza. Come sussurra con una sensibilità senza tempo Rainer Maria Rilke ne I sonetti a Orfeo, la raccolta scritta per la morte prematura della figlia di una cara amica del poeta.
La regista di Nomadland porta sul grande schermo l’adattamento cinematografico del romanzo di Maggie O’Farrell, che ha scritto la sceneggiatura con Zhao. Con tinte caravaggesche, veniamo condotti sul finire del 1500, nella campagna inglese dove risiedeva il grande drammaturgo (Paul Mescal). William si innamora perdutamente di Agnes (Jessie Buckley), che sposerà e dalla quale avrà tre figli. Agnes ha la reputazione di essere una strega: come animale domestico non ha un cane o un gatto, ma un falco. Dorme rannicchiata nei boschi e conosce bene le piante che userà per guarire i suoi figli. Agnes non ha abiurato la sua natura selvaggia.
Ispirandosi alla storia realmente accaduta a Shakespeare, anche se romanzata, il film racconta le origini della tragedia più famosa e catartica della letteratura moderna occidentale: Amleto. E lo fa con una fotografia che passa dal rosso della passione al nero, come per sottolineare che già nella vita c’è la morte. Le due vanno infatti a braccetto. Shakespeare, trasferitosi a Londra, si trova nel cuore dell’epidemia di peste ed è perfettamente consapevole del pericolo. Quando uno dei suoi figli muore, mentre lui è lontano perché dedito alla sua passione per il teatro, l’arte diventa l’unica e potente via per espiare il dolore e interrogarsi sull’essere o in non essere. E sull’immanenza. E sulla trascendenza. E sul senso della vita, oltre le categorie del tempo e dello spazio, dove tutto resta tra quelli che ignorano.
Hamnet è un film sul lutto e sul teatro come strumento di trasformazione di un dolore altrimenti indicibile e insostenibile. Ma è anche una potente riflessione sull’amore. Agnes dovrà rendersi conto che il marito soffre forse più di lei. Dovrà andare oltre il pregiudizio, per comprendere che il controllo è solo un’illusione della ragione che ingabbia ciò che non può nominare e che si volta per guardare ciò che non può essere guardato. Proprio come fa Orfeo nel Mito. Maria Ianniciello
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