Se ami qualcuno dillo: recensione del film
Se ami qualcuno dillo, il film di Marco Bonini, è nelle sale cinematografiche dal 16 ottobre scorso. Basato su una storia vera, è la trasposizione cinematografica del libro dello stesso regista.
La pellicola si avvale di un ottimo cast, da Edoardo Leo nel ruolo del protagonista a Giovanna Mezzogiorno e Claudia Gerini. Come ci suggerisce il titolo, il film è una commovente riflessione sull’amore e sul ruolo della memoria nella costruzione dell’identità maschile, tra stereotipi da abbattere e frasi ripetute di generazione in generazione da infrangere.
La memoria ha un ruolo chiave in questo film. Il protagonista si chiama Sergio e scopriamo nel corso del lungometraggio che aveva forti tratti anaffettivi. Cresciuto con un padre padrone, per il quale piangere e mostrare affetto era vietato, Sergio — dopo essersi separato dalla moglie Alba, dalla quale ha avuto un figlio — nonostante abbia una storia seria con Gabriella, va a letto con altre donne. Ed è proprio durante un amplesso che l’uomo viene colto da un infarto del miocardio che gli cambierà completamente la vita. Sergio perde la memoria e con essa tutte le sue abilità; l’unico ricordo che conserva è l’amore per il calcio.
L’io narrante è il figlio Giulio (Biagio Venditti), che ricostruisce un pezzo per volta il rapporto con il padre che si fa bambino e impara l’unica cosa che non aveva mai imparato a fare: ad amare.
La memoria, definendoci, rischia di schiavizzarci se attraverso i nostri ricordi, piacevoli o spiacevoli, costruiamo il nostro modo di stare nelle relazioni. Lo avevamo visto con La memoria del cuore, una commedia tenera con tratti drammatici, e lo avevamo compreso ancor di più ne Le pagine della nostra vita. Ma nel suo film Bonini fa un passaggio ulteriore: attraverso la riabilitazione di Sergio demolisce il patriarcato con le sue regole e i suoi limiti.
La paternità è sacra solo se assolve al suo ruolo originario. María Zambrano in Verso un sapere dell’anima scrive che il padre rappresenta molto più di un uomo in carne ed ossa. “Il padre ci dà un nome”, come si evince anche nel film, non casualmente.
“Avere un nome significa avere un’origine chiara, appartenere a una stirpe, avere un destino, sentirsi chiamati da voci inconfondibili, sentirsi legati e obbligati”, continua Zambrano. La stirpe non si nega, ma le sue leggi ingiuste possono essere decontestualizzate e superate con la consapevolezza che quel passato è lì, ma non ci manipola più.
E allora cos’è un padre? “La radicale fiducia con la quale guarda alla vita chi ha avuto davvero un padre è lo strato più profondo dell’animo pacifico”, precisa la filosofa spagnola che aggiunge: “L’uomo lasciato senza protezione si riempie di paura e cade in preda al panico”.
Il padre si fa guida e pone dei limiti, soprattutto durante l’adolescenza. E senza manganelli mostra la via amando, perché “la pace non può nascere da un patto tra eguali che tremano al solo vedersi”.
Il film esprime questi concetti tra le righe senza enfasi, alternando i toni della commedia a quelli del dramma in un dialogo molto convincente. Maria Ianniciello, giornalista culturale e insegnante di mindfulness




