Educazione consapevole. Crescere figli gentili nel “far west” sociale

Tra filter bubble e cecità pedagogica, l'educazione consapevole diventa una scelta di dissidenza. Come aiutare i bambini senza isolarli.

Quando sono su Instagram e Facebook ho come la percezione e l’illusione di essere circondata da genitori e professionisti che hanno i miei stessi valori, anche nella cura e nell’educazione dei bambini e delle bambine. In realtà, sto acquisendo sempre più la consapevolezza di essere chiusa in una sorta di bolla, un universo non massivo, dove si parla e si scrive di intelligenza emotiva, di empatia e di educazione consapevole che investe tutte le dimensioni dell’essere, dalla dieta mediatica all’alimentazione sana. A volte alcuni concetti diffusi in questa bolla – che devo ammettere non essere poi così piccola – escono e vengono divulgati, in maniera a volte anche molto frammentaria e imprecisa, in TV.

Il sociologo Eli Pariser parla di Filter Bubble: gli algoritmi dei social polarizzano le idee e ci fanno vedere contenuti che confermano, in un modo o nell’altro, i nostri concetti e preconcetti. In psicologia cognitiva c’è un termine che indica questo meccanismo: bias di conferma. Si tratta di un errore sistematico che la nostra mente non analitica compie, semplificando la realtà affinché possa decodificarla.

I social ci illudono, predisponendoci alla delusione nella vita offline dove, invece, le persone sono molto più varie e suscettibili alle mode e all’omologazione. La realtà è che viviamo in una società profondamente materialistica, in cui l’apparire è più importante dell’essere.

Crescere figli gentili in un contesto estremamente competitivo è una sfida. E non è raro che un bambino educato all’assertività possa subire prevaricazioni da chi, invece, viene cresciuto in una famiglia in cui i beni materiali contano più del rispetto, soprattutto verso chi manifesta la propria unicità e diversità.

La diversità fa paura e la gentilezza ci rende diversi, non omologabili, non malleabili, soprattutto se è accompagnata dal coraggio, la cui etimologia, non a caso, viene da cuore.

L’omologazione, invece, rassicura la parte del nostro cervello più animale, che trae forza dalla logica del branco. Come si evince dagli studi di Gustave Le Bon con la Psicologia delle folle.

Educare alla consapevolezza significa proprio mettere le radici per una società migliore, affinché non si ripetano più atti vandalici come quelli che abbiamo visto negli ultimi giorni. In verità, si può manifestare il proprio pensiero e lottare per i propri diritti in modo pacifico; anzi, è più produttivo, perché la violenza sposta il focus dalle motivazioni al comportamento sbagliato.

La lotta non violenta cambia il mondo.

Alla luce del mio ragionamento, educare alla consapevolezza significa aiutare i più piccoli a riconoscere e verbalizzare in modo assertivo le proprie emozioni, in primis la rabbia.

Un bambino che a sei, sette o otto anni prende in giro un altro bambino perché quest’ultimo è in difficoltà, si sta solo esercitando a un futuro di prevaricazioni.

Tornando alla bolla mediatica nella quale io vivo come giornalista e insegnante di meditazione, mi accorgo che questi concetti purtroppo non solo non sono di dominio pubblico, ma anche quando li espongo al di fuori della mia bolla mediatica non vengono recepiti.

Manca un’alfabetizzazione emotiva tra i genitori e anche tra gran parte del personale docente, perché non è affatto raro che un bambino preso di mira diventi egli stesso il problema, siccome ha sollevato il velo d’omertà – che spesso caratterizza molti contesti di provincia – e ha fatto una personale richiesta d’aiuto.

Un bambino di sei, sette o otto anni non dovrebbe mai imparare a difendersi, perché dovrebbe avere accanto degli adulti consapevoli che sappiano validare le sue emozioni e aiutarlo a costruire una sana autostima.

Ma non basta.

A volte dall’altra parte ci sono genitori inconsapevoli che giustificano sempre, in ogni caso, i propri figli, perché hanno difficoltà a vedere ciò che non può essere visto né tollerato da una mente omologata. E tante volte questo atteggiamento è sostenuto proprio dagli insegnanti. Il cambiamento fa paura. Prendersi le proprie responsabilità è difficile perché richiede un profondo discernimento e una solida autostima.

I dati dimostrano che dove manca l’educazione emotiva, la devianza e la prevaricazione sono gli unici strumenti che i bambini conoscono per affermare il proprio status sociale.

Quando un genitore o un insegnante giustifica la prevaricazione e le offese camuffandole per “dispiacere” o come una normale “dinamica tra bambini”, sta compiendo un atto di cecità pedagogica, perché sta insegnando a quel bambino che il potere si esercita escludendo e deridendo, non aiutando e sostenendo.

Cosa possono fare le famiglie che invece stanno educando i propri figli all’assertività? I bambini, e in generale l’essere umano, hanno un bisogno fisiologico e psicologico primario: frequentare il gruppo dei pari.

E allora come facciamo a evitare l’omologazione senza condannarci all’isolamento sociale? Cercando quella che viene chiamata comunità di affinità, anche fuori dalla scuola. Lo sport, il teatro, la musica, l’associazionismo, persino un corso di inglese ben fatto, possono aiutare i bambini a interagire con altri bambini che hanno gli stessi valori. Questo non vuol dire farli vivere in una bolla come quella dei social di cui ho scritto prima, o sotto una campana di vetro proteggendoli dal mondo. Tutt’altro.

Significa aiutarli a sviluppare le competenze emotive in un contesto che non alimenta lo stress generalizzato e l’ansia da prestazione dovuti alla logica del più forte, ma in un ambiente che non li faccia sentire soli o esclusi sin da piccoli semplicemente perché hanno abitudini e comportamenti diversi. Il far west sociale sarà sempre lì ad attenderli una volta maturate le competenze emotive, di cui sono sprovvisti coloro che tengono in vita proprio le dinamiche del far west.

L’infanzia è una palestra per la vita adulta. Il gioco ha questa funzione, persino i litigi tra bambini se i genitori fanno da guida e non da arbitri maldestri.

Uscire dalla bolla mediatica per me è stato un risveglio necessario. Mi ha ricordato che l’alfabetizzazione emotiva è ancora un miraggio, che un certo tipo di linguaggio, soprattutto scritto in chat, non sempre è comprensibile e che, fino a quando la scuola e le famiglie non andranno nella stessa direzione, l’educazione consapevole sarà sempre interpretata come una scelta di dissidenza quotidiana da cui mantenersi alla larga. Ma non bisogna mai demordere. L’intelligenza emotiva darà ai nostri figli le radici per rimanere saldi nella tempesta e le ali per volare alto nel cielo, senza dover mai rinunciare a se stessi per la paura di essere esclusi. Maria Ianniciello, giornalista culturale e insegnante di mindfulness

Maria Ianniciello
Maria Ianniciello

Giornalista. Divulgatrice culturale. Insegnante Avanzata di Mindfulness AMPT. Dottore Magistrale in Lettere dal 2005 (si è laureata con il massimo dei voti all'Università di Roma Tor Vergata), è giornalista pubblicista da un ventennio. Maria Ianniciello ha collaborato con testate della Campania e ha diretto dal 2010 al 2012, il free press XD Magazine. Nel 2008 ha fondato il portale culturaeculture.it, uno dei primi web-magazine indipendenti della Campania e una delle realtà più longeve In Italia della seconda ondata della blogosfera. Da gennaio 2024 sta proponendo in Campania esperienze culturali con sguardo Mindful nell'ambito del progetto Risveglia la tua essenza: conduce passeggiate, laboratori, percorsi di poesia e Mindfulness e tanto altro. Scrive la newsletter "Risveglia la tua essenza" che partendo dal territorio ha un respiro nazionale.

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