QUANDO IL MATRIMONIO DIVENTA LIQUIDO

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Dal rapporto Istat sui matrimoni in Italia emergono dati interessanti, sia sul fenomeno in sé che sui diversi aspetti che lo contraddistinguono. Innanzitutto, si rileva una costante flessione delle unioni e chi si sposa lo fa sempre dopo i 30 anni, segno della trasformazione dei tempi, di un mondo instabile e precario dove anche la cellula base della società, la famiglia, tende ad assumere sempre più contorni sfumati e transitori. I numeri parlano chiaro: nel 2011 sono stati celebrati 204.830 matrimoni, 12.870 in meno rispetto al 2010. Tale tendenza al calo è in atto dal 1972, ma negli ultimi quattro anni si è particolarmente accentuata.

La minore propensione a sancire con il vincolo matrimoniale l’unione, come rileva l’Istituto di Statistica, è da mettere in relazione con la progressiva diffusione delle unioni di fatto, che sono quasi raddoppiate dal 2007. Ma anche questo fenomeno ha radici più profonde, che possono essere rintracciate in quella che il sociologo Zygmunt Bauman definisce “modernità liquida”, una società in cui sono venute meno le regole forti, le Chiese e i partiti, in cui si sono persi tutti i punti fermi e ciò che resta è una crescente instabilità, che rende le relazioni sociali, amicali e persino amorose facilmente interscambiabili. Alla solidità del passato si è sostituita la liquidità del presente, che permette agli individui di passare agevolmente da un’ideologia all’altra, da una relazione all’altra, senza grosse conseguenze perché legarsi, come spiega Bauman nel suo libro Amore liquido, comporta oneri che le persone non vogliono né pensano di poter sopportare.

Tra gli altri fattori che minacciano o ritardano il matrimonio c’è, com’è facilmente intuibile, l’instabilità economica che non consente ai giovani di costruire una vita a due, indipendente dalla famiglia d’origine, prima che si sia completato il percorso di studi e trovato un lavoro, cosa che avviene sempre più tardi.

Altro dato interessante riguarda la percentuale dei matrimoni con almeno uno (o entrambi) dei coniugi straniero, che sono in lieve ripresa dopo un calo negli ultimi anni. Nel 2011 infatti sono state celebrate quasi 27 mila nozze di questo tipo (pari al 13% del totale dei matrimoni), circa 1.500 in più rispetto al 2010, anche se oltre 10 mila in meno in confronto al picco di massimo del 2008 (15%). I matrimoni misti, tra un partner italiano e uno straniero, sono stati invece 18 mila, il 68% delle nozze con almeno uno dei due straniero.

Gli intermarriage sono una realtà in costante crescita in Italia, nonostante la flessione registratasi negli ultimi anni. Essi hanno conosciuto un notevole incremento in tempi relativamente recenti con l’aumento dei flussi migratori. In una società che si apre sempre più al multiculturalismo le coppie miste sono considerate, dal punto di vista sociologico, l’indicatore privilegiato dell’integrazione tra culture, sul piano personale, familiare e sociale. Allo stesso tempo, esse rappresentano un fertile terreno di incontro-scontro delle diversità, da cui si originano nuovi significati simbolici, linguaggi, modalità di interazione e forme familiari. È proprio nel matrimonio, infatti, che italiani e immigrati dialogano cercando di costruire un progetto di vita condiviso.

Infine, dal rapporto Istat si conferma la prevalenza dei matrimoni in regime di separazione dei beni (due su tre) e non si riscontrano più differenze di rilievo nelle diverse ripartizioni. Anche questo è segno dei tempi che cambiamo. È finita l’era dei “due cuori e una capanna”, che ha lasciato spazio a una sempre maggiore attenzione ai propri beni personali, da tutelare preventivamente in previsione di un eventuale divorzio. Eh sì, perché nell’epoca della modernità liquida, anche i matrimoni regolarmente registrati sono usa e getta.

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Piera Vincenti

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Autore dell'articolo: Piera Vincenti

Piera Vincenti è giornalista e copywriter. Si occupa di comunicazione aziendale e pubblica e collabora alla realizzazione di siti web. Laureata in Sociologia, ha conseguito la laurea specialistica nel 2010 dopo aver ottenuto la laurea triennale in Scienze della Comunicazione.

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