A Lugano la musica di Leif Ove Andsnes

Nella foto  Leif Ove Andsnes
Nella foto Leif Ove Andsnes

A Lugano, nell’ambito del Lugano Festival, venerdì 17 maggio 2013, il protagonista sarà Beethoven grazie alla Mahler Chamber Orchestra e al maestro norvegese Leif Ove Andsnes, nella duplice veste di direttore e solista. che ritornano per la seconda volta nel Canton Ticino. La Mahler Chamber Orchestra è conosciuta per la finezza e la duttilità delle sue esecuzioni, per cui appare come l’interprete ideale non solo dei concerti di Beethoven, ma anche di una nota pagina di Stravinskij, scelta per aprire la serata, il Concerto in re per archi, scritto dal compositore russo per l’amico e mecenate di Basilea Paul Sacher, all’indomani della seconda guerra mondiale.

Lodato dalla critica internazionale per la sua capacità di coniugare l’eleganza con la potenza, le sottigliezze introspettive con una comunicatività irresistibile, Andsnes proporrà il Concerto n. 2, in realtà il primo dei cinque scritti da Beethoven, perfettamente inserito nel solco della tradizione viennese coeva, ed il Concerto numero 4, in cui invece si aprono nuovi orizzonti, fin dall’inizio, in cui il pianoforte – cosa mai udita fino ad allora – entra prima dell’orchestra. Ad affiancare il solista venuto dal Nord nella sua avventura beethoveniana, saranno dunque i professori della Mahler Chamber Orchestra, provenienti da diciotto diverse nazioni ed uniti fin dal 1997, quando Abbado volle dare vita ad un progetto che permettesse ad alcuni ex membri della Gustav Mahler Jugendorchester di continuare a suonare insieme, senza preclusioni di tipo anagrafico.

Nota al programma (riproposta per intero) – Intraprendere un ciclo musicale è un po’ come spingersi in un’immersione completa. Significa lasciare che tutto il proprio corpo, il proprio essere, entrino in capillare contatto con una materia a noi diversa. Non tanto, però, in maniera statica (come potrebbe accadere con l’immersione in una accogliente vasca calda) quanto piuttosto in modo dinamico, come per il guado di un fiume vivo e vivace. Per cui ci pare di conoscerne in anticipo la natura e la direzione, ma la corrente può riservare scoperte inattese, può spingerci in direzioni che mai avremmo pensato di dover seguire: proprio in virtù del fatto che il fluido ci circonda da tutti i lati e in certe condizioni è lui a governarci. Questa è la tanto fertile quanto impegnativa posizione che Leif Ove Andsnes si è scelto lo scorso anno, intraprendendo con la Mahler Chamber Orchestra il ciclo dei concerti per pianoforte di Beethoven, decidendo quindi di immergersi nella profondità di un materiale umano, tecnico e poetico ritenuto tra i più complessi – ma anche tra i più affascinanti – di tutta la storia della musica. Il flusso, in questo caso, potrebbe apparire segnato sin dal principio, perché i cinque concerti per pianoforte e orchestra di Beethoven non sono certo una novità di repertorio. Ma il fatto di volerli proporre in modo unitario è una sfida diversa rispetto alla singola performance, perché costringe l’interprete – come i flutti di un unico grande corso d’acqua – a una considerazione d’insieme nuova e inabituale: quasi si trattasse di un’unica grande opera, cui dare senso compiuto e coerenza, drammaturgia e bellezza. Così il Concerto n. 2 – che in realtà fu il primo ad essere scritto – può sembrare facilmente organizzabile nella sua essenza classica, nel suo stretto riferirsi ai modelli viennesi di Mozart e Haydn, praticamente coevi. Ma è probabilmente negli sprazzi poetici dell’Adagio che va concentrata un’attenzione particolare, perché si tratta di piccole aperture anticipatrici di quelli che – negli anni immediatamente a venire – si sarebbero fatti squarci sempre più ampi, andando a sovvertire le regole di uno dei generi più importanti di tutto l’orizzonte compositivo. Prova ne sia – di questa rivoluzione beethoveniana – il Concerto n. 4, che inizia come nessun concerto era mai iniziato: con il solista a precedere l’orchestra. Ed è proprio la nuova dialettica tra solista e accompagnatore – articolata e sapida – a segnare il passo verso il futuro sviluppo del concertismo, un segnale che il Romanticismo avrebbe di lì a poco fatto totalmente proprio. Igor Stravinskij, all’opposto, è forse uno degli autori più refrattari ad una lettura ciclica, perché la sua vita creativa è stata un incedere costante e rettilineo, basato su una personale concezione di progresso musicale che lo ha portato a punti di approdo stilisticamente lontanissimi. In questo senso, cioè nel voltarsi raramente all’indietro, il Concerto in re per orchestra d’archi costituisce forse un’eccezione, in quanto organizzato su una strumentazione, su una concezione formale e su delle coordinate armoniche assolutamente non nuove per Stravinskij. Ma in fondo si trattava “solo” del sentito regalo ad un amico (il grande mecenate basilese Paul Sacher), un regalo impreziosito da una perla immortale come l’Andantino arioso.


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