Il volto nascosto della moda a basso costo: ecco la fast fashion

Qual è il vero costo delle mie scelte e del mio modo di vivere? Qual è il vero costo di questo consumismo sfrenato? Siamo davvero liberi oppure siamo prigionieri di un sistema che ci vuole acquirenti compulsivi a tutti i costi? E tutto ciò che acquistiamo dove andrà a finire quando non lo usiamo più? Quanti anni la terra ci metterà per smaltire i prodotti che fin troppo ingenuamente compriamo magari da aziende che, per il business, sfruttano i lavoratori dei Paesi in via di sviluppo?

Prima della nascita di mio figlio il biodegradabile e la sostenibilità erano per me una moda, oggi sono diventati una consapevolezza… uno stile di vita perché come mamma mi sento più legata a Madre Natura e so che le mie scelte condizioneranno non solo la mia salute, quella del pianeta e dei lavoratori ma anche l’intera esistenza di mio figlio. Per deformazione professionale sono abituata a documentarmi e ad informarmi, perciò mi ha sconvolto conoscere il vero costo di ciò che abitualmente indosso.

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Un’immagine del documentario “A True Cost”

Il concetto di low cost non interessa purtroppo solo le compagnie aeree perché ha invaso tutti i settori, compreso e forse in particolare quello moda. E mi ha fatto impressione sapere che non esiste solo il fast food, cioè il cibo ‘spazzatura’ servito velocemente, bensì anche una fast fashion. Che cos’è ce lo spiega Camilla Mendini  (conosciuta sul web come Carotilla).

Camilla è graphic designer, illustrator, mamma e influencer veronese che vive a New York e che tratta i temi della sostenibilità e dell’ecosostenibilità nella moda. Un anno fa ha lanciato Amorilla, un brand di abbigliamento femminile ecosostenibile, realizzato in India da artigiani con un’antica tecnica che rispetta i tessuti e i lavoratori.

“Per fast fashion si intende le catene e i brand di moda che producono collezioni e nuovi capi da far uscire ogni settimana: si parla di negozi come Zara, H&M, Stradivarius, Bershka, Mango e moltissimi altri che producono a basso costo e ad alta velocità, fino ad arrivare a 52 collezioni all’anno”, ci spiega Camilla Mendini che aggiunge: “Per questo tipo di moda l’importante è produrre molti capi e al minor prezzo possibile, tralasciando la ricerca e la qualità e molto spesso sfruttando i lavoratori che producono i vestiti stessi, non rispettando quelli che per noi in Europa e Stati Uniti sono diritti basilari sul posto di lavoro e di salvaguardia dell’ambiente (salario minimo, maggiore età, sfruttamento, utilizzo di sostanze tossiche, …)”.

Questi grandi marchi, seguendo la logica del capitalismo consumistico, producono i loro capi nei Paesi in via di sviluppo, come il Bangladesh. Lo fanno sfruttando gli operai – che lavorano spesso in edifici fatiscenti con salari ridotti ai minimi termini – e deturpando l’ambiente.

Ogni nostro acquisto low cost ricade su queste persone e su quei territori ma anche inconsapevolmente su noi stessi, come si evince alla fine del documentario The True Cost che tratta in modo approfondito il tema della fast fashion. Gli occhi lucidi di Larhea Pepper, coltivatrice di Cotone in Texas – che ha visto prima il suocero e poi il marito morire per il cancro probabilmente a causa della mole di pesticidi usati per la coltivazione del cotone, materia prima del settore tessile e quindi della moda -, ci dovrebbero far riflettere sul vero costo delle nostre compere a basso costo.

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Un’immagine del film “I love shopping”

Il cinema ha approfondito questo tema e lo ha fatto con film come per esempio I love shopping (2009), il quale descrive in modo ironico ma verosimile cosa accade quando si è presi dalla frenesia delle compere.

Fast Fashion: come tutelarsi? Come leggere le etichette? Il marketing che inganna e ammalia

Camilla Mendini ci spiega che per tutelarsi purtroppo non basta leggere l’etichetta. “Comprare in maniera sostenibile vuol dire informarsi prima di tutto sul brand, su dove produce e come. Dall’etichetta invece si può capire se il capo ha certificazioni e con che tipo di materiale è stato creato, che sono altre informazioni utili per valutare la qualità e la tracciabilità del capo”, afferma Camilla.

Il sistema della fast fashion fa leva sul nostro inconscio e sulla percezione del tutto errata che più possediamo più valiamo come persone. Il valore principale non è l’essere bensì l’avere e l’apparire. Il marketing selvaggio e incontrollato ci spinge ad acquisti compulsivi che ci rendono però più infelici. Presi dalla frenesia, senza nemmeno pensarci, compriamo un capo all’ultima moda solo perché costa poco che poi riponiamo nell’armadio e che già dopo qualche settimana è fuori moda. Poco etico. Poco sostenibile per noi e per la natura. Del tutto inconcepibile.

Il marketing sfrutta la nostra naturale tendenza all’omologazione e a far parte di un branco. Il concetto è questo: SE NON TI VESTI COME GLI ALTRI SEI UN ESCLUSO… UN DERELITTO DELLA SOCIETA’. DEVI CAMBIARTI D’ABITO perché è l’abito che ti rende vivo. Devi quindi possedere una carta credito, dato che se non hai soldi liquidi a disposizione puoi anche indebitarti per poi pagare a caro prezzo il mese successivo. Ma cambiare è possibile…

 

I cinque consigli di Camilla Mendini  per convertirsi ad uno stile di vita più sostenibile per il pianeta e per l’umanità

  1. Comprare solo quello che é necessario, investendo sulla qualità che la quantità.
  2. Informarsi attraverso documentari e libri (“The True Cost”, “Siete pazzi a indossarlo”, “To die for”,…)
  3. Preferire tessuti naturali e sostenibili (lino, canapa, lana di yak, ortica, juta, cotone biologico) ed evitare invece tessuti come poliestere, lane non certificate, acrilico, elastam che non sono biodegradabili e che continuano a rilasciare sostanze tossiche sulla nostra pelle e durante i lavaggi
  4. Riciclare in maniera corretta 
  5. Comprare usato

 

Speciale a cura della dott.ssa Maria Ianniciello, giornalista e naturopata

 

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