Neruda: la poesia in un film, trailer e recensione

Probabilmente solo un poeta del linguaggio cinematografico, quale si sta rivelando sempre più Pablo Larraín, poteva fare un film su Neruda e in pieno stile nerudiano. Il consiglio spassionato è, quindi, quello di vedere la pellicola senza pensare che si possa trattare del solito biopic. Chi ha visto anche solo un’opera della filmografia del regista cileno può ben immaginare cosa potrà trovarsi davanti, eppure, nonostante tutto, crediamo che sarà ancora una volta sorpreso. Sarebbe impossibile condensare la vita e/o il pensiero di Pablo Neruda in un unico lungometraggio perciò Larraín e lo sceneggiatore Guillermo Calderón scelgono di focalizzarsi sul periodo della fuga e sulla leggenda letteraria che è diventato. Facendosi largo tra le persone e i flash dei fotografi, il poeta (uno straordinario Luis Gnecco) arriva di spalle mentre la macchina da presa ora gli sta addosso, ora lo va a cercare. Si presenta così all’occhio dello spettatore la formica, così denominato dalla moglie, la pittrice Delia del Carril (resa intensamente da Mercedes Morán). «Posso scrivere i versi più tristi stanotte»: è un verso della poesia omonima che torna e ritorna, proprio come certi ricorsi storici e così come tornano e ritornano ossessioni, paure, desideri, riflessioni che affollano la mente dei poeti fino a quando sgorgano sulla pagina scritta e, nel caso del cinema, sullo schermo.

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Ecco, Neruda è poesia in forma di Cinema e ciò accade in un modo concreto, non elitario come spesso si immagina la poesia, a conferma di quanto la parola, poetica per l’appunto, possa essere così viva e rappresentativa della vita. «Il Cinema è un luogo fantastico per l’emozione e per le sue conseguenze intellettuali e narrative. Non dipende dalla parola per essere ciò che aspira a essere. Tuttavia, il punto d’inizio di questo film è la parola, la parola pericolosa che ti fa innamorare, capace di creare nuovi mondi», ha dichiarato Gael García Bernal, assolutamente in parte, in bilico come un funambolo, nei panni che deve indossare: il poliziotto che lo insegue. Neruda, oltre che un artista, era anche un senatore comunista, il quale, durante la guerra fredda in Cile (1948), ha avuto il coraggio di cantare le nefandezze del governo, per questo fu accusato dal presidente Gonzalez Videla. Gli si pose davanti una domanda, esplicitata nel film: «come sono più pericoloso? In prigione o da latitante?». Dalla sua risposta di “resistencia” parte tutto, non solo il “Canto General” (in cui racconta l’America Latina mentre l’attraversa da fuggitivo e la sente da poeta), ma ancor più la dinamica narrativa di questo film. Forte dell’amore del poeta per le storie poliziesche, il regista cileno sceglie di raccontarlo facendo sposare arte e politica, immaginazione e realtà, con un risultato esplosivo cinematograficamente parlando. Così come mutano i personaggi, così si modifica il paesaggio intorno.

Il poeta e il poliziotto s’inseguono, lasciano volontariamente delle tracce affinché l’altro riesca a scovarlo, potrebbe sembrare un ossimoro, ma arrivano anche a completarsi e sovrapporsi, il tutto fino all’epilogo che è pieno di quella potenza onirica che lo stesso Neruda, con la parola, trasmetteva e trasmette. Pubblico e privato si fondono proprio grazie ai colloqui detti, pensati e scritti coi suoi personaggi (comprese le vere persone esistite nella Storia e qui rappresentate). «Anch’io ho creato me stesso», ascoltiamo a un tratto. Questo film scardina l’idea che si ha di film biografico e ci restituisce l’artista – e a suo modo anche i fatti storici – con un’onestà intellettuale e una speciale creatività non comuni. Neruda unisce i momenti più intimi (vedi la scena in cui la moglie lo lava, accentuato dalla luce scelta) a quelli più giocosi e grotteschi, da quelli più drammatici in cui certi “fantasmi” vengono a galla a quelli più politici o ancora ai poetici. Larraín ce lo aveva dimostrato con i lavori realizzati sino ad ora, non ultimo Il Club, e con Neruda si vede ancora una volta come riesca a impastare le mani in figure, ambienti e luci e ombre del suo Paese, con uno sguardo delicato e, al contempo, incisivo. Se quando ci si alzava dopo “Il Club” si provava una morsa allo stomaco difficilmente descrivibile, con questo film su Neruda si viene rapiti da questo poeta fingitore declinato non solo tramite i versi, ma anche gli stessi fotogrammi. Il film è stato selezionato dal Cile per rappresentarlo alla corsa per gli Oscar 2017, vedremo se rientrerà tra i finalisti, intanto, per ora, è un’occasione da non perdere in sala. Di seguito alcune immagini del film Neruda e il trailer.

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Autore dell'articolo: Maria Lucia Tangorra

Nata a Conversano (Ba) nel 1987, da alcuni anni si è trasferita a Milano per coltivare la passione per cinema, teatro e giornalismo col desiderio di farne un lavoro. Free-lance, critico e corrispondente dai festival per web magazine di cinema e teatro; ha realizzato anche reportage e approfondimenti di spettacoli tra cui “Invidiatemi come io ho invidiato voi” di T. Granata e “Un giorno torneranno” ideato e interpretato da S. Pernarella. Si è appassionata al cinema e al teatro vedendo recitare gli attori forgiati dal maestro Orazio Costa Giovangigli e da lì ha cercato di conoscere i diversi modi di fare e vivere il teatro e il cinema (senza assolutamente disdegnare alcuni lavori televisivi di qualità). Quando ha sentito sul palco queste parole: «Sai cosa vuol dire vivere in un sogno? Ciò che tu non sei, sei: e, ogni notte, lo frequenti» (dal testo teatrale “Orgia” di P. P. Pasolini) ha pensato che questo accade quando ci si immerge nel buio della scatola magica e della sala cinematografica. Grazie a questo lavoro fatto anche di incontri umani, non solo professionali, pensa che senza il teatro e il cinema il respiro sulla vita sarebbe diverso perciò, nonostante tutto e tutti, crede che di cultura e arte si possa vivere e che le passioni possano trasformarsi in una professione.

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