Julieta, film di Almodóvar: trama, trailer e recensione

Julieta: trama, trailer e recensione del film di Almodóvar – Un drappo rosso riempie il quadro suggerendo una sensazione avvolgente e l’associazione più semplice che ci viene in mente, amore e passione. Sembra il sipario di un teatro che di lì a poco si aprirà per dar il via alla finzione, invece è il primo piano sul vestito di Julieta. Parte così il film di Pedro Almodóvar (t.o. “Silencio”), il quale, già con quest’immagine, si fa riconoscere facendoci immergere nel suo mondo. Lo spettatore intuisce sin da subito che la nostra protagonista, Julieta (interpretata da Emma Suarèz e da giovane da Adriana Ugarte) appunto, ha qualcosa da nascondere o che la tormenta. Nel suo presente c’è un uomo (Dario Grandinetti), ma questa relazione ci viene mostrata con poche frasi, in un modo sfuggente proprio com’è la donna nei confronti di un lui che la ama e con cui aveva progettato di partire per il Portogallo. Eppure qualcosa la lega ancora a Madrid venendo ancor più a galla quando incontra, per caso, quella che era la più cara amica di sua figlia Antía (Blanca Parés le dà il volto a diciott’anni, Priscilla Delgado in adolescenza). Non si può pensare di voltare pagina se quelle pagine non le hai finite di scrivere, metaforicamente parlando ma non solo. La donna è, in realtà, bloccata da diverse sensazioni che afferiscono all’elaborazione del lutto così come a quella dell’abbandono e del senso di colpa. Inizia a scrivere tutte le emozioni attuali ripercorrendo il suo passato su un diario, immaginandolo come se fosse un racconto rivolto alla figlia. Prende così piede un viaggio interiore tra gli anni della giovinezza e la Julieta adulta. Significativamente si parte con un trasferimento in treno, Julieta sta per assumere l’incarico di supplente di letteratura classica. È notte, è sola nel suo compartimento e all’arrivo di un uomo che vorrebbe parlare, reagisce andandosene «come avrebbe fatto qualsiasi ragazza». Nella carrozza bar incontra Xoan (Daniel Grao), un giovane pescatore già segnato dalla vita vista la condizione di coma di sua moglie. Il coma è stato spesso utilizzato al cinema per parlare di amore, a volte con commedie romantiche particolari e surreali come per esempio “Se solo fosse vero” di Mark Waters con Reese Witherspoon e Mark Ruffalo. Almodóvar non emette giudizi, fa accadere le cose proprio come si verificherebbero nella nostra quotidianità, ora per istinto, ora per amore, ora perché c’è di mezzo il destino.

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Com’è nello stile di Almodóvar, anche in Julieta c’è, in particolare, un personaggio volto a rappresentare il cosiddetto pensiero comune, pronto, in questo caso, a creare pure zizzania tra i due amanti e non solo. A darle volto e fisicità è una delle sue attrici feticce, Rossy de Palma (Marian), che si presenta al primo incontro con Julieta con toni ruvidi e un po’ bruschi. Esplicitandole e lavorando nel sottobosco delle emozioni, il regista pone in campo temi a lui molto cari: dall’amore filiale a quello con un uomo, passando per le relazioni-tensioni che si creano tra donne, senza dimenticare la morte, le assenze, il dolore. Va detto che per quanto si venga a creare un certo tipo di finale, la platea di turno è messa a dura prova da coupe de foudre e notizie negative, attraversando varie sfumature di colori in un modo secco e diretto. Il film si ispira a tre racconti di Alice Munro e racconta la vita vera con tutta la drammaticità che questa può comportare – compresa l’idea che il destino possa arrecare più dolori.

Julieta non riesce a parlare delle sue sofferenze con gli altri, neanche con chi sa che la ama, ci sono ferite che ci si porta dentro, sulla pelle, sul volto e non è semplice metabolizzarle e questo il cineasta spagnolo lo sa raccontare molto bene. A enfatizzare i cambiamenti emotivi ci pensano anche le case e i quartieri in cui la donna va a vivere con la figlia e quella in cui si ritrova da adulta, dopo il cambiamento che ha dovuto digerire. C’è, poi, una simmetria nel tornare in una casa che è stata importante per Julieta, seppur in appartamenti diversi e questi sono dettagli che possono apparire come tali, ma che, invece, fungono da cassa di risonanza e fanno entrare ancor più in questa storia e in tutto ciò che è ancora in sospeso. «Sono un regista cinematografico e credo nella ripetizione e nelle prove. L’essere umano è involontariamente coinvolto in situazioni che ha già vissuto prima, come se la vita ci concedesse l’opportunità di sperimentare i momenti più duri prima che effettivamente arrivino. Questa idea è presente in “Tutto su mia madre” (1999). L’infermiera Manuela lavora per la ONT (Organizzazione Nazionale Trapianti) e aiuta i medici nel difficile compito di comunicare la morte alla famiglia della vittima e chiedere l’eventuale donazione di organi. Una fatidica notte è Manuela a dover subire lo stesso protocollo, in veste di madre della vittima», si legge nelle note di regia. Con le peculiarità del suo cinema e le verità del vivere quotidiano, Almodóvar in questo film fa tesoro anche di un tòpos antico, rielaborandolo. Le colpe dei padri ricadono sui figli e talvolta non ce ne si accorge neanche se non quando è o sembra troppo tardi; ma i dettagli è meglio che li apprendiate in presa diretta. Pánta rêi, tutto scorre, diceva il filosofo Eraclito. Ecco guardando scorrere la vita di Julieta, con i suoi stop e le ellissi temporali, ci si interroga se davvero sia fino in fondo così. Se il lungometraggio dia delle risposte in tal senso, vi consigliamo di scoprirlo guardandolo. Dopo esser stato presentato in concorso all’ultimo Festival di Cannes, Julieta è uscito nelle nostre sale il 26 maggio con Warner Bros. Di seguito il trailer.

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Autore dell'articolo: Maria Lucia Tangorra

Nata a Conversano (Ba) nel 1987, da alcuni anni si è trasferita a Milano per coltivare la passione per cinema, teatro e giornalismo col desiderio di farne un lavoro. Free-lance, critico e corrispondente dai festival per web magazine di cinema e teatro; ha realizzato anche reportage e approfondimenti di spettacoli tra cui “Invidiatemi come io ho invidiato voi” di T. Granata e “Un giorno torneranno” ideato e interpretato da S. Pernarella. Si è appassionata al cinema e al teatro vedendo recitare gli attori forgiati dal maestro Orazio Costa Giovangigli e da lì ha cercato di conoscere i diversi modi di fare e vivere il teatro e il cinema (senza assolutamente disdegnare alcuni lavori televisivi di qualità). Quando ha sentito sul palco queste parole: «Sai cosa vuol dire vivere in un sogno? Ciò che tu non sei, sei: e, ogni notte, lo frequenti» (dal testo teatrale “Orgia” di P. P. Pasolini) ha pensato che questo accade quando ci si immerge nel buio della scatola magica e della sala cinematografica. Grazie a questo lavoro fatto anche di incontri umani, non solo professionali, pensa che senza il teatro e il cinema il respiro sulla vita sarebbe diverso perciò, nonostante tutto e tutti, crede che di cultura e arte si possa vivere e che le passioni possano trasformarsi in una professione.

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