Per Veltroni I Bambini Sanno, trailer e recensione

Recensione de I bambini sanno

i-bambini-sanno-veltroni-trailer-recensioneAlla sua seconda esperienza dietro la macchina da presa Walter Veltroni non si chiede se “i bambini sanno”, ne è pienamente convinto. Sanno, giudicano e comunicano meglio di un politico di professione, spesso anche con gli straordinari silenzi cinematografici che, assicura il regista presente in sala a fine proiezione, non sono programmati ma spontanei, e li caratterizzano come giovani attori in erba. Così decide di intervistarli in un pregevole documentario che coglie, col suo consueto lirismo di fondo, storie ordinarie in cui la speranza non ha nome, il dolore acquista le forme tenui della sdrammatizzazione infantile e la gioia si disegna sui loro volti come chiazze di colore su tela. Ed ecco che i piccoli, a loro agio sotto i riflettori, parlano di Dio, di omosessualità e amore, di famiglia, crisi e passioni. Immaginano un inferno fatto come un ristorante infuocato in cui si servono piatti avvelenati, un paradiso bianco come il latte o liquido come un lago senza argini o ancora, simile a un deposito incontaminato di nubi che scorrono sotto i piedi a mo’ di tapis roulant. C’è chi dice, dietro i microfoni del cineasta che racconta in voice off, che Dio è un nomade (magari uno dei senzatetto che scorgono nei quartieri romani) e che l’inferno non esiste. Grazie ai fanciulli riusciamo a smentire anche le dicotomie universali sul bene e sul male ed è possibile rovesciare gli stereotipi più usuali o anche le generalizzazioni più grossolane. Basti pensare alla tranquillità con cui una di loro disquisisce su come mettere i soldi da parte per aprire un mutuo o sull’ansia che spazza via dai sorrisi innocenti l’apparente sicurezza quando si parla di recesso economico. E anche in questo caso, se Martina di Piombino ha il padre cassaintegrato, Marius vive in un campo rom circondato dai topi e ghettizzato dai “normali”. Ma per loro le differenze non hanno nome e non hanno un perché. Le religioni sono tutte uguali, gli omosessuali sono liberi di vivere il loro amore e la guerra non dovrebbe mai essere la soluzione finale di un problema tra i popoli. Parole illuminate. Prodotto da Sky e realizzato grazie alla collaborazione di Wildside e Palomar I Bambini sanno è stato concepito, stando alle parole di Veltroni, con l’intenzione di comporre un’ideale classe scolastica multiculturale che ritragga l’Italia di oggi e le mille contraddizioni che la abitano. Costruito mediaticamente come un documentario di stampo classico con inserti paesaggistici che rompono l’unità del racconto-verità sulle melodie di Danilo Rea – pensiamo alla fatiscenza del campo nomade, alle bellissime spiagge di Lampedusa colme di relitti navali o alla desolazione della fabbrica abbandonata – il docufilm si regge su un impianto narrativo il cui centro focale è l’intervista statica in cui 39 ragazzini di età compresa tra gli 8 e i 13 anni raccontano se stessi e il mondo dalle loro piccole camerette-rifugio. Il realismo delle storie raccontate si coniuga ad un’estetica in cui la camera fissa compone un mosaico di volti e dettagli, mentre la camera a mano cerca di insinuarsi tra le pieghe “sporche” di ambienti troppo spesso non a misura di bambino. Una poetica dello spazio familiare o di quello negato. Pensiamo al sottoscala in cui vive il ragazzino colombiano, felicissimo di salire “in superficie” quando deve andare in cortile o a chi sta in una casa occupata, un tempo, un albergo, e dice di sentirsi sola. Scandite dalle vignette di Altan che “didascalizzano” ironicamente i temi trattati, le storie ritenute più significative mettono in evidenza il sentimento e l’empatia del futuro uomo o della futura donna. Si va da Davide, il cui papà è sempre assente perché militare di professione a Benedetta, 13 anni, di Roma, segnata irrimediabilmente dalla perdita del genitore, fino all’autoreferenziale ritratto di Valerio, genio della matematica che lavora incessantemente alla teoria delle partizioni numeriche e che considera i numeri amici privilegiati. Se è vero che, secondo un noto poeta ottocentesco italiano, i fanciulli sono come gli uccelli, creature tra le più vivaci e liete al mondo, Marius sarebbe un bell’esemplare di volatile pronto a spiccare il volo. Per lui, che invoca Dio per la salvezza dell’uomo, le uniche magie davvero utili sarebbero quelle che concedano un panino e una bottiglietta d’acqua agli indigenti. Senza nome, senza faccia, senza identità. Agli indigenti e basta. Leitmotiv dell’opera, la storia di Marius che corre verso un mare a lui sconosciuto, si intreccia alle suggestioni visive che hanno da sempre animato il cinefilo Veltroni, rapito da Comencini, “l’ascoltatore” instancabile dei bambini e dalle corse sfrenate di Billy Elliott, River Phoenix e gli altri in Stand By me e di Antoine Doinel ne I 400 colpi. Ma se Jean-Pierre Léaud/Doinel corre senza una meta nel più famoso piano sequenza della storia del cinema, Marius si immerge invece tra acque a lui ignote mentre sul suo volto si disegna, per la prima volta, la meraviglia. Potenza del “realismo magico” di un regista appassionato e candido proprio come un fanciullo. Da far vedere a scuola.

Trailer de I bambini sanno di Walter Veltroni 

 

Voto: (3 / 5)

Vincenzo Palermo

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Autore dell'articolo: Vincenzo Palermo

Vincenzo Palermo
Nato a Catanzaro, si laurea in Lettere moderne a Bologna, con tesi sul Decameron fantastico. Grande appassionato di cinema e letterature medievali, collabora con portali e siti di critica cinematografica, dedicandosi alla scrittura di recensioni e articoli di approfondimento tematico. Campi di interesse: classici del muto, grandi autori europei, New Hollywood e tendenze sperimentali del cinema moderno.

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