EURO 2012: L’ITALIA SI INCHINA A UNA GRANDE SPAGNA

A qualche ora di distanza è ancora difficile digerire la sconfitta. Il sogno è svanito sul più bello e l’Italia non ha potuto fare altro che inchinarsi alla superpotenza Spagnola, la squadra più forte della storia del calcio, l’unica a centrare il triplete (europeo-mondiale-europeo). Gli azzurri non hanno mai retto il confronto. Squadra rivelazione della competizione continentale, la nazionale di Prandelli ha conquistato la finale a sorpresa e poi ha continuato a sorprendere, ma stavolta in negativo. Mai in partita, gli azzurri non sono mai riusciti ad impensierire la formazione di Del Bosque, che ha lasciato molti big in panchina. Prandelli, invece, ha mandato in campo gli uomini migliori, peccato che fossero tutti stanchi e acciaccati e, alla fine, la condizione fisica ha fatto la differenza. Sul 2-0 era ancora possibile recuperare il match ma l’Italia non è riuscita a giocarsela fino alla fine, complice l’infortunio di Thiago Motta a inizio ripresa, a cambi ormai terminati, che ha costretto gli azzurri in dieci uomini per 45 minuti. La sfortuna, insomma, ha fatto la sua parte nel 4-0 finale, che umilia l’Italia oltre il dovuto. Un passivo pesante che la nazionale di Prandelli non meritava. Ma, quando si perde in questo modo, la colpa non è mai solo del fato. La preparazione atletica frettolosa, gli stretti tempi di recupero dalla semifinale con la Germania, gli infortuni e gli acciacchi fisici dei giocatori, alcune scelte tattiche discutibili hanno spianato la strada alla Spagna che ha avuto gioco facile contro un’Italia che non era neppure l’ombra di quella che le furie rosse avevano affrontato in apertura di girone il 10 giugno. La disfatta di Kiev non deve però far dimenticare quanto di buono fatto dalla nazionale. Perché – e questa è l’attenuante – se la Spagna è un gruppo da otto anni e gioca ormai a memoria, l’Italia è ancora un cantiere aperto. Prandelli è riuscito nella difficilissima missione di rinnovare i nomi e i volti della nazionale dando un’identità di squadra al gruppo azzurro e, soprattutto, di riportare l’affetto e l’entusiasmo dei tifosi verso l’Italia. Già questo è un successo, dal quale ripartire per farsi trovare pronti e più forti all’appuntamento con il mondiale brasiliano nel 2014.

Lo sa bene il ct azzurro che, nel dopopartita, ha espresso il rammarico per un passivo così pesante ma gettando subito uno sguardo ai prossimi impegni. «Il mio futuro è già scritto. Mai nessun problema con la Figc e coi dirigenti, c’è un progetto e vogliamo portarlo avanti. Spero solo che da parte dei club ci sia maggiore attenzione alla nazionale».  Prandelli coglie il momento più opportuno, quello della delusione dopo il grande sogno, per ribadire il concetto già espresso più volte in passato. La nazionale, bistratta dalle squadra di club che a malincuore e tra le polemiche cedono i loro giocatori, difficilmente può affrontare un percorso di crescita in queste condizioni. Ha bisogno di spazio e della possibilità di maturare insieme come gruppo al di là degli impegni con le qualificazioni ai mondiali. Al ct azzurro ha risposto Giancarlo Abete, presidente della Figc, che ha sottolineato come quello del rapporto nazionale-club sia un falso problema, o meglio un problema che si presenta in tutto il mondo, non solo in Italia. Sarà anche vero ma, come ha sottolineato Gigi Buffon, «la nazionale è un patrimonio di tutti gli italiani, un simbolo dell’orgoglio nazionale e deve avere lo spazio che merita».

L’altra questione sollevata nel dopopartita riguarda i vivai italiani. Discorsi triti e ritriti, che si fanno ogni estate e poi vengono prontamente accantonati. In Italia manca il ricambio generazionale, i nostri giovani non hanno possibilità di crescita perché, dalla serie A alle serie minori, si preferisce puntare su calciatori esperti, spesso stranieri, che danno garanzie di vittoria subito. Ciò non permette ai ragazzi italiani di fare esperienze in squadre di un certo livello e di maturare abbastanza da diventare grandi giocatori di club e della nazionale. Allora come fare? La soluzione, se c’è, non è stata ancora trovata. Ogni anno se ne discute ma poi ci troviamo sempre gli stessi nomi, spesso stranieri, a rappresentare il calcio italiano per club. E gli stessi nomi in nazionale. Ma i vari Buffon, Pirlo, Cassano non dureranno per sempre e se il prossimo obiettivo dell’Italia è il mondiale tra due anni, allora qualcosa si deve cambiare e subito. Il futuro è dei giovani, lasciamoli emerge.

Piera Vincenti

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Autore dell'articolo: Piera Vincenti

Piera Vincenti è giornalista e copywriter. Si occupa di comunicazione aziendale e pubblica e collabora alla realizzazione di siti web. Laureata in Sociologia, ha conseguito la laurea specialistica nel 2010 dopo aver ottenuto la laurea triennale in Scienze della Comunicazione.

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