Crimson Peak: trailer, trama, recensione

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Bastano due ex vampiri e “amanti sopravvissuti” come Tom Hiddlestone e Mia Wasikowska per “maledire” una pellicola come Crimson Peak? Sì, se a gettarli nell’alveo delittuoso e folle di una magione stregata c’è anche Guillermo del Toro, specialista in mostri e affini. Per analizzare a fondo il sottotesto escatologico del suo film e le eleganti partiture cromatiche che lo contraddistinguono, sarebbe opportuno riportare a galla alcune scelte stilistiche e narrative che, fin dall’ottimo fanta-horror “Cronos” (1993), hanno sempre mantenuto una certa coerenza d’insieme. La figura del vampiro riletta come organismo infestante e parassitario, ricorre in “Cronos” e in “Mimic”, pur camuffato nelle sembianze di grossi scarafaggi, o ancora è nascosto nell’appeal fumettistico dell’eroe metà uomo e metà succhiasangue di “Blade”. Il cinema del regista messicano pullula di outsider in bilico tra puro istinto ferino e umanità, ma anche tra malinconie preadolescenziali e precoci turbamenti; è questo il caso dei racconti gotici come “La Spina del diavolo” e “Il Labirinto del fauno”, in cui fantasmi bellici e post-bellici riflessi nei retaggi di una Spagna franchista si confondono con l’inquietudine di fauni stregati e paurose apparizioni. Protagonisti di questi straordinari racconti permeati da un nero afflato favolistico sono i bambini, progenie succube di traumi legati all’infanzia o all’adolescenza e di cui il più delle volte non sono i diretti responsabili. Già, perché ciò che fa più paura sono le contraddizioni e la ferocia del mondo adulto e lo spettro, quando si manifesta, diventa un ideale tramite tra i due mondi, un medium che torna dal regno dei morti come “revenant”. Nel caso in questione il “ritornante” sotto forma di apparizione impalpabile mostra un passato sanguinario da cui ha inizio la vicenda. Con Crimson Peak, “il picco rosso sangue”, Del Toro riporta in auge un “giro di vite” alla maniera letteraria di Henry James, concependo le presenze infestanti come un prolungamento della realtà quotidiana e ponendo l’attenzione sul contesto in cui esse agiscono, cioè il pantheon infestato della vecchia dimora, vera protagonista della ghost story. Lo spazio tenebroso e lugubre dell’abitazione – gli esterni sono stati girati presso il Durden Castle in Canada – stringe in una morsa a tre, Edith Cushing (Mia Wasikowsa), algida donna inabile al fasto della nobiltà primonovecentesca e i due fratelli Thomas Sharpe (Tom Hiddlestone) e Lady Lucille (Jessica Chastain). Quando Edith decide di condividere la sua vita con Thomas dopo la tragica morte del padre e di recarsi a Crimson Peak, luogo spettrale che accoglie anche la sorella del marito, si troverà a fare i conti con una realtà al di sopra di ogni immaginazione, tra incubi e deliri assortiti. Il cinema d’interni di Guillermo del Toro, in cui giochi di luci e ombre scoprono un color cremisi che ricopre tutto, dagli arredi alla soffitta, dal paesaggio circostante chiazzato d’argilla rossa fino alla cava sotterranea, risplende di un intenso cromatismo e di una eleganza stilistica attenta ad ogni singolo dettaglio. Visionario e pomposo, trasmette un senso stringente d’inquietudine grazie alla morfologia della casa il cui “foyer” assume l’aspetto di un tetro ventre avvolgente e i cui lunghi corridoi nascondono sempre qualcuno o qualcosa che attende famelico nell’oscurità. L’operazione messa in piedi dal regista, il cui centro focale è la villa Allerdale Hall, intende recuperare il vecchio stile Hammer per fonderlo con una visione ipnotica in grado di nobilitare l’horror classico richiamato dalle porte cigolanti, i sussulti improvvisi e le manifestazioni spiritiche. In tal modo l’evanescenza nebulosa degli spettri altera e contamina la vischiosità rosso sangue della magione, confondendo un passato che custodisce segreti inenarrabili con un presente di ordinaria follia. Il tocco magico dello storyteller messicano è ben visibile e serve a differenziare il film dal revival horror a cui ci stiamo abituando in questi ultimi anni, grazie ad un mélange di elementi che infondono, ad un melodramma a tinte horror, meraviglia e sgomento. In fondo Crimson Peak non è che la versione più “bella”, con riferimento ad una messa in quadro pittorica ed esteticamente impeccabile, de “Il Labirinto del fauno”, di cui mantiene simile lo sviluppo strutturale senza il sottotesto storico-politico e quella osmotica compenetrazione di reale e fantastico. Qui regna sovrano il regno del sovrannaturale ed è un tripudio barocco che parte come un feuilleton ottocentesco e si tramuta in una favola nera con un insolito ménage à trois a barcamenarsi tra i tormenti di un passato che non muore mai. Voto: (3,5 / 5)

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Autore dell'articolo: Vincenzo Palermo

Vincenzo Palermo
Nato a Catanzaro, si laurea in Lettere moderne a Bologna, con tesi sul Decameron fantastico. Grande appassionato di cinema e letterature medievali, collabora con portali e siti di critica cinematografica, dedicandosi alla scrittura di recensioni e articoli di approfondimento tematico. Campi di interesse: classici del muto, grandi autori europei, New Hollywood e tendenze sperimentali del cinema moderno.

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