Beppe Fiorello si racconta cantando Modugno

Beppe Fiorello si racconta cantando Modugno in “Penso che un sogno così…”. La recensione dello spettacolo.

“Mi sento tutto storduto…”. E’ così che si sente lo spettatore durante e dopo aver assistito a Penso che un sogno così… scritto da Giuseppe Fiorello e Vittorio Moroni, per la regia di Giampiero Solari. Perché Beppe Fiorello riesce a farci entrare nel suo sogno di visione, avuto quand’era picciriddu, e che si rinnova nella vita vera che è riuscito a costruire, ancor più, in questo spettacolo.

Fiorello & Moroni, autori della drammaturgia, avrebbero potuto inciampare nel taglio agiografico o nel replicare il lavoro televisivo del 2013, “Volare – La grande storia di Domenico Modugno” diretto da Riccardo Milani, ma per fortuna hanno scelto un’altra strada, più personale, con cui abbiamo la possibilità di scoprire maggiormente il più giovane dei fratelli Fiorello e, al contempo, il cantante pugliese. Penso che un sogno così… è un viaggio all’interno di sogni privati, inconfessabili di un ragazzo del Sud, che la gente (non per cattiveria, ma per distanza di vedute) non capiva e forse tuttora non capirebbe. Questo “strano” mondo dello spettacolo… Giuseppe Fiorello, suo padre – a modo suo – e Mimì, volevano “volare”, c’è chi parte e c’è chi resta, c’è chi deve vendersi di origine diversa perché «il siciliano attrae di più» e chi si costruisce un mondo suo per poter continuare a volare nella propria terra. Mentre c’era chi suggeriva a Fiorello di «non perdere la testa dietro ai sogni», lui, che non parlava mai, continuava a fantasticare, grazie a suo padre e «a Mimmo che c’era in ogni istante» della loro vita.

Le scene di Patrizia Bocconi, le installazioni video di Cristina Redini e il disegno luci di Alberto Negri, perfettamente coordinati da Giampiero Solari, danno corpo alle parole con cui l’artista siciliano ci racconta aneddoti e quotidianità della sua famiglia (per farvi un esempio, mattoni e pietre di fiume legati a quando si andava in vacanza dalla nonna) e materializzano i testi delle canzoni di Modugno. Non è semplice creare cambi delicati con i pannelli scenici, qui ci si riesce con estrema fluidità e, in un gioco di piani, al momento giusto, i musicisti (Daniele Bonaviri e Fabrizio Palma) coesistono sulla scena con Fiorello.

Il modo in cui vengono introdotte le canzoni dell’artista di Polignano a Mare è naturale, in linea con il mescolamento di voci e storie. In uno spettacolo da one man, in cui però ogni componente tecnica fa il proprio e il protagonista non si/ci concede neanche una pausa, il pubblico si diverte e commuove, si ritrova a cantare dentro di sé e, magari i più giovani, a scoprire anche i testi meno conosciuti; ma tra gli ingredienti c’è anche l’impegno civile. Sì perché, toccando anche tecniche del teatro di narrazione, nel rewind abbiamo la pelle d’oca quando si parla della nascita del petrolchimico in terra sicula (che «pareva l’America vista da qua») e del polo siderurgico di Taranto – tanto più se ci pensiamo con gli occhi di oggi. Sono loro che, promettendo lavoro e produttività, han spazzato «sale, sapone, archeologia, natura», salute e lu pesce spada. E mentre la festa di paese fa capolino in un luccichio di luminarie, arrivano anche “riti” e tradizioni in cui c’è lo zampino del boss.

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Tra le soluzioni registiche che più colpiscono: l’uso quasi cinematografico della torcia, in cui Beppe Fiorello gioca suggestivamente con la sua ricerca di diventare Modugno, e i perfetti bilanciamenti tra quello che accade nell’hic et nunc della scena nell’interazione con video come in “Cosa sono le nuvole” o “La donna riccia”. Nell’avventura del raccontare tra passato e presente, la scena si veste di suoni e colori, a seconda anche degli stati d’animo. Fiorello ora è se stesso, ora è suo padre, ora è Modugno e, a seconda dei momenti, si rivolge al suo picciriddu che ancora lo accompagna, timido, ma con le ali che possono volare. «Le parole sono parole» bisogna saperle usare e tutte le persone di Penso che un sogno così… lo sanno ed è così che tra emozione, nostalgia e sorrisi siamo traghettati nell’avventura della vita è sogno.

“Penso che un sogno così…”, di Giuseppe Fiorello e Vittorio Moroni, è in scena al Teatro Manzoni di Milano fino al 30 novembre. Lo spettacolo proseguirà la tournée fino a marzo 2015, toccando tra le varie città: Verona dal 2 al 4 dicembre, Chiasso 6 e 7 dicembre, Savona dal 10 al 12 dicembre, Firenze 20 e 21 dicembre, Roma dal 22 gennaio al 1 febbraio 2015, Torino dal 12 al 15 febbraio, Caserta dal 20 al 22 febbraio, Cagliari dal 5 all’8 marzo.

Maria Lucia Tangorra

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Autore dell'articolo: Maria Lucia Tangorra

Nata a Conversano (Ba) nel 1987, da alcuni anni si è trasferita a Milano per coltivare la passione per cinema, teatro e giornalismo col desiderio di farne un lavoro. Free-lance, critico e corrispondente dai festival per web magazine di cinema e teatro; ha realizzato anche reportage e approfondimenti di spettacoli tra cui “Invidiatemi come io ho invidiato voi” di T. Granata e “Un giorno torneranno” ideato e interpretato da S. Pernarella. Si è appassionata al cinema e al teatro vedendo recitare gli attori forgiati dal maestro Orazio Costa Giovangigli e da lì ha cercato di conoscere i diversi modi di fare e vivere il teatro e il cinema (senza assolutamente disdegnare alcuni lavori televisivi di qualità). Quando ha sentito sul palco queste parole: «Sai cosa vuol dire vivere in un sogno? Ciò che tu non sei, sei: e, ogni notte, lo frequenti» (dal testo teatrale “Orgia” di P. P. Pasolini) ha pensato che questo accade quando ci si immerge nel buio della scatola magica e della sala cinematografica. Grazie a questo lavoro fatto anche di incontri umani, non solo professionali, pensa che senza il teatro e il cinema il respiro sulla vita sarebbe diverso perciò, nonostante tutto e tutti, crede che di cultura e arte si possa vivere e che le passioni possano trasformarsi in una professione.

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