Gianmarco Tognazzi, l’intervista
6 agosto 2016
Maria Lucia Tangorra (135 articles)
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Gianmarco Tognazzi, l’intervista

La 14esima edizione del Salento Finibus Terrae è stata una preziosa chance di incontro con diversi artisti. Oltre all’attrice Alessia Barela e al regista Giorgio Amato, in rappresentanza del film Il Ministro c’era Gianmarco Tognazzi. Negli ultimi mesi lo avevamo visto nella fiction di Canale5 I Misteri di Laura con Carlotta Natoli e Daniele Pecci, che Cultura & Culture aveva seguito con interesse e curiosità. Con affabilità, l’attore romano ha concesso un’intervista a tutto tondo, partendo dal film presentato al festival pugliese per poi spaziare nel suo lungo percorso professionale fino ai giorni nostri. È ormai risaputo il suo essere schietto e non ha timore di raccontare il polso della situazione, così come è nota anche l’apertura di Gianmarco Tognazzi verso le giovani leve.

Come definiresti, con pochi aggettivi, Franco, il tuo personaggio ne Il Ministro?
(risponde senza peli sulla lingua, nda) Uno stronzo! Questo film parte con uno stronzo di un cane, che è simbolico, ed è costellato di personaggi aberranti, nessuno si salva. Il bello de Il Ministro è di riuscire a essere divertenti nel lato di commedia allo stesso tempo su dei difetti che sono nell’animo di tutti e sei i personaggi a maggior ragione di quello di Franco che è anche il più stressato e con più ansia da prestazione. Lui vuole che tutto vada come ha previsto per salvare la baracca. Infatti non si tratta di un film sulla corruzione, ma dovrebbe far riflettere su quanto ormai chiunque è pronto ad accondiscendere. Tutti sono predisposti a essere servili nei confronti del potere, anche andando contro le proprie idee e morale pur di difendere quello che si ha o che si vuole ottenere per stare meglio. Questo è il nodo: l’amoralità, che in questo caso è tra imprenditoria e politica, ma poteva essere anche tra imprenditoria e imprenditoria. Ad esempio “io, in quanto capo, vengo invitato da un dipendente” o un dipendente che invita a casa un operaio. Nei gradi delle gerarchie quanto, chiunque è pronto, avendo un amico potente, a imbonirselo pur di ottenere un privilegio?

Gianmarco Tognazzi, qual è stata la tua prima reazione di fronte a una sceneggiatura così diretta e senza remore di mostrare?
Lo avrei fatto a qualsiasi condizione perché raramente, a me, è capitato di avere un’opportunità del genere, invece, è il tipo di cinema che amerei fare e che avrei voluto fare anche di più in passato perché c’è pure il lato comico. È l’occasione di poter realizzare, attraverso la caratterizzazione di un personaggio, una critica sociale a quello che non ti piace e che ti dà fastidio. A me non interessa proprio rappresentare me stesso, è normale che una parte di me c’è comunque nei ruoli che interpreto e possono esserci anche delle assonanze con il Franco de Il Ministro su dei miei difetti che vado ad accentuare nel momento in cui lo incarno. Il divertimento sta nel confezionare una critica tramite qualcosa che è diverso o lontano da te, è questa la forza.

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Non vogliamo spoilerare l’evoluzione del tuo Franco, ma da artista e da uomo, ti sei posto una domanda su come mai si sia arrivati a una deriva tale?
No, perché è talmente diffusa ed evidente, gira tutto intorno a questo, a qualsiasi livello nella nostra società. Ciò che accade a Franco – e non lo riveliamo – è l’epilogo grottesco di un uomo così cretino e disperato da compiere ciò che si vede nel finale del film. Qui risiede anche il grottesco della situazione, che è una cifra che apprezzo molto e che si rifà a un cinema della commedia all’italiana degli Anni ’60. Attualmente nel nostro cinema, invece, si propende per l’ammiccamento con scelte buoniste e il politcally correct. Il Ministro è stata un’opera girata in 16 giorni, in condizioni estreme e registrando anche l’apprezzamento, con tutti i piccoli difetti che il lungometraggio può avere, mi chiedo se avesse avuto a disposizione quattro settimane e una somma da low budget e non ancora più inferiore, come invece è stato, magari sarebbe stato ancora più ricco. Al di là di questa considerazione, il film ha una sua forza e questo vuol dire che la scrittura era forte già in partenza. 

Pensando, oggi, al tuo percorso, come vedi il fatto di aver iniziato già a sei anni?
Lì giocavo. Per quanto mi riguarda, la mia carriera comincia neanche da quando è segnato in curriculum. Inizia dal teatro nel ’90-’91 con Crack perché lì ho messo in pratica ciò che avevo studiato con Beatrice Bracco, applicando un modo diverso di approcciarmi ai personaggi. Prima facevo quello che non amo adesso, cioè me stesso nella mia spontaneità, cambiato di vestito senza un lavoro sulla parte di turno. Lì la considero gavetta di livello istintivo, ma lo dico con tutto il rispetto verso quelle esperienze compreso “Vacanze in America” (film del 1984 di Carlo Vanzina, nda), è solo che allora c’era la totale inconsapevolezza del mestiere.

Gianmarco è l’insegnamento che ti ha più lasciato la formazione con la Bracco?
Tutto. La consapevolezza dei miei limiti, la voglia di superarli sempre così come l’input di realizzare tutto il mio percorso, indipendentemente dall’interesse da parte degli altri, cercando di farlo coincidere il più possibile con quello che vuole il regista. Io vedo la mia professione ancora in maniera antica: secondo me io devo realizzare quello che ha in testa il regista tentando di farlo corrispondere con la mia analisi del personaggio.

Tognazzi ne "Il Ministro"

Tognazzi ne “Il Ministro”

Quindi a te non sfiora l’idea di passare dietro la macchina da presa come stanno facendo tanti attori?
Assolutamente no. Ovviamente non posso dire che un giorno non decida di farlo.

Hai fatto molto teatro off nei teatri romani, che lezione ti ha trasmesso quel periodo?
Purtroppo è stata solo una parentesi che è durata il tempo della fenomenologia. Ahimè questo è un Paese che va dietro ai fenomeni che si auto-generano, in tutti i sensi, e poi fatica, anche quando trova una quadra, a farlo diventare sistema. È un peccato che la drammaturgia contemporanea italiana fatta di registi, autori, attori abbia avuto solo un momento in cui c’è stata grande attenzione e poi è stata lasciata alla deriva. Il nostro grosso problema, in ogni campo, risiede nel dare continuità a quelle cose che non dovrebbero solo auto-generarsi e salire su un carro, ma bisognerebbe cercare di farle diventare sistematiche.

Non riconosci degli autori contemporanei italiani?
Li riconosco, ma la fenomenologia non è più verso la drammaturgia contemporanea italiana. Lo è stata quando è diventato un caso tra la fine degli Anni ’80 e tre quarti degli Anni ’90, poi è partita la fenomenologia del musical che ha soppiantato la drammaturgia contemporanea di prosa e adesso magari tornerà come accade con le mode. Mi auguro che si verifichi, ma credo che dovrebbe tornare come sistema, come modo di portare i giovani a conoscere i giovani autori e ad appassionarsi a un certo tipo di fare teatro e a seguirlo.

Nel tuo iter hai dimostrato molta versatilità, decidendo anche di prendere parte ai musical ad esempio...
Il rischio di metterti alla prova sui tuoi limiti è lo stimolo per realizzare qualcosa anche perché sono uno che si annoia nel vedere le cose ripetute. Non ho l’ossessione per cui devo sorprendere, ma non mi diverto io se ripeto qualcosa che riapplico a personaggi differenti solo perché è più comodo e se non mi viene richiesto da qualcuno provo a proporlo o imporlo io. Il teatro, invece, ti dà la possibilità di fare una crescita col personaggio che è esponenziale col cambio del pubblico ogni sera e una ricerca molto più approfondita, laddove i tempi cinematografici e televisivi ti costringono a tenere molto compresso il tutto.

Quali sono i prossimi progetti di Gianmarco Tognazzi?
Torno a teatro, all’Eliseo di Roma, all’interno del progetto dedicato a David Mamet voluto da Luca Barbareschi. Insieme a Sergio Rubini, Francesco Montanari, Roberto Ciufoli, Gianluca Gobbi, Giuseppe Manfridi andremo in scena dal 27 settembre con Americani (Glengarry Glen Ross)” (in scena fino al 30 ottobre, nda). Mi fa piacere tornare anche a fare uno spettacolo corale, è per me un bel modo di rimettermi in gioco dopo aver rivestito per anni il protagonista assoluto.In molti, poi, mi stuzzicano sul fare “Il Ministro” a teatro e sto iniziando a pensarci davvero.

Sul piano artistico, c’è qualcosa che tu non hai ancora indagato di te stesso?
Tutto sta nelle opportunità che ti vengono date e le possibilità devono offrirtele gli altri. Ci sono tantissimi registi con cui mi sarebbe piaciuto lavorare, evidentemente non rientro nei loro gusti o scelte. Ciò che mi infastidisce è quando ti senti dire: “bisogna trovare il personaggio giusto per te”, sembra quasi che si debba trovare qualcosa che mi assomigli e proprio per questo mi sono impegnato nel diversificare il più possibile. Adesso non dico di poter fare tutto, però, all’interno di un film, posso adattarmi a svariate sfaccettature. Quando mi sento dire quella frase, ricollegandomi a ciò che si diceva, mi verrebbe da dire: in base a quale consapevolezza della mia duttilità. Detto questo, io non posso far altro che mettermi a disposizione, dalla partecipazione al protagonista, dalla commedia al dramma. Ho lavorato con Marco Bellocchio e ho lavorato molto volentieri con Giorgio Amato, sono riconoscente a tutti e due di avermi dato delle opportunità completamente diverse, ma estremamente importanti per la mia crescita.

Gianmarco Tognazzi con la Tognazzi Amata

Gianmarco Tognazzi con il vino “la Tognazzi Amata”

Abbiamo parlato del prossimo impegno teatrale, hai da anticiparci qualcosa per cinema o tv?
Attualmente sto finendo una partecipazione in Niente di serio dell’esordiente Laszlo Barbo. Si tratta di una commedia con Claudia Cardinale, è la storia di due donne che scappano da una casa di riposo. Io, dal canto mio, cercherò di caratterizzare questo personaggio che mi diverte molto anche nelle sue bassezza e meschinità. Poi c’è la mia vera passione, il vino, la Tognazza. È diventata la mia valvola di sfogo principale e va da sé che, quando ci sono delle occasioni interessanti, faccio anche l’attore.

Hai invertito?
Sì perché sennò rischi di starci male se non arrivano opportunità che pensi di meritare e, in passato, infatti ne ho sofferto. Adesso ho altre cose che impegnano la mia vita. Se capitano progetti interessanti o quei rapporti interpersonali per cui sento la fiducia nei miei confronti, allora aderisco molto volentieri, alternando dalla pubblicità a teatro, cinema e webseries.

L’idea de “la Tognazza amata” è venuta naturale?
Sono cresciuto lì, sono scappato quando avevo diciotto anni e sono tornato a trentasette/trentotto. Ho avuto la voglia di fare un omaggio a Ugo, mi sono appassionato al vino e ho avuto l’intuizione di non fare il conservatore dicendomi: papà era un innovatore, mi chiederebbe questo oggi. Lui non aveva mai pensato di fare un’azienda, la chiamava la Tognazza perché gli piaceva giocare sull’idea di cantina a scopo famigliare, non voleva farne un brand. Io, invece, ho provato il desiderio di tentare di farlo arrivare agli altri amici di Ugo e cioè il pubblico che l’ha amato e che sapeva quanto fosse un grande precursore del biologico o dell’orto fatto in casa. Successivamente mi sono talmente appassionato che è diventata la mia prima occupazione e ho immaginato quale potesse essere l’evoluzione della filosofia introdotta da mio padre ed è nata la Tognazza amata. Al suo interno c’è un team che va dai ventisei ai trentasei anni, con cinque donne su otto a capo delle aree più rilevanti. Io credo molto nello spirito d’iniziativa e intraprendenza dei giovani italiani che, molto spesso, sulle aziende non hanno la possibilità di esprimersi. Io gli do la mia visione, folle in alcuni casi, e loro mi fanno delle proposte che vengono realizzate come possono essere, ad esempio, le etichette ironiche. Abbiamo pensato anche a una comunicazione diversa, basata molto sulla convivialità e la condivisione.

Bellissima quest’apertura che hai verso i giovani…
Il mio enologo ha trentadue anni.

Sì, però non è scontato avere quest’approccio.
Lo faccio perché mi sento di farlo. Io, per esempio, ho rifuggito la troppa seriosità che c’è dietro al mondo del vino. Tenendo a mente sempre papà, che era un uomo auto-ironico, ho pensato fosse giusto produrre seriamente le cose, ma comunicarle anche in modo divertente altrimenti rischi di essere pesante o auto-celebrativo.

Adesso è diventata sempre più una moda introdurre la cucina nei film…
Sì, però ho avuto un padre che è partito per primo e mi sembra giusto ricordare che ha fatto da apripista. Diamo a Ugo quel che di Ugo nelle sue intuizioni.

Maria Lucia Tangorra

Maria Lucia Tangorra

Nata a Conversano (Ba) nel 1987, da alcuni anni si è trasferita a Milano per coltivare la passione per cinema, teatro e giornalismo col desiderio di farne un lavoro. Free-lance, critico e corrispondente dai festival per web magazine di cinema e teatro; ha realizzato anche reportage e approfondimenti di spettacoli tra cui “Invidiatemi come io ho invidiato voi” di T. Granata e “Un giorno torneranno” ideato e interpretato da S. Pernarella. Si è appassionata al cinema e al teatro vedendo recitare gli attori forgiati dal maestro Orazio Costa Giovangigli e da lì ha cercato di conoscere i diversi modi di fare e vivere il teatro e il cinema (senza assolutamente disdegnare alcuni lavori televisivi di qualità). Quando ha sentito sul palco queste parole: «Sai cosa vuol dire vivere in un sogno? Ciò che tu non sei, sei: e, ogni notte, lo frequenti» (dal testo teatrale “Orgia” di P. P. Pasolini) ha pensato che questo accade quando ci si immerge nel buio della scatola magica e della sala cinematografica. Grazie a questo lavoro fatto anche di incontri umani, non solo professionali, pensa che senza il teatro e il cinema il respiro sulla vita sarebbe diverso perciò, nonostante tutto e tutti, crede che di cultura e arte si possa vivere e che le passioni possano trasformarsi in una professione.

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