Fabrizio De Andrè, “Creuza de ma” visto da Dori Ghezzi e Mauro Pagani

FABRIZIO-DE-ANDRE_Foto_Reinhold_Kohl_95_b Sono trascorsi 30 anni dalla pubblicazione di Crêuza de mä, album capolavoro di Fabrizio De Andrè. Tre lunghi decenni dall’uscita di quel disco che tanto ha suscitato scalpore e che critica e discografici inizialmente non comprendevano, vuoi per i brani cantati in dialetto genovese, vuoi per le sonorità etniche ricercate e, fino a quel momento, mai sperimentate da alcun artista italiano. Oggi l’amico e storico braccio destro di Faber, Mauro Pagani, insieme alla compagna del cantautore scomparso, Dori Ghezzi, hanno deciso di realizzare un nuovo mixaggio del disco del 1984, pubblicando tre diverse versioni del progetto e offrendo al pubblico anche la raccolta di esecuzioni live di De André: un’edizione speciale con un libro di 208 pagine e 2 cd (album originale remixato + “La mia Genova”), vinile 180 grammi (album originale + versione inedita di Jamin-a) e doppio cd (album originale remixato + “La mia Genova”).

faber-1«I discografici non sapevano mai cosa aspettarsi da Fabrizio – spiega Pagani –. Era davvero bravo a nascondere, fino all’ultimo momento, il contenuto del nuovo disco. Ricordo che il direttore della Ricordi appoggiò subito in maniera carbonara il progetto di De André, pur sapendo poco o nulla del disco. Disse: speriamo di venderne almeno qualche copia a Genova!». E invece le copie vendute furono tantissime, quasi 100mila in poco meno di un anno. «Fabrizio veniva da due dischi live con la PFM e dal grande successo de “L’Indiano”, album capace di vendere 300mila copie – aggiunge Pagani –. “Creuza de ma” è stato il primo lavoro di una nuova era ma anche l’ultimo di un’altra era. L’Italia, a cavallo tra anni Settanta e Ottanta, era all’avanguardia, attenta alla musica contemporanea, ma capace di preservare e valorizzare la tradizione popolare. C’era molta attenzione per il recupero del canto popolare, pensiamo per esempio agli Area, a Pino Daniele, Napoli Centrale, Moni Ovadia. “Creuza de ma” è figlia della cultura mediterranea, soprattutto turca. Ho trascorso otto anni a stretto contatto con questa terra, ascoltando qualsiasi tipo di materiale in modo quasi ossessivo. Una passione che ho trasmesso anche a Fabrizio. E dalla nostra collaborazione è nato il disco».

Nella foto Dori Ghezzi
Nella foto Dori Ghezzi

Un album che irrompe sul mercato e ne cambia regole e abitudini, canzoni cantate in genovese con ritmi e sapori etnici mai sentiti prima, e che oggi si possono ascoltare vestiti di nuove sonorità e di inedite variazioni grazie al progetto fortemente voluto dalla Fondazione Fabrizio De André: «Era un desiderio, un sogno che volevo realizzare da tanto tempo – commenta Dori Ghezzi –. Avendolo vissuto da vicino, negli studi, tra ricordi e risate, abbiamo pensato di recuperare materiale anche inedito di quell’incredibile mondo sonoro. Volevamo far sentire ciò che sapevamo esistesse ma che era rimasto purtroppo sommerso. Come la versione inedita di Jamin-a. Un giorno sono arrivati dalla Germania dei nastri che contenevano una versione addirittura funk del brano. E’ stato emozionante e curioso riscoprirla». Dori e Mauro hanno aperto la scatola dei ricordi, rivivendo i momenti di intenso lavoro ma anche di divertimento accanto a Faber. «Aprivamo nastro per nastro – spiega Pagani –. Pista per pista. Per oltre un mese non abbiamo fatto altro che ascoltare registrazioni inedite, voci, commenti, risate. Un percorso affascinante e allo stesso tempo doloroso, fino a produrre il mixaggio per Creuza de ma 2014». Un progetto elaborato con assoluto rispetto nei confronti dell’arte e della genialità di De Andrè: «Fabrizio era un maniaco insopportabile! Sempre preoccupato che tutto fosse perfetto – racconta Pagani – Ricordo che ci trovavamo spesso a casa mia, in una stanzetta simile ad una cantina. Registravamo i brani ma eravamo spesso disturbati dal rumore di uno scaldabagno Zoppas. Beh, alla fine, tra i suoi etnici più belli del disco c’è anche quello!».

fabrizio-de-andre-creuza-de-ma-30th-anniversa-L-AML4A1La svolta linguistica compiuta con “Creuza de ma” è stato come un tornado sia per la storia della musica italiana, sia per quanto riguarda il modo di esprimersi e di pensare di Faber. «Lui si sentiva come imprigionato dalla lingua italiana – spiega Dori –. Mi chiedeva sempre: ma si capirà? Il testo è chiaro? Devo scandire meglio le parole? Lo chiedeva anche al ragazzino del bar. Ma con “Creuza de ma” tutto è cambiato. Ha cominciato a liberarsi, a sciogliersi e a fregarsene. E’ diventato finalmente un bluesman! Addirittura dopo l’esperienza in dialetto genovese, non voleva più saperne di tornare a cantare in italiano. E’ stata dura convincerlo». Un nuovo modo di esprimersi e di raccontare storie legate alla sua amata Genova. Un disco che ha permesso a De André di aprire porte fino a quel momento chiuse a doppia mandata e di sperimentare negli album successivi, da Le Nuvole ad Anime Salve, cantando anche in sardo e napoletano. «Fabrizio amava i dialetti. Mi chiedeva sempre di parlargli in milanese – confessa Dori Ghezzi – Con Creuza si è liberato dal gioco anglosassone, per certi versi anche americano e dylaniano, in cui dominavano rock, pop ed elettronica. Mi diceva: Basta con gli americani! Belìn!».

 “Creuza de ma 2014” riprende e approfondisce, attraverso testi, suoni, immagini, l’idea del viaggio e l’amore per il mare di Faber. Un disco molto occidentale con passo etnico, che racchiude in sé la voglia di scoperta e di contatto con altre culture e realtà lontane. «Un viaggio però solo immaginato, letterario, un po’ alla Salgari – precisa Pagani –. Anche a livello musicale, il disco è classificato come world music, ma in realtà i musicisti del mondo non ci sono perché di suoni e note ce ne siamo occupati solo io e Fabrizio». «Le storie raccontate sono però vere – spiega Dori – così come i personaggi genovesi hanno identità precise. Nel libro abbiamo raccolto tante testimonianze di amici ma anche di persone che non hanno mai conosciuto De André e che lo hanno amato e sostenuto. Pagine nelle quali si affronta un viaggio nei ricordi, nel quale Sandro Veronesi fa da file rouge e prende per mano tutti gli ospiti per accompagnarli da Genova verso altre mete. Nel libro abbiamo raccolto le parole di Giovanni Soldini, Paolo Fresu, dello stilista Marras e di molti altri che interpretano e raccontano, secondo la propria sensibilità, Creuza de ma».

Silvia Marchetti

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Autore dell'articolo: Silvia Marchetti

Silvia Marchetti
Silvia Marchetti, nata a Mirandola (Modena) nel 1981, è giornalista pubblicista e web designer. Laureata in Scienze Politiche presso l’Università di Bologna, si occupa da anni di Cultura e Spettacoli, pubblicando articoli, recensioni e interviste relative al mondo del teatro, del cinema e, in particolare, della musica. Tra le sue passioni, la buona cucina, i concerti, la moda e Milano, città in cui ha deciso di vivere.

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