Street Artist, SOLO: «Io? Supereroe con superproblemi»

SOLO è un famoso street artist romano la cui produzione pittorica – su tela o su muro – ha la particolarità di essere incentrata sui supereroi. Estratti dalle pagine dei fumetti, inseriti in contesti di vita normale, umanizzati, i suoi personaggi insegnano all’osservatore a essere il vero supereroe affrontando ogni giorno a testa alta le sfide che la vita gli pone dinnanzi, senza arrendersi di fronte alle difficoltà. Un potente messaggio di speranza inserito all’interno del quel progetto di riqualificazione estetico-artistica della strada, che quotidianamente tutti noi viviamo, che è la street art oggi, di cui SOLO è uno dei maggiori esponenti italiani. Il desiderio di lasciare un segno positivo permea tutta l’attività dell’artista, dai muri alle mostre nelle gallerie, senza dimenticare l’impegno in progetti di carattere sociale, come per esempio quello che fonde l’arte urbana e la didattica per scuole elementari. Noi lo abbiamo intervistato per voi.

primavalle per muracci nostri

 

Innanzitutto ti chiederei di presentarti ai nostri lettori, parlandomi dell’artista e dell’uomo che c’è dietro al nome dello street artist SOLO…
 Questa prima domanda è abbastanza onmicomprensiva, quanto spazio abbiamo a disposizione? Innanzitutto io sono dei pesci, un segno che già di per sé ha due facce, in più avendo una normale vita privata e un alterego le personalità divengono quattro e dunque dire chi sono è un po’ complicato. Scherzi a parte, diciamo che le frasi in cui mi riconosco maggiormente sono: «supereroe con superproblemi» non perché io sia un supereroe, ma perché affronto ogni giorno dei superproblemi e «da grandi poteri derivano grandi responsabilità» intendendola nel senso che qualsiasi potere tu abbia – che sia saper ascoltare un amico o essere in grado di rendere felice tua madre – è una tua responsabilità utilizzarlo a beneficio degli altri, metterlo a loro servizio. Ciò detto, sono una persona abbastanza normale, conduco una vita del tutto simile a quella degli altri: ho una famiglia, pago un affitto, mi fa male il dente del giudizio, ecc. Ho le turbe che hanno tutti, anzi, forse io ne ho un po’ di più perché sono una persona molto cervellotica e per questo – a volte – mi piacerebbe vivere come i personaggi dei film di Maccio Capatonda, come l’italiano medio. Inoltre sono anche piuttosto cagionevole! Però credo di compensare tutto questo con altro, quel che credo mi differenzi dal resto delle persone è che io ho investito veramente la totalità del mio tempo, delle mie energie e della mia vita in quello che faccio; sto inseguendo un sogno, voglio arrivare ad un punto e quindi – purtroppo – per me non esiste quasi nient’altro al di fuori della mia attività. Spesso lavoro anche venti ore al giorno, essendo il capo di me stesso nessuno mi obbliga, potrei non farlo, ma in questo modo non arriverei da nessuna parte, cerco quindi d’investire il più possibile in quello in cui credo, sacrificando tutto in nome di un qualcosa che forse neanche esiste. Un giorno potrei pentirmene amaramente, però per ora la ritengo la cosa più giusta per me. Diciamo che vedendola da un punto di vista psicologico si potrebbe dire che io mi sono chiuso in questo mondo lavorativo per superare altri traumi, altre perdite, ma non mi sembra il caso di andare oltre. Diciamo che sono una persona normale, paranoia più paranoia meno, frutto delle gioie e dei dolori che ho vissuto. Se poi vogliamo parlare di cose come il fatto che adoro mangiare, leggere o il cinema, penso siano passioni comuni a ogni mio coetaneo. Sono nato a Roma, dove vivo tuttora, ho avuto la fortuna di viaggiare molto e sono fermamente convinto che viaggiare sia una delle cose più belle che si possano fare nella vita. Così almeno oltre a viaggiare con la mente, viaggio anche con il corpo! Ho frequentato il liceo scientifico e poi l’Accademia di Belle Arti, ma queste sono informazioni didascaliche che non penso v’interessino.

 

 

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SOLO, con i tuoi supereroi utilizzi un codice in grado di superare le barriere nazionali, ma vorrei sapere se e come influisce nel tuo lavoro l’essere italiano e in particolare romano.
Non so come possa influire perché essendo romano e italiano non so cosa potrebbe cambiare se fossi di un’altra nazionalità. Mi viene in mente una frase di Fabri Fibra: «se fossi nato in America la mia faccia sarebbe sulla copertina del Times»; e poi mio nonno che era solito dire che camminando su un sentiero di montagna si fanno tre passi avanti e uno indietro. Dunque fai una fusione delle due frasi! In Italia in realtà si può lavorare e con tanta fatica lo si può fare anche pseudo-bene, il problema è che su lavorassi all’estero come qui in Italia andresti molto più avanti e molto più in fretta, perché purtroppo qui sei frenato da molti fattori come il provincialismo, la burocrazia, il menefreghismo. È più faticoso, ma si può fare. Nel mio campo ci sono molti street artist, pittori, artisti italiani che hanno raggiunto un ottimo livello internazionale quindi è possibile, però immagino – forse anche un po’ per giustificarmi – che sia più complesso rispetto al resto del mondo. Magari se lavori venti ore al giorno a New York o a Londra in due o tre anni raggiungi dei risultati più sostanziosi di quanto tu non li raggiunga in Italia. C’è da dire che secondo me qualcosa di buono abbiamo: l’italiano me lo immagino, senza nulla togliere agli altri s’intenda, con un senso di visione d’insieme più sviluppato. Noi riusciamo ad avere una visione d’insieme e gestionale diversa dagli altri che magari sono più specializzati nei dettagli o in settori precisi, mentre gli italiani sono in grado di amalgamare il tutto ad un altro livello; di buono abbiamo questo. Diciamo che comunque quando vado a lavorare all’estero mi rendo conto di avere una velocità di pensiero e una sveltezza di mano che un po’ è differente dagli altri, per non dire superiore. Quindi possiamo riassumerla come una superiorità individuale che si contrappone ad un’inferiorità collettiva rispetto agli altri Paesi. E poi ovviamente da romano penso che questa superiorità individuale sia forse maggiormente insita nel popolo di Roma; so che così dicendo m’inimicherò il resto della penisola, ma credo che il romano sia naturalmente dotato di quell’astuzia bonaria che gli fornisce una marcia in più. Dunque io non soffro questo mio essere italiano nel piccolo, ma in una sfera più ampia, quando lavorando penso che il mio Paese potrebbe dare e darmi molto di più, mentre realmente le persone che lo gestiscono quel più lo tengono per loro e questo mi amareggia. Noi potremmo fare molto di più, raggiungere dei risultati più alti, potremmo fare veramente la differenza, ma non ci viene permesso ed è frustrante. Magari in futuro le cose cambieranno, quando le nuove generazioni arriveranno a dirigere il Paese, sono abbastanza fiducioso. Io potevo andare a vivere all’estero, non l’ho fatto per motivi familiari: ho perso mio padre da piccolo e quando si è presentata l’occasione non ho voluto abbandonare mia madre per andare a inseguire i miei sogni, desideravo rimanerle a fianco proseguendo questo percorso di vita insieme anche non abitando più sotto lo stesso tetto. Quindi sto cercando di fare il massimo pur stando a Roma ed è probabilmente per questo motivo che sono iperattivo e lavoro così tanto: devo compensare il gap dato dall’operare nella mia città e nel mio Paese.

nina_ solo + pittori anonimi + poeti der trullo + pepsy

Negli ultimi anni hai lavorato sia in Italia che all’estero, ci sono differenze nel modo in cui la popolazione e le istituzioni si approcciano e recepiscono la street art nelle diverse nazioni?
Sicuramente c’è una differenza perché in primis sono le persone a essere diverse e quindi percepiscono tutto in modo ineguale ed in questo tutto rientra ovviamente anche l’arte e la street art. Roma è una città che artisticamente dice la sua da centinaia, migliaia di anni, ma per quanto riguarda l’arte moderna forse le altre città – non avendo un background artistico pari alla nostra capitale – tendono a essere più attente e a coccolarla un po’ di più. È come se Roma, essendo una città d’arte, cresciuta con essa, non faccia molto caso a quel che accade in questo ambito proprio perché è troppo abituata, mentre invece città nuove, che hanno poche centinaia di anni, non avendo nulla di antico sono più accorte a quello che è poi l’arte moderna e contemporanea. Detto questo Roma negli ultimi anni ha fatto davvero passi da gigante per quel che riguarda l’arte urbana ed attualmente, a mio parere, è sicuramente tra le prime tre città europee per quantità e qualità di muri. In pochi anni sono stati portati a termine moltissimi lavori che hanno fornito un enorme beneficio agli abitanti della città; evitando di portare avanti una sterile polemica su chi li ha fatti, perché e come, giusto o sbagliato che sia, è necessario ricordare che le persone hanno avuto tantissimo da quella che viene – un po’ erroneamente – chiamata street art. Questo sicuramente è positivo perché negli anni a rimanere saranno solo le opere d’arte di cui gli abitanti del quartiere potranno friure liberamente e non le polemiche che restano tra gli addetti ai lavori. Vivendo a Roma e conoscendo tutti i retroscena, i vari backstage e le voci di corridoio, io so dietro a ogni attività o muro che tipo di equilibri e rapporti umani sussistono e questo mi porta ad avere una visione d’insieme di quello che succede nella mia città; mentre all’estero ci si va per brevi periodi, si lavora e poi si torna a casa, questo non ti dà modo di conoscere approfonditamente le dinamiche del luogo lasciandoti un’immagine apparentemente più pulita: non è che lì non ci siano le stesse problematiche, semplicemente sei tu che venendo da fuori non hai il tempo di capirle e conoscerle bene come nella tua città.

 

Come avviene e si sviluppa il tuo processo creativo? Parti da un’idea, un messaggio, un muro, ecc.
Innanzitutto le opere non sono tutte dello stesso tipo, quindi cambia un po’ anche il processo creativo. Se ho una commissione, cerco di capire cosa vuole la persona che mi ha richiesto l’opera, cerco di entrare in contatto con i suoi desideri, anche perché il quadro o il muro devono poi piacergli; provo dunque a fare quel che desidero, a immettere nel lavoro il messaggio che voglio portare ed il mio stile fondendolo con quella che è la visione del committente perché se fai solo ciò vuoi tu, vieni si retribuito, ma rischi che dopo un mese la tua opera venga gettata e io non aspiro a questo. Per quel che riguarda le opere che creo autonomamente, prendono forma attraverso delle mie visioni che, volendo condividere con gli altri, decido di realizzare. Io vedo l’opera prima nella mia mente, ovviamente non identica a com’è una volta terminata, ho già un’idea di quello che voglio realizzare, ma in corso d’opera le cose cambiano, si evolvono. Metto in pratica le mie visioni personali per condividerle. Per le idee io funziono come un tritatutto, nel senso che prendo spunto dai film, dalle canzoni, da quel che vedo per strada, dai fumetti che leggo e poi metto a frutto tutto nella mia opera. Cerco sempre di sperimentare perché se si usi solo le tecniche che ben conosci, non cambi mai, non riuscirai mai a evolverti. Penso sia importante rischiare sempre di rovinare il quadro o il muro. Mi spiego: sperimentare tecniche nuove può essere un azzardo per la buona riuscita dell’opera, ma per me è importante provare tecniche e cose nuove perché solo così facendo potrai scoprire procedimenti, migliorarti ed evolverti. Se poi una tela non dovesse andar bene, si può comunque ricoprire e fare un’altra cosa. Però diciamo che di base il mio processo creativo si sviluppa così: faccio una cosa, è decente, rovino, rovino, rovino, la sto per buttare, rovino, rovino, rovino e poi esce una bomba! Almeno per me! Poi ovviamente i muri hanno tantissime variabili, devi capire quanti giorni hai a disposizione, quant’è grande il muro, quanto budget hai a disposizione per i colori, che richieste cromatiche ti vengono fatte ed altre innumerevoli variabili da tenere in considerazione. Per quanto riguarda i soggetti, io amplifico delle vignette di fumetti, le decontestualizzo e le riporto su muro per farle conoscere a tutti quelli che magari non hanno più il tempo di leggere fumetti o non fa parte della loro cultura personale. Credo sia importantissimo non prendere un muro per appropriarsene totalmente, senza tenere minimamente conto del posto dove si è o delle persone che la ospitano. Come diceva un mio collega la street art di base è un atto violento perché tu imponi un’immagine su un muro alle persone che passano e che comunque non te l’hanno chiesta, ma io in questo atto violento cerco comunque di tener conto di chi fruirà l’opera perché finito il mio lavoro io me ne andrò, ma gli abitanti del quartiere lo vivranno ogni giorno, amandolo e difendendolo in quanto parte della loro vita. Se fai una cosa che è solo tua, esterna a loro, l’opera è solo un’imposizione, ti sei preso lo spazio pubblicitario grande per promuovere il tuo nome, ma secondo me non adempi a quella che è la missione dell’arte pubblica e murale. La street art dev’essere un qualcosa che tu fai per le persone. Con questo non voglio dire che loro debbano decidere e tu sia solo un esecutore perché comunque hai la tua visione, sei un artista e con la tua arte spezzi anche degli schemi, magari con l’utilizzo di un particolare, una citazione od un dettaglio. Non dev’essere un’arte didascalica, dove cioè tu racconti della persona o del quartiere, ma attraverso un legame – anche piccolo – devi far capire perché quella determinata opera è collocata lì e non altrove. Non mi piacciono le opere che potrebbero essere collocate ovunque e sarebbero sempre le stesse. Per entrare più nel dettaglio io utilizzo sia colori liquidi, quindi acrilici al pennello, che spray perché cerco di prendere il meglio entrambe le tecniche. Tento di spremere al meglio la tecnica pittorica a pennello, con le sue vibrazioni, con le sue campiture piatte, con le particolari sfumature, le linee e il tratto variabile che solo il pennello può dare e al contempo cerco di ottenere il massimo dallo spray: quindi le grandi sfumature nebolose, i tratti un po’ sporchi, le gocce, ecc. E provo a fondere il tutto in maniera armoniosa. Pur facendo figurativo, cerco d’imbrigliare le vibrazioni e le colorazioni dell’astratto all’interno di una figura, colorare una figura come se fosse un quadro astratto è la parte maggiormente metafisica della mia attività artistica.

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C’è un tuo lavoro a cui ti senti particolarmente legato?
Non per essere banali, ma i lavori sono un po’ come i figli. Ovviamente li ricordo e sono legato a tutti quanti, di ognuno ho dei ricordi stupendi. Si tratta di un percorso, dunque ogni tela o muro conduce al successivo, è una catena che secondo me non si può spezzare, ogni lavoro c’è perché c’è quello precedente. Quindi faccio un rapido excursus: mi ricordo benissimo i primi lavori con Andrea Ambrogio che mi ha insegnato a dipingere e li ricordo con una nostalgia e una malinconia infinite; rammento le prime tele ideate e vendute da me, quando ancora le persone non sapevano che ero un pittore e dovevo dirlo ogni volta; ricordo tutte le mie mostre, la gavetta che ho fatto e sto facendo tuttora, la prima mostra importante con la mia curatrice Marta Gargiulo, come è indelebile il ricordo della prima mostra da Varsi. E come dimenticare la prima volta che presi la bomboletta in mano in occasione del primissimo muro nel ’96? Avevo 12 anni, a un certo punto la bomboletta scoppiò imbrattando me e i miei compagni, tanto da costringerci ad andare a lavarci a casa di un amico alle nove e mezza di sera per non rincasare coperti di vernice verde metallizzata. Ogni opera ha il suo aneddoto. I viaggi all’estero per dipingere dei muri. Oppure la mostra a Berlino e quella allestita a Parigi. E come posso non nominarti il muro al Trullo per Laura? La bellissima esperienza del festival che abbiamo organizzato nel mio quartiere, durante il quale ho dipinto sotto gli occhi di mia madre e dei miei parenti. Nina al Trullo, il lavoro a Primavalle. Se ne dimentico qualcuno potrebbe sembrare che non voglio nominarlo, ma in realtà i lavori sono tutti quanti pezzi di cuore, per ognuno ho un aneddoto fighissimo.Tutti i lavori che ho fatto con Diamond o con Naps, durante i quali ridevo talmente tanto da non riuscire a stare in equilibrio sulla scala. È una lista lunghissima dove per ognuno bisognerebbe spendere due parole per quanto è stato bello e per quanto lo ricordo con nostalgia. I lavori a Londra, tutto il periodo trascorso lì, girando a piedi per la città con la scala in spalla. Ricordo il muro a Selci, sicuramente uno dei più belli che ho fatto. Che dire! Sono tanti e per ognuno ho veramente una lacrima che scende.

 

Se dovessi indicarmi un muro opera di un altro artista da visitare assolutamente a Roma, quale mi consiglieresti e perché?
Io conosco tutti gli artisti romani e ovviamente con alcuni ho un rapporto d’amicizia più profondo e complice, con altri meno. Questo non per mia volontà, ma perché la vita porta naturalmente a frequentare più spesso delle persone rispetto ad altre. Sono comunque convinto di avere con tutti un rapporto onesto, basato sulla stima e il rispetto reciproco. Proprio per questo motivo ti dico che Roma è una città piena di opere d’arte, disseminate in tutti i quartieri: da Primavalle al Trullo, a Ostiense, San Basilio, Tor Marancia, Trastevere e San Lorenzo. Il consiglio che vorrei dare a tutti i lettori è quello di fare una bella e lunga passeggiata, di ammirarli tutti. Volendo potete servirvi delle innumerevoli pagine internet, Facebook o App, che vi guidano alla scoperta dell’arte urbana. Ci sono inoltre delle gallerie di street art molto belle, che lavorano tantissimo per mantenere Roma al passo con il resto del mondo, quindi andate anche lì, parlate con i curatori; ogni galleria ha portato avanti dei progetti e segue degli artisti, quindi ognuna potrà fornirvi uno spaccato diverso. Non sono moltissime, perciò se desiderate potrete visitarle tutte e confrontarvi con tutte queste diverse realtà artistiche. Nomi non se ne fanno, però ci sono tante belle cose da vedere. Fate una passeggiata e sicuramente non vi pentirete. Ovviamente partite dal Trullo che è casa mia. Scherzo!

Laura _ solo + poeti der trullo + pittori anonimi + pepsy per il festival internazionale della poesia di strada

C’è un artista con il quale ti piacerebbe collaborare?
Se intendessimo questa domanda in senso ampio, considerando sia gli artisti contemporanei che del passato e la estendessimo a tutti gli ambiti artistici, includendovi musicisti e registi, sarebbe veramente una lista interminabile. Restringendo il campo agli artisti viventi, dovendo farti un nome, t’indicherei D*Face, uno street artist inglese il cui stile è in linea con quel che faccio io; è un po’ il mio mito, il mio idolo, i suoi lavori mi piacciono moltissimo e per me collaborare con lui equivarrebbe alla realizzazione di un sogno. Per quanto mi riguarda però penso sia importante sottolineare che in ogni caso la collaborazione è sempre una cosa importante perché è un grande arricchimento. Lavorare con altri artisti è innanzitutto molto divertente, dato che solitamente noi trascorriamo molto tempo estraniati dal resto del mondo, faccia al muro, ore e ore per giorni, con l’unica compagnia delle cuffiette. Lavorare a fianco di qualcuno e condividere questa fisicità che è quella del muro, la fatica, sotto il sole cocente o con la pioggia, è sempre una bella esperienza, inoltre io ho sempre avuto la fortuna di collaborare con artisti che prima di tutto sono amici e, se inizialmente non lo sono, lo diventano durante la collaborazione perché quando condividi qualcosa di così importante poi scatta per forza un legame. Sono contento delle persone con le quali lavoro e la risposta alla domanda è che vorrei continuare a collaborare con loro. Aprire le porte a tutte le possibili collaborazioni future, senza perdere persone con le quali lavoro benissimo, come i Poeti Der Trullo, i Pittori Anonimi, Diamond con il quale ho condiviso molte esperienze memorabili e Naps o Bol. Sono molto contento e soddisfatto di queste mie collaborazioni e mi auguro di continuare a lavorare a lungo con questi artisti. Secondo me la collaborazione è veramente una delle cose più belle che si possono fare per quanto ti arricchisce sia stilisticamente che umanamente. Ho imparato tantissimo dipingendo con gli altri, sulla tela con Andrea Ambrogio, sul muro con Diamond e Naps. Ed essendo profondamente convinto che non si smette mai d’imparare, ritengo la collaborazione un mezzo importantissimo per raggiungere lo scopo.

old eagle view LONDRA per themagpieproject

Attualmente essere uno street artist vuol dire spesso vivere in bilico tra legalità ed illegalità, apprezzamento e rifiuto ed immagino che non debba essere semplice: hai mai pensato di abbandonare questa strada?
È una domanda complessa e per questo nel risponderti procederò per gradi partendo dalla fine: ho pensato di abbandonare questa strada non solo per i motivi sopraelencati, ma perché questa vita ti toglie tutto nel senso che impegnandoti totalmente in questa attività non ti rimane tempo per altro. E` un po’ come vendere l’anima al diavolo: la vita artistica ti dà tantissimo, ti fa viaggiare, avere riconoscimenti, ti dà innumerevoli soddisfazioni, ti fa conoscere persone in tutto il mondo ma, d’altro canto, ti toglie il tempo, la vicinanza delle persone delle persone che ami e la libertà. Teoricamente in quando sei un libero professionista come me dovresti avere la libertà di gestire il tuo tempo, ma nella realtà dei fatti non è assolutamente così, soprattutto se credi tanto in quel che fai e se lo fai con passione. Per questo posso anche aver pensato di mollare la vita artistica, ma non è un’ipotesi che io possa realmente prendere in considerazione avendo investito tutto in essa. Se mi ritirassi ora non mi rimarrebbe nulla in mano. Ormai ho puntato tutto su questo: il mio tempo, le mie energie, la mia giovinezza quindi non posso neanche pensare di tornare indietro. So fare questo, voglio fare questo e ho puntato tutto su questo! Il bilico tra legalità e illegalità è, in realtà, molto personale nel senso che quello che è legale qui magari non le è in un altro Paese e viceversa e quindi io non lo vivo come un limite. Se ho una visione, delle opere in mente che devo partorire non mi pongo questo tipo di problematica anche perché io lavoro tantissimo sia in galleria che fuori dunque per me non rappresenta un ostacolo, non l’ho mai percepito come tale. Secondo me ognuno è libero di fare quel che desidera purché sia in pace con la propria coscienza e rispetti sempre il prossimo. Per quanto riguarda rifiuto e apprezzamento, ritengo che le critiche, se costruttive, sono sempre ben accette. Anzi: sono quelle che ti fanno crescere! L’unica cosa negativa che ci ha portato quest’era moderna dei social e della vetrina è la figura dell’hater, cioè quella persona che non essendo d’accordo con te su un punto non cerca un dialogo, ma al contrario ti critica e offende cercando di ottenere visibilità attraverso gli insulti, molto spesso non conoscendo nulla dell’argomento di cui si sta discutendo. L’hater fa parte del pacchetto! Dovrei imparare a non rispondere, come spesso fanno artisti molto più famosi di me, ma il problema è che io sono una persona che cerca sempre il dialogo, che ritengo la base fondante di ogni tipo di rapporto umano, quindi se tu mi scrivi criticandomi, io dal canto mio cercherò sempre il confronto, spesso scoperchiando una sorta di vaso di Pandora fatto d’interminabili discussioni. Pur sapendo che dovrei evitare questo tipo di situazioni, non riesco a tacere, a non far valere le mie ragioni e a cercare un dialogo con le persone. Anche se abbiamo opinioni diverse non vuol dire che non ci possa essere un confronto. Mi fanno paura quelli che non cambiano idea, quelli che pur rendendosi conto di aver ragionato in modo errato, non lo ammettono restando immobili sulle loro posizioni. Mi fa paura chi si fa un’idea prima di sapere le cose. Anche perché fin da bambino ho sempre avuto l’abitudine di chiedere, senza vergognarmi, quando non sapevo, ho sempre avuto voglia d’imparare e ce ho tuttora. È importante cercare di arricchirsi il più possibile, d’imparare attraverso il confronto con l’altro e con quel che è estraneo rispetto a noi stessi, cercare di carpire tutte le conoscenze che la vita può offrirci.

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 Secondo te come si evolverà in futuro la street art in Italia e nel mondo?
Ti giuro che non ne ho proprio idea! È un movimento mondiale che sta lasciando un segno molto profondo. Basti pensare al graffitismo che nato all’inizio degli anni ’70 è ancora oggi – a distanza di 45 anni – un movimento straordinariamente vitale. È per questo motivo che non so ipotizzare l’evoluzione della street art. Certamente è un fenomeno di massa al quale i social network, i cellulari, la macchina fotografica sempre in tasca, la condivisione hanno dato una spinta incredibile: oggi ci sono tantissimi artisti, le pagine internet sono piene di ragazzi che dipingono e la qualità è altissima in tutti i Paesi del mondo. Magari un giorno questa bolla esploderà e la street art verrà considerata fuori moda, divenendo un fenomeno ristretto portato avanti da pochi artisti. Ma aldilà di questa possibilità, continuo a pensare ai graffiti, una corrente che non fa altro che crescere e che ha contagiato la moda, la musica, il design, il linguaggio pubblicitario estendendosi a macchia d’olio. Quindi non ho proprio idea, risentiamoci tra una ventina d’anni e ne parliamo.

SOLO, tu come artista cosa ti auspichi per l’avvenire?
In realtà quel che vorrei veramente avere sempre è la serenità. Imparo ogni giorno che questa è la cosa più importante perché racchiude tutto, dalla salute alla sicurezza economica (che non vuol dire possedere un elicottero bensì avere il necessario per poter far fronte ai casi della vita), alla tranquillità di avere uno Stato che ti tutela e non che non ti dà la sicurezza di un lavoro, una pensione o un’assistenza sanitaria, alla serenità data dalla consapevolezza che le persone che ami stiano bene a loro volta. Se dovessi proprio esprimere un desiderio da stella cadente questo è quello che vorrei. E poi di poter stare un po’ più tranquillo: sto vivendo dei giorni senza requie, non mi prendo mai un giorno di pausa dal lavoro, sto dando tutto me stesso per poter far sentire la mia voce e dire la mia. Mi auguro un giorno di poter arrivare ad un punto in cui riesca a prendere le cose un po’ più con calma e serenità, in questo magari supportato anche dalla salute. Una grande sfera di serenità appunto.

A cosa stai lavorando ora?
Adesso sto lavorando a tantissime cose, tutte molto stimolanti! Ho una Wonder Woman da finire a Primavalle per Muracci Nostri, stiamo aspettando che il municipio ci conceda i permessi per occupazione di suolo pubblico per poter usare il braccio meccanico. Sono impegnato anche in altri progetti ma, un po’ per scaramanzia un po’ per contratto, non posso parlarne finchè non saranno terminati. Quindi continuate a seguirmi perché io sto dando veramente il massimo e ne vedrete delle belle. Comunque posso dire che questo è un momento d’oro per tutto quello che riguarda l’universo supereroistico, un periodo molto bello in particolare per me che insisto da moltissimi anni col portare in giro con la mia opera questo mondo che è parte integrante della mia anima.

 SOLO, parlami dei tuoi progetti per il futuro.
Sto lavorando ora ai miei progetti per il futuro! Attualmente ho più o meno tutto programmato fino all’inizio del prossimo anno e sto cercando di dare il massimo in tutto quello in cui m’impegno. A Natale abbiamo fatto uscire un cappellino con Respect Project Street Wear in 100 pezzi numerati, un’edizione limitata che è andata benissimo e ora ne stiamo preparando un altro da mettere in vendita prima dell’estate. Continuo inoltre a lavorare con i bambini nelle scuole: quest’anno stiamo facendo questo percorso con ragazzi di quarta elementare. E poi ho una lunghissima lista di muri che mi piacerebbe fare in collaborazione con Diamond e Naps. Il problema è il tempo. Ecco! Per il futuro vorrei trovare un modo di stoppare il tempo, un grande bottone rosso che metta in pausa così che io possa sviluppare tutti i miei innumerevoli progetti e poi, una volta finito, riavviare il normale scorrimento temporale.
Per info aggiuntive: La fanpage di SOLO: www.facebook.com/h4solo; SOLO su Instagram: @flaviosolo

 

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Autore dell'articolo: Laura Di Francesco

Laura Di Francesco
Laura Di Francesco è nata a Roma nel 1984. Laureata in Lettere con il massimo dei voti, attualmente si occupa di Arte e Musica per diverse webzine. È in fase di pubblicazione la fanzine cartacea italiana dedicata ai Blur di cui è un'autrice. Gestisce inoltre "La Filologa del Rock 'n' Roll", blog di musica - prevalentemente rock - da lei creato nel 2015. Il sito: https://lauradifrancesco84.wordpress.com

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