American Buffalo, a Teatro con Marco D’Amore: recensione

Ombre. Ectoplasmi di un mondo sommerso, personaggi perdenti che si aggirano nel retrobottega dell’esistenza, si palesano sinistramente dietro un vetro bagnato, linea di confine tra una sicurezza effimera, lo scalcinato negozio da rigattiere di Don, e “la giungla” lì fuori i cui suoni arrivano minacciosi come un rombo continuo e lontano sulla scena. Sono le anime inquiete disegnate da Mamet in American Buffalo, sul palco del Teatro Piccolo Eliseo dal 27 settembre al 23 ottobre 2016. Anime di chi è vinto dalla vita, di chi si aggrappa a qualunque cosa possa sembrare un barlume di riscatto, qualsiasi ne sia il costo. Un gratta e vinci dell’esistenza, inesorabilmente destinato al fallimento. Tutto questo è preso, trasportato e adattato dalla bella riscrittura di Maurizio de Giovanni, dalla periferia americana a quella italiana. Napoletana, per la precisione. Scelta assolutamente vincente e convincente. Le ombre non hanno denotazione geografica, sono le stesse in ogni angolo del mondo.

©Bepi Caroli
©Bepi Caroli

American Buffalo è uno spettacolo bellissimo, il testo conserva le sue caratteristiche, anzi, il lavoro visto in scena al Teatro Piccolo Eliseo ha il merito di elaborarlo senza tradirne l’essenza, ma arricchendolo di colori, sapori e sfumature. Merito sì dell’adattamento ma soprattutto di un trio di attori straordinario, sorprendente, e di una regia attenta, curata nei minimi particolari, che denota la presenza di idee, fatto non sempre scontato. Marco D’Amore si dimostra interprete entusiasmante di un personaggio non facile,‘O professore (Teach nell’originale) e ne esalta le corde ora drammatiche, ora brillanti, con una facilità che rende, quando è così, il teatro una vera goduria. Credibile e bravissimo lui, ma credibili e altrettanto bravi Tonino Taiuti nel ruolo di Don, il proprietario della bottega, e Vincenzo Nemolato, il “guaglione” (Bobby) tuttofare amico di quest’ultimo. Un’armonia in scena che incanta, avvince, e regala ai tre personaggi una loro tenerezza, pur nella drammaticità della situazione e nell’apologia della deriva, come l’ha definita lo stesso D’Amore, che è un grande risultato. Non una storia lontana ma attualissima e profondamente umana, con il calore, lo spessore e le emozioni che il teatro sa regalare quando è fatto bene.

La regia di American Buffalo, dello stesso Marco D’Amore, è la perla che impreziosisce ancor di più lo spettacolo, accompagna e sottolinea con maestrìa la condizione umana rappresentata, in un luogo centro di un universo parallelo, che paradossalmente potrebbe anche essere un’immagine onirica con i protagonisti – ombre che vi entrano e escono e in cui, a tratti, arriva solo l’eco delle loro voci, perse nel mondo reale, nella “giungla lì fuori”. Molto bella anche la scenografia di Carmine Guarino, le luci di Marco Ghidelli e il sound design di Raffaele Bassetti, che con i costumi di Laurianne Scimeni definiscono e completano l’omogeneità del tutto. American Buffalo, nella versione di D’Amore e de Giovanni è l’esempio di come, anche in un classico contemporaneo, le idee e il talento possano offrire qualcosa di nuovo, nuove prospettive, omaggiando intelligentemente un testo di un grande autore come Mamet senza rimanerne prigionieri. Da non perdere. E’ bellissimo uscire dal Teatro Piccolo Eliseo e ascoltare i commenti soddisfatti del pubblico che si appassiona alla storia appena vista. Accade raramente.

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Autore dell'articolo: Paolo Leone

Paolo Leone
Nato a Roma. Ama il teatro, di qualsiasi genere. Free lance, segue le stagioni teatrali romane da anni, scrivendo recensioni e realizzando interviste ai protagonisti. Attento ai giovani talenti. Ha organizzato presentazioni di libri in librerie a Roma e provincia ed è stato relatore al Salone Internazionale del Libro di Torino nel maggio 2013.

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