Giorgio Colangeli, l’intervista

Durante il Bif&st 2016 abbiamo avuto la preziosa occasione di intervistare Giorgio Colangeli. Con generosità e affabilità, l’attore si è raccontato spaziando dal lavoro artistico a riflessioni molto sentite sui giovani e sui nostri ultimi decenni. Al grande pubblico e anche ad alcuni addetti ai lavori si è fatto conoscere con “L’aria salata” di Alessandro Angelini (2006) che gli è valso diversi riconoscimenti tra cui il David di Donatello. Eppure Giorgio Colangeli ha cominciato con questa professione tempo prima con tappe tutte da scoprire nelle risposte che ci ha dato. Dalle sue parole emergono tutta la coerenza e la passione rintracciabili nelle scelte professionali. Al festival di Bari, svoltosi dal 2 al 9 aprile 2016, l’artista era con ben tre lavori: il corto “L’ombra di Caino” di Antonio De Paolo, “L’attesa” di Piero Messina e “Un posto sicuro” di Francesco Ghiaccio. Proprio per quest’ultimo, presentato nella sezione “Opere prime e seconde”, è stato insignito del Premio Gabriele Ferzetti per il Migliore Attore Protagonista. Abbiamo voluto iniziare questa intervista dal lungometraggio diretto da Ghiaccio che ha come fulcro, purtroppo, l’amianto e le conseguenze che esso ha comportato, nel caso specifico a Casale Monferrato (Alessandria).

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Giorgio Colangeli, visto il taglio e ciò che tratta il film “Un posto sicuro” mi sembra che ci sia alle spalle anche tanta documentazione…
Io l’ho fatta in corso d’opera avendo girato a Casale Monferrato, una città che è intrisa di questa tragedia e della relativa risoluzione. I suoi abitanti e chi ha provato quelle conseguenze non si piangono addosso. Certo, come accade sempre, c’è anche chi fa finta di nulla, ma appunto, fa finta. Non si può non avere consapevolezza di ciò che è successo e delle dimensioni planetarie di questo problema che vanno ben oltre il fatto di Casale Monferrato. Il nostro è un Paese che per cultura e storia è abituato a ragionare in maniera molto localistica, cioè certi problemi li consideriamo prerogativa di quella città o addirittura di un quartiere. Non ha più senso confinarli in questo tipo di scala e già solo confinarli è un ridimensionamento consolatorio, come se fosse qualcosa che non ci riguardasse e toccasse altri e, invece, siamo tutti coinvolti. Nello specifico, rispetto alla preparazione, posso dire che ho avuto modo di frequentare persone particolarmente attive in quest’associazione e compaiono nel film. Ho avuto modo di conoscere Romana (Blasotti Pavesi, nda), la quale è stata per tanti anni l’animatrice di AFEVA, la storica associazione a tutela dei familiari e delle vittime dell’amianto di Casale Monferrato. Lei ha perso ben cinque figure della sua famiglia, tra cui figlia, sorella, marito per via del mesotelioma, il tumore maligno provocato dall’inalazione delle fibre di amianto. Francesco e Marco (D’Amore, co-produttore e coprotagonista, interpreta il figlio di Eduardo, il personaggio a cui dà volto e corpo Colangeli, nda) si sono documentati in maniera più dettagliata e ben prima che iniziassimo a girare, raccogliendo interviste. Tra l’altro Francesco è nato e vive in un paese lì vicino, ma ciò non significa che fosse informato a riguardo. Da parte sua c’è stata una precisa scelta e volontà di andare in fondo. Spesso c’è una specie di presbiopia: più si è vicini, più si rischia di considerare il tutto normale. Un Paese in guerra mantiene degli aspetti della vita che sono abbastanza simili alla normalità e proprio lì rischi di non accorgerti di essere in guerra. Io ho vissuto un’esperienza del genere con gli Anni di Piombo: adesso ci si rende conto, non allora, di aver sfiorato la guerra civile perché a quel tempo c’eravamo abituati a pensare che, ogni fine settimana, nelle grandi città ci fossero tafferugli con macchine incendiate, combattimenti tra studenti e poliziotti e sempre qualcuno che rimaneva steso per strada.

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Spesso argomenti come l’amianto vengono declinati in un documentario anche dal taglio cinematografico. Cosa aggiunge, secondo lei, il vostro film di finzione?
Io credo che “Un posto sicuro” abbia una grande arma rispetto alla semplice documentazione di quello che è successo. Essa è, tra l’altro, la chiave che ci fa guardare al futuro, dando all’opera un certo slancio ottimistico perché lo spettatore passa in rassegna le risorse morali e intellettuali che l’individuo e la popolazione devono avere per venirne fuori. Quest’arma è il teatro, che corrisponde anche alla peculiarità stilistica di questo film. “Un posto sicuro” è cinema a tutti gli effetti, ma contiene dentro di sé la forza culturale, espressiva e morale propria del teatro, percorrendo anche il rapporto padre&figlio. Il film racconta anche la storia di uno spettacolo che si vuole fare su questa tragedia, c’è, quindi, un segno di astrazione che solleva questa materia e dalla cronaca la porta all’esemplarità. È una storia che vale per tutti. Anche la cronaca è sufficiente a coinvolgerci, ma il fatto che si declini la voglia di fare teatro, capace di passare di padre in figlio (e altri aspetti che non possiamo aggiungere per chi non abbia visto il film, nda), fa parte di quei segnali fortissimi che si danno per indurre la gente a pensare che, di tutta questa attività creativa che spesso pensiamo riservata a chi la fa, abbiamo bisogno tutti. Ne usufruisce non solo chi la fa, ma anche chi la riceve. Oggi c’è una specie di “demagogia autoriale”, pensiamo tutti di poter essere degli autori e stiamo perdendo l’importanza di essere spettatori, che è un lavoro creativo almeno quanto quello dell’attore, tanto più in certe forme di espressione. In teatro se lo spettatore, sullo stimolo di ciò che vede, non è disponibile a creare un suo mondo fantastico che risponde a quello indotto dallo spettacolo, non esisterebbe nulla. È una forma civile dello stare insieme che diventa modello di vita della collettività.

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Giorgio Colangeli premiato a BIF&ST

In fondo è proprio questa la forza del teatro rispetto al cinema…
Sì, il teatro è proprio esplicitamente questo, come lo facevano gli antichi greci. Il cinema ormai lo puoi vedere anche a casa e purtroppo si può cadere nell’equivoco che è più comodo vederselo sul proprio divano. Agli inizi il cinema aveva in comune col teatro la dimensione collettiva della fruizione, successivamente anche i multiplex periferici hanno contribuito a degradarlo. Non voglio essere frainteso, non sto celebrando il passato, ma chiediamoci se non stiamo perdendo qualcosa nel progresso. Prima si usciva da casa per andare a vedere quello specifico film, già selezionato, recandosi in una sala dove proiettavano solo quello, spesso ubicata al centro della città per cui ti ripassavi la tua città, il centro storico, lo scrigno dove conserviamo le memorie, ripercorrendo così quasi un album di famiglia. Aggiungiamo anche che ci si ritrovava accanto sì persone che non si conoscevano, ma che erano concittadini e quindi il film, se avesse parlato di problemi riguardanti la società, trovava già un pubblico avvertito. Oggi si esce per andare al centro commerciale e magari non si è ancora deciso se si farà shopping o mangerà una pizza o si vedrà un film. Poi magari se ne sceglie uno tra dodici o l’unico possibile perché riproposto in più sale, vedendolo in un non luogo, dove non ci sono tracce di una vita sociale, è una comunità che è lì per passare, ad esempio, il sabato sera. Va detto che adesso le modalità di anni fa si riempiono di sensi perché oggi la realtà è diversa. Non è detto che nel passato c’è il meglio ed è bene pensare che non sia così perché bisogna tendere al futuro. Andare, però, a ripescare quello che hai buttato e valutare se si è buttato qualcosa che serve, credo sia una domanda da porsi recuperando un senso critico più personale insieme a una fiducia in se stessi, pensando con la propria testa e non seguendo quello che si pretende vada bene per tutti.

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Questo mi fa pensare alle parole del regista Marco Tullio Giordana quando ha presentato a Milano “Romanzo di una strage”, il film su Piazza Fontana a cui ha preso parte anche Lei. «L’Italia ha un grosso problema di ricambio e di scambio con le generazioni più giovani perché se non raccontiamo che siamo stati, […] se evitiamo di assumere il ruolo di “padri” – la mia generazione ha voluto essere figlia ad oltranza». Ecco spesso si dice o quantomeno si pensa che è “responsabilità” di quei padri, i giovani di allora, se ci ritroviamo in questa situazione… Giorgio Colangeli, Lei cosa ne pensa a proposito?
La nostra generazione e limitrofe – più o meno i cinque anni successivi – hanno consumato, per la prima volta, lo strappo coi genitori. Forse era uno strappo provvidenziale perché nasceva da una critica della società esistente e delle prospettive di vita che quella generazione dei padri quasi imponeva ai figli. Questo ha fatto dei giovani, all’epoca, per la prima volta nella storia, una categoria politica. Prima “giovane” era un aggettivo, nel ’68 è diventato un sostantivo e qualificava quell’insieme di persone, che anagraficamente erano giovani, ma si ritenevano facenti parte di una sorta di movimento molto coeso intorno alla necessità di interrompere una trasmissione di valori da tempo acritica, automatica, sembrava un meccanismo naturale, fisiologico. Invece era qualcosa di culturale e come tale poteva essere migliore ed era ciò che ci eravamo proposti. Poi, come spesso succede, è stata delegittimata un’autorità sostituendola con qualcosa che, apparentemente non aveva più nulla di autoritario, ma sottilmente era molto più condizionante, il consumismo. Esso non ha nessuna prerogativa autoritaria, ma è una dittatura lo stesso con l’aggravante che finisci per essere schiavo pensando di essere libero. La nostra è una generazione che per aver contestato una trasmissione dei valori, ha preteso anche di farne a meno e, invece, ci vogliono. In più ha lasciato in ostaggio a questo meccanismo la generazione dei nostri figli. Trovo, però, che i giovani di oggi ne siano venuti fuori anche bene, sono più attrezzati nonostante le apparenze. Se tu hai un rapporto superficiale con loro, sei tu stesso che esaurisci il rapporto nell’esteriorità, ti limiti a registrare come si vestono o parlano tra coetanei e pensi che siano “diversi”. Se hai un rapporto più profondo, capisci che è una scorza che non ha molta presa su tante cose che, invece, dentro ci sono e sono tutte più vive e, in questo, forse, il Sessantotto non ha sbagliato. Bisogna guardarli bene i giovani.

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Giorgio Colangeli con Marco D’Amore

È per questo che ha un’attenzione verso i giovani e aderisce spesso a opere prime?
Assolutamente, sì.

Fa sempre un po’ notizia che un attore del suo calibro prenda parte a degli esordi cinematografici…
Un po’ è anche la conseguenza del fatto che, se si vede il mio cv, non sono stato oggetto di particolari attenzioni da parte dell’establishment cinematografico legittimato, i cosiddetti maestri. L’unico maestro con cui ho lavorato è stato Ettore Scola, oltretutto, da vero maestro, quando non ero nessuno perché per qualche motivo mi aveva apprezzato ed era sicuro che potessi fare bene. Lui è stato fondamentale nella mia evoluzione di attore verso il cinema.

In merito alla questione padre-figlio, che ha affrontato più volte anche ultimamente nella fiction Rai “Tutto può succedere”, c’è ancora un aspetto di questo tòpos che vorrebbe ancora indagare come artista?
Quando si sono accorti di me avevo un’età in cui potevo fare solo i padri (lo dice sorridendo) e adesso inizio a interpretare anche i nonni per cui è un rapporto che ho approfondito in varie situazioni. Quello che sento che mi manca e che mi piacerebbe molto indagare sarebbe quel tipo di rapporto padre-figlio quando si mescola con la problematicità o la singolarità di un’identità sessuale. Ad esempio un padre che è un trans o un padre omosessuale o che scopre di esserlo.

La parte che aveva ne “L’ombra di Caino” (il transessuale Eddie, speaker di una radio, che racconta della scomparsa dei bambini, nda), presentato al Bif&st, va, in un certo senso, in questa direzione e magari ha spiazzato chi tende a incastonarla in un ruolo che ha affrontato più volte…
Oltre a questo corto, ho fatto un lavoro sull’identità sessuale con una coach molto brava, Rosa Morelli, che ho conosciuto lavorando a “Se chiudo gli occhi non sono più qui” di Vittorio Moroni (2013). Ora l’abbiamo messo un po’ in stand-by, ma vorremmo che questo lavoro diventasse materia di qualcosa, forse più facilmente un cortometraggio, anche se sarebbe bello portarlo pure sulle scene. “L’ombra di Caino” è stata una risposta di Antonio De Palo a una mia precisa richiesta di essere coinvolto in tematiche del genere. Nonostante l’apparente marginalità del personaggio di Eddie, che è quasi un coro greco che commenta, ho avuto la sensazione che c’entrasse molto. Il fatto che questo speaker radiofonico fosse un trans è identificativo di questa storia. L’apparente disordine del trans confrontato col disordine molto tecnologico e sofisticato sul piano scientifico dell’impresa diabolica che trasferisce le cellule neuronali dei bambini nell’adulto per ringiovanirlo suggerisce come input: “e noi chiamiamo perversione quella del trans”.

Colangeli in Braccialetti Rossi
Colangeli in Braccialetti Rossi

Una curiosità rispetto al suo percorso: qual è stato il passaggio dalla fisica nucleare alla scena?
Io già come laureato in fisica avevo escluso di poter fare il ricercatore perché non era pane per i miei denti. Lo dico anche con rammarico perché, in un primo tempo, pensavo di essere un cervello di punta. Ho insegnato anche per un po’. Poi, per casualità, la vita è fatta anche di questo, a ventisette anni ho conosciuto la compagnia di teatro didattico per bambini (IL TORCHIO diretta da Aldo Giovannetti, nda). Lì, fino ai trentun anni, lo spettacolo si è associato alla propensione verso la pedagogia. Mi è rimasta quell’impostazione dell’attore che si interessa della collettività, quando poi se si opta per questa professione si ha anche una dose di esibizionismo (lo dice con umiltà e sense of humor). Io ho iniziato a fare questo mestiere in un periodo in cui l’attore era davvero poco meno di un politico, era un operatore culturale con un’estrema consapevolezza dell’importanza sociale che il suo ruolo aveva nella società. Si sentiva di operare in seguito a una specie di “committenza”, spesso anche arbitraria e cioè che qualcuno aveva bisogno di quello che facevi. Proseguendo nel ripercorrere il mio percorso, come attore di teatro (non più di teatro ragazzi, nda) comincio che ho già trentadue/trentatré anni e per un bel po’ ho fatto solo teatro senza neanche pensarci al cinema anche perché allora le carriere teatrali, cinematografiche e televisive erano molto separate. Nella stagione 1988-89 ho preso parte a uno spettacolo in cui erano protagonisti Pietro De Vico e Anna Campori, due leoni del palcoscenico, dove c’era anche Nino Frassica come esordiente, reduce dal successo clamoroso di “Quelli della notte” (1985) e “Indietro tutta!” (1987-88) di Renzo Arbore. La nostra locandina recitava: Teatro d’Arte presenta Nino Frassica in “L’Aria del Continente” con Pietro De Vico e Anna Campori. Questa cosa mi aprì gli occhi facendomi riflette sul potere della televisione che faceva anteporre il nome di un debuttante in teatro rispetto a due artisti con anni e anni alle spalle e mi diedi ulteriormente una mossa.

Giorgio Colangeli a teatro con Francesco Montanari
Giorgio Colangeli a teatro con Francesco Montanari

Colangeli, salutandoci con un accenno ai prossimi lavori, tra i film in lavorazione ci sono anche delle opere prime…
Sì tra queste c’è un esordio in cui non ho una parte rilevante, ma mi interessava talmente tanto come progetto che ho deciso di fare questa partecipazione. S’intitola “Brutti e cattivi”, diretto da Cosimo Gomez (affermato scenografo, nda), che lo co-sceneggia con Luca Infascelli. È molto sopra le righe, ricorda “Lo chiamavano Jeeg Robot” come tipo di operazione, molto fumettistica senza preoccuparsi troppo della credibilità. I protagonisti sono Claudio Santamaria che interpreta un ex circense privo delle gambe, Sara Serraiocco in una ballerina senza braccia e Marco D’Amore che fa un tossico fanatico di reggae. Tutti loro sono i componenti di una banda che realizza una rapina internazionale, mentre io sono un commissario di polizia. Mi piaceva esserci in un film che spero, come il film di Mainetti, possa aprire un altro squarcio in questa rivisitazione continua del neorealismo, proprio stremato, degli ultimi tempi perché sembra che non si possa fare un film se non raccontando una storia vera.

Rispetto al teatro?
Ci auguriamo di riprendere in futuro la pièce con co-protagonista Francesco Montanari, “Il più bel secolo della mia vita”, e di portarla in tournée.

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Autore dell'articolo: Maria Lucia Tangorra

Nata a Conversano (Ba) nel 1987, da alcuni anni si è trasferita a Milano per coltivare la passione per cinema, teatro e giornalismo col desiderio di farne un lavoro. Free-lance, critico e corrispondente dai festival per web magazine di cinema e teatro; ha realizzato anche reportage e approfondimenti di spettacoli tra cui “Invidiatemi come io ho invidiato voi” di T. Granata e “Un giorno torneranno” ideato e interpretato da S. Pernarella. Si è appassionata al cinema e al teatro vedendo recitare gli attori forgiati dal maestro Orazio Costa Giovangigli e da lì ha cercato di conoscere i diversi modi di fare e vivere il teatro e il cinema (senza assolutamente disdegnare alcuni lavori televisivi di qualità). Quando ha sentito sul palco queste parole: «Sai cosa vuol dire vivere in un sogno? Ciò che tu non sei, sei: e, ogni notte, lo frequenti» (dal testo teatrale “Orgia” di P. P. Pasolini) ha pensato che questo accade quando ci si immerge nel buio della scatola magica e della sala cinematografica. Grazie a questo lavoro fatto anche di incontri umani, non solo professionali, pensa che senza il teatro e il cinema il respiro sulla vita sarebbe diverso perciò, nonostante tutto e tutti, crede che di cultura e arte si possa vivere e che le passioni possano trasformarsi in una professione.

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