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Fuocoammare: trailer e recensione del film di Rosi

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Cosa dovrebbe avere e raccontare, in più o di diverso, un film rispetto a ciò che ci propinano i telegiornali sugli sbarchi degli immigrati? È questa la domanda con cui ci si approccia alla visione di “Fuocoammare” di Gianfranco Rosi. Non vi nascondo che certo le aspettative riposte erano alte ed era inevitabile conoscendo la mano di questo documentarista. Sicuramente il suo approccio già rende originale il film. Fedele al suo modo di lavorare, infatti, Rosi ha cercato di inglobarsi nel “piccolo” mondo che aveva scelto di osservare o, forse, sarebbe meglio dire da cui era stato scelto. Infatti, come spesso accade, sono le storie ad “arrivare” ed è stato così per il regista italiano. Nel 2005 “Approdo Italia” di Christian Bonatesta era stato uno dei primi documentari (sempre cinematograficamente parlando) a occuparsi dei clandestini in cerca di una nuova vita in Italia. Ambientato a Portopalo, vengono mostrati l’impegno di un prete e di un volontario nell’accogliere queste persone persino nelle proprie case e subito dopo il rimpatrio forzato di 360 immigrati sbarcati a Lampedusa. Nella seconda parte si sceglie di rievocare il naufragio della notte di Natale del 1996 al largo delle coste di Porto Palo dove il mare si trasformò in cimitero. A enfatizzare il tutto ci pensa la testimonianza di uno dei sopravvissuti, Shakur Ahmad, unita al racconto del giornalista Giovanni Maria Bellu, il quale aveva dato vita a un libro inchiesta proprio sull’accaduto. “Approdo Italia” è un prodotto importante tanto più se si pensa a quanto poi, purtroppo, col tempo, queste situazioni siano diventate all’ordine del giorno e alla scelta di dar spazio a personaggi non legati alle istituzioni. Forse molti di noi ricorderanno, invece, un titolo di un grande autore come Marco Tullio Giordana, “Quando sei nato non puoi più nasconderti” del 2005, ispirato al romanzo omonimo di Maria Pace Ottieri. In questo caso si trattava di un film di finzione in cui protagonista era un bambino, Sandro (Matteo Gadola), figlio di una famiglia bresciana benestante. Questi, cadendo inavvertitamente in mare durante una gita in barca col padre (Alessio Boni) si ritrova a essere raccolto da un barcone di immigrati clandestini. Il regista de “La meglio gioventù” sceglie di farci vedere quella realtà attraverso gli occhi di un minore e, forse, anche per questo arrivano diverse emozioni.

Anche in “Fuocoammare” c’è un bambino, Samuele di dodici anni. La macchina da presa lo segue nella sua quotidianità, nei giochi con l’amico in cui si diverte con la fionda così come in barca con lo zio, dove lo “tempesta” di domande. Non mettiamo in dubbio che questo personaggio abbia permesso di offrire un punto di vista inedito e diverso sull’isola di Lampedusa, ormai sempre più ricordata per gli sbarchi che non per altro. Il punto è che questo filo si amalgama poco con l’altro affresco più riguardante i migranti – non sappiamo se sia voluto o se sia purtroppo capitato. Il racconto è frammentario così come lo è il flusso emotivo che smuove le corde, in particolare, in due momenti. Il primo è quando il dottor Bartolo racconta, anche mediante immagini sconosciute, quello con cui fa i conti ogni giorno, ricordando il dovere del soccorso e dell’accoglienza in virtù del rispetto dell’essere umano. Il secondo arriva verso la fine con l’obiettivo che, avendo cura del pudore, riprende i sopravvissuti che lacrimano sangue, i corpi raccolti e quelli senza vita presenti nel livello inferiore di queste navi di morte.

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Rosi ultimamente era diventato ancora più noto al grande pubblico grazie alla vittoria con “Sacro Gra” del Leone d’Oro alla 70esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e lì era riuscito ottimamente ad essere un osservatore in grado di restituire il microcosmo dell’umanità del Grande Raccordo Anulare. In “Fuocoammare” emerge senz’altro il tocco personale e la ricerca di originalità nell’affrontare un tema talvolta abusato e strumentalizzato, ma purtroppo i minuti di questo affresco non scorrono e non prendono quanto avremmo desiderato. Va riconosciuto che c’è uno studio quasi “scientifico” di quella realtà, un viverla e forse è da questo che nasce anche l’attenzione verso il bambino e il microcosmo che gli ruota attorno rappresentando ancor più cosa accade in terra. Personalmente però, al di là delle eccezioni già citate, è mancato un cortocircuito emotivo, anche se è apprezzabile che non si sia rincorso né il pietismo né la facile retorica. Dal punto di vista tecnico, “Fuocoammare” risulta impeccabile, a partire dalla fotografia curata dallo stesso Rosi fino al montaggio di Jacopo Quadri giocato pure su rimandi e associazioni. Ogni inquadratura riesce ad apparire naturale e spontanea, ma al contempo ben studiata. “Fuocoammare” è sì il titolo di una canzone che viene anche dedicata nel documentario, ma vuole essere evocativo di un’immagine. Tra cielo e mare, i paesani guardando il fuocoammare arrivavano a percepire un tempo di guerra e per chi vive di pesca, se c’è cattivo tempo, significa non fare il proprio lavoro e di conseguenza non guadagnare. L’idea della guerra è richiamata anche dal gioco e dall’andare a caccia del bambino. In fondo, uomini, donne e bambini che sbarcano a Lampedusa subiscono il loro tempo di guerra. Sono in fuga dalle loro terre e affrontano un’altra guerra con il mare buttandosi nel viaggio della vita (toccante il gospel che racconta l’odissea dei migranti). Di seguito il trailer del film di Rosi.

 

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Autore dell'articolo: Maria Lucia Tangorra

Nata a Conversano (Ba) nel 1987, da alcuni anni si è trasferita a Milano per coltivare la passione per cinema, teatro e giornalismo col desiderio di farne un lavoro. Free-lance, critico e corrispondente dai festival per web magazine di cinema e teatro; ha realizzato anche reportage e approfondimenti di spettacoli tra cui “Invidiatemi come io ho invidiato voi” di T. Granata e “Un giorno torneranno” ideato e interpretato da S. Pernarella. Si è appassionata al cinema e al teatro vedendo recitare gli attori forgiati dal maestro Orazio Costa Giovangigli e da lì ha cercato di conoscere i diversi modi di fare e vivere il teatro e il cinema (senza assolutamente disdegnare alcuni lavori televisivi di qualità). Quando ha sentito sul palco queste parole: «Sai cosa vuol dire vivere in un sogno? Ciò che tu non sei, sei: e, ogni notte, lo frequenti» (dal testo teatrale “Orgia” di P. P. Pasolini) ha pensato che questo accade quando ci si immerge nel buio della scatola magica e della sala cinematografica. Grazie a questo lavoro fatto anche di incontri umani, non solo professionali, pensa che senza il teatro e il cinema il respiro sulla vita sarebbe diverso perciò, nonostante tutto e tutti, crede che di cultura e arte si possa vivere e che le passioni possano trasformarsi in una professione.

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