Premio Nobel: Bob Dylan cosa c’entra con la Letteratura?

Al tempo dei social anche i Nobel diventano altro. Perdono di sacralità, finiscono in pasto ai “postatori” per professione (se non ai troll) e si perdono nel mare magnum della rete. Ogni tanto affiora a riva qualcosa di buono, qualche pensiero sensato e politically correct, destinato però ad essere inghiottito e portato via dalla prima onda anomala. Eroi per un giorno, al pari di calciatori, veline e politici. La decisione di Stoccolma di incoronare Bob Dylan sul podio della Letteratura ha scatenato, e c’era da aspettarselo, un bel po’ di polemiche e reazioni decisamente sopra le righe (nel bene e nel male) anche perché coincisa con la morte di Dario Fo (subito ribattezzato, sempre dalla rete, Dario Fu). Due Nobel atipici, un passaggio di consegne tra menestrelli irriverenti, voci fuori dal coro e via di questo passo.

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Ma cosa c’entra Bob Dylan con la Letteratura? Se l’è chiesto Baricco, e non solo. In rete, puntuali, sono state postate lenzuolate di definizioni (quasi sempre targate Wikipedia) di Letteratura, per dimostrare, a seconda di tifo, appartenenza e cultura generale, se il cantautore e compositore statunitense fosse degno o meno della reale menzione. L’Accademia di Stoccolma, per restare ai fatti, ha riconosciuto valore letterario universale ai testi composti dal musicista americano per oltre mezzo secolo. «Ha creato – si legge nel testo della motivazione – una nuova espressione poetica nell’ambito della tradizione della grande canzone americana». L’annuncio è stato accolto dal boato dei presenti in sala. Che l’hanno saputo anche prima del vincitore, non avvertito da nessuno prima dell’annuncio. Lui, Robert Allen Zimmerman, meglio noto come Bob Dylan, era altrove, fuori dai giochi, lontano dai clamori, come pure gli è capitato spesso nella sua vita di nomade della musica, sempre in giro con l’inseparabile armonica e i capelli spettinati e, allo stesso tempo, distante con la testa e i pensieri, anche davanti a migliaia di persone accecate dal suo sapere, dalla sua prosa sofferta e tagliente, soffiata fuori con rabbiosa fatica. È spesso salito sul palco senza salutare, ed è sceso nello stesso modo, dando le spalle a pubblico paziente di fronte al genio. E non andò tanto diversamente anche con il presidente degli Stati Uniti Barack Obama quando, nel 2010, Dylan cantò ad un evento riservato a pochi eletti. «È stato come ci aspettavamo fosse. Non è venuto alle prove. Non ha voluto fare la foto con me», disse allora Obama.

«Ha creato una nuova espressione poetica nell'ambito della tradizione della grande canzone americana», si legge nella motivazione.

Il Premio Nobel per la Letteratura a Bob Dylan, nel giorno della morte di Dario Fo, è stata la notizia nella notizia: il colpo da maestro che ha scatenato la rete e trasformato tutti, o quasi, in critici letterari. Nel 1997 Zimmerman-Dylan era dato tra i favoriti e in molti ritennero che solo la sorprendente scelta di premiare Fo lo avesse privato del meritato riconoscimento. Che Dylan potesse vincere un Nobel era insomma nell’aria da tempo. Nato a Duluth il 24 maggio del 1941, è il primo americano dai tempi della scrittrice Toni Morrison nel 1993, e il suo nome da oggi s’inserisce tra quelli di Saul Bellow, John Steinbeck ed Ernest Hemingway. Già, cosa c’entra Bob Dylan con la Letteratura? La domanda torna, ritorna. Alzano il dito, dissentono i parrucconi della cultura. Anche di fronte a pensieri e parole che ci hanno cambiato, segnato («Ha liberato le nostre menti nello stesso modo in cui Elvis ha liberato il nostro corpo», disse una volta di lui il grande Bruce Springsteen) e potrebbero essere recitate, insegnate nelle scuole, facendo a meno anche della musica. Come con Fo, anche il suo riconoscimento rompe gli schemi e fa saltare i recinti del sapere. Perché le sue parole sono state rivoluzionarie e, da ieri, piaccia o meno, fanno parte a pieno titolo della Letteratura e continueranno a raccontare, al pari della scrittura, del cinema e del teatro, il mondo e gli uomini. C’è questo e tanto altro in un Premio Nobel che scivola fuori dai corridoi reali, sberleffa arazzi e candelabri e strizza l’occhio alla cultura popolare. Ma forse, molto più semplicemente, la risposta soffia nel vento.

 

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Autore dell'articolo: Marco Grasso

Marco Grasso
Dalla carta stampata al web, passando per dosi massicce di radio e Tv. Sono giornalista professionista dal 2002 e ho collaborato con Il Sole 24 Ore, Class, il Corriere del Mezzogiorno e Il Mondo, ma resto innamorato dell'informazione locale, forse l'ultima trincea del giornalismo di campo. Sono stato redattore di Ottopagine ed ora collaboro con il Mattino Avellino e il sito di informazione piueconomia.com. Seguo da sempre l'informazione economica, ma amo da prima le pagine della cultura e degli spettacoli. Un mare placido e dorato, lontano dai tumulti dell'attualità. Scrivo tanto, tantissimo e, nei ritagli di tempo, leggo e vado al cinema. Ho anche provato l'ebbrezza di scrivere qualche libro. Ma non sarò mai uno scrittore, giornalista basta e avanza.

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