The Beatles, la storia della band che ha cambiato la Musica

I Beatles nel 1964
The  Beatles nel 1964

 

Aprile 1964. Sono passati esattamente 50 anni dal record battuto dai “Fantastici 4” di Liverpool. Mezzo secolo da quella straordinaria cinquina di hit entrata in classifica americana senza preavviso, senza chiedere permesso. Un evento unico, un successo mai raggiunto da alcun artista o band nella storia mondiale della musica. I Beatles non avevano, e non hanno, rivali. Cinque brani piazzati nelle prime cinque posizioni della Top 100 di Billboard. La Beatlesmania, che fino a quel momento era esplosa solo in UK, Paese d’origine di Paul Mc Cartney e compagni, contagia finalmente anche gli Usa, facendo impazzire i media, solitamente poco attenti e affettuosi con il genere pop, e soprattutto i fan.

Canzoni come “Can’t buy me love”, “Twist and Shout”, “She loves you”, I want to hold your hand” e “Please Please Me” aprono le porte del successo dei Fab Four oltreoceano: le loro apparizioni televisive diventano gli eventi più seguiti della storia americana (oltre 73 milioni di spettatori per la performance in diretta al “The Ed Sullivan Show”). Un fenomeno, quello dei Beatles, che di certo non nasceva per caso, dal nulla. La Gran Bretagna aveva già assaporato da qualche anno l’isteria generale dei fan e l’amore senza limiti delle ragazze per i quattro artisti inglesi.

I Beatles nel 1969
The Beatles nel 1969

 

La storia della band comincia nel lontano 1957, a Liverpool, quando il 17enne John Lennon e il 15enne Paul McCasrteny si incontrano per la prima volta e decidono di formare un gruppetto, di certo acerbo e inesperto. La voglia di crescere e di fare musica è tanta. Al duo si aggiunge ben presto un compagno di studi, George Harrison. Musicisti alle prime armi, ma con il fuoco dentro e una passione irrefrenabile per la sperimentazione, i tre amici cominciano dapprima con una strana miscela di musica skiffle, a base di jazz tradizionale, r&b e rock&roll, per poi evolvere il proprio sound verso nuovi orizzonti e ispirazioni. In quel periodo la band trova un nuovo elemento, il bassista Stuart Sutcliffe. Il batterista arriva l’anno successivo, nella persona di Pete Best.

Abbey RoadAncora sconosciuti e con pochi live (e soldi) in tasca, i futuri Beatles trovano la svolta ad Amburgo, città nella quale guadagnano le prime sterline e trovarono il look (grazie ai consigli di una fan) che farà poi storia. Dopo l’esperienza in Germania, i ragazzi tornano a Liverpool nel 1959, per esibirsi al Cavern Club. Un successo incredibile, tanto che la Germania vuole nuovamente la band nel 1961, come gruppo spalla di Tony Sheridan e per incidere il loro primo 45 giri, “My Bonnie”. Sutcliffe muore tragicamente a causa di un’emorragia cerebrale. Il gruppo subisce diverse trasformazioni, fino a trovare la strada giusta grazie al prezioso aiuto e all’esperienza del nuovo manager, Brian Epstein. I Beatles bussano alla porta di diverse case discografiche, ma nessuna sembra voler aprire per dare un’opportunità ai ragazzi. Il problema è Best, probabilmente non all’altezza. Viene sostituito con Ringo Starr, conosciuto precedentemente ad Amburgo durante un concerto. La Emi comprende il valore della band e le consente di pubblicare il singolo “Love me do” alla fine del 1962. E’ l’inizio della favola beatlesiana che tutti noi conosciamo, con la nascita di album e la realizzazione di live che hanno cambiato la storia della musica mondiale e influenzato il lavoro di generazioni di cantanti e musicisti. Il 1963 è un anno da incorniciare per Lennon e compagni: tournée in Uk e in giro per l’Europa rigorosamente sold out e performance live in onore della Regina Elisabetta, con tanto di provocazioni. Ormai i Beatles possono fare e dire ciò che vogliono, anche aggredire il mercato statunitense per battere ogni tipo di record. La coppia Lennon-McCartney sforna brani capaci di stravolgere il rock con melodie nuove e con testi che parlano spesso d’amore ma anche che indagano problemi sociali con estrema lucidità e realismo, fino a realizzare pezzi che regalano dignità letteraria al mondo della canzone. Dopo “Please Please Me”, e “With The Beatles”, arrivano album che mostrano a tutti gli effetti una maturità artistica, in particolare “A Hard Days Night” (con tanto di film omonimo in cui vengono mostrate le immagini dei quattro musicisti alle prese con la quotidianità). In questi mesi nasce anche la sempreverde “Yesterday”.

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Il disco “Help” viene pubblicato nell’agosto 1965 e solo quattro mesi dopo arriva lo straordinario “Rubber Soul”, album raffinato e ricercato in cui compare, per la prima volta nella musica leggera occidentale, il suono del sitar indiano. Brani come “Drive My Car” e “Michelle” sono le regine del nuovo lavoro dei Beatles, così come “Norwegian Wood” e “Nowhere Man”.

Nel 1966 esce “Revolver”, settima fatica dei Fab Four, presenta tracce innovative, animate dal rock psichedelico e da arrangiamenti orchestrali. “Yellow Submarine”, “I’m Only Spleeping”, “She Said She Said” e “Tomorrow Never Knows” fanno di questo album una pietra miliare della discografia mondiale.

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 L’anno successivo è caratterizzato dall’uscita di “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band” (uno dei primi concept album della storia del rock e oltre 32 milioni di copie vendute). “Lucy in the Sky with Diamonds” diventa subito famosa per una presunta allusione all’LSD (di cui pare facessero uso i quattro Beatles). “Within You Without You”, altra perla del disco, è il secondo brano scritto da Gorge Harrison chiaramente ispirato alla musica indiana.

“Magical Mystery Tour” è, invece, un doppio album che contiene anche la colonna sonora del film omonimo (di scarso successo) e, soprattutto, canzoni come “All You Need Is Love”, inno e simbolo della filosofia hippy. Con “The Beatles” (meglio noto come The White Album”), uscito nel 1968, si spazia dalla ballata acustica di “I Will” al rock violento di “Helter Skelter”, per accarezzare i sentimenti nella commovente “Julia”, che Lennon dedica alla madre morta quando era appena un ragazzino. La sperimentazione sonora raggiunge il massimo livello, anche grazie al contributo di Yoko Ono, compagna di Lennon. Il 1969 è un anno particolare: esce l’undicesimo disco dei Beatles, “Yellow Submarine”, legato all’omonimo film d’animazione, che contiene brani del passato beatlesiano e solo quattro inediti (tra cui “All Together Now”). Nello stesso anno viene pubblicato il capolavoro: “Abbey Road”. Si tratta dell’ultimo album in studio della band, con pezzi registrati in precedenza e diversi brani live: “Come Together”, “Something”, Here Comes The Sun”, il Medley (che occupa gran parte del lato B). La copertina del disco è una delle più celebri e citate della storia della music pop.

La storia discografica dei Beatles, i più grandi artisti di tutti i tempi secondo la rivista Rolling Stone (con oltre un miliardo di cd e musicassette venduti) termina con “Let it be”, pubblicato nel 1970, anno dello scioglimento ufficiale della band inglese. Numerose le tracce dell’album che lasceranno il segno: da “Across The Universe” a “Dig It”, passando per “Let It Be” e “I’ve Got A Feeling”.

Una fine soltanto apparente. Perché la beatlesmania ha continuato nei decenni successivi a contagiare nonni, genitori, figli e nipoti e a condizionare tutti le produzioni non soltanto musicali ma appartenenti all’arte in genere, contribuendo fortemente a modificare le abitudini e i gusti di milioni di persone.

Silvia Marchetti 

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Autore dell'articolo: Silvia Marchetti

Silvia Marchetti
Silvia Marchetti, nata a Mirandola (Modena) nel 1981, è giornalista pubblicista e web designer. Laureata in Scienze Politiche presso l’Università di Bologna, si occupa da anni di Cultura e Spettacoli, pubblicando articoli, recensioni e interviste relative al mondo del teatro, del cinema e, in particolare, della musica. Tra le sue passioni, la buona cucina, i concerti, la moda e Milano, città in cui ha deciso di vivere.

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