La fine del Rais libico: il fotoreportage di Kozyrev

Yuri Kozyrev ©www.premiohemingway.it
Yuri Kozyrev ©www.premiohemingway.it

 La rivoluzione libica del 2011 è il tema di una mostra fotografica che si inaugurerà oggi a Lignano Sabbiadoro in Friuli Venezia Giulia nell’ambito della XXIX edizione del Premio Hemingway. La rivolta dei ribelli, l’uccisione del Rais Mu’ammar Gheddafi, gli scontri a Sirte, Tripoli liberata, gli interventi delle forze alleate, il dramma della popolazione, il fuoco degli aerei, un giorno “amici” a quello che fu, per quarantadue anni e indiscussamente, la Guida e Comandante della Rivoluzione della Grande Jamāhīriyya Araba Libica Popolare. Il lungo e drammatico periodo, che ancora non si avvia a conclusione, è stato immortalato dal fotografo russo Yuri Kozyerv, un reportage video fotografico che gli è valso la conquista del prestigioso Premio Hemingway. La mostra, in onore dei suoi servizi fotografici, è dedicata a “On Revolution Road – Libya” che documenta, magistralmente, quanto successe nel corso di quella guerra civile che ancora oggi non ha prodotto definitivamente ciò che i ribelli si erano prefissi: una Libia libera e democratica. L’edizione del Premio è promosso dal Comune di Lignano Sabbiadoro con il contributo della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia e della Fondazione CRUP. Un evento culturale di grande spessore in un contesto qualitativo, quello del Premio Hamingwey, già alto. Impressionante il “racconto” del fotogiornalista, Kozyrev, sia per la novizia delle immagini che per i suoi contenuti. Un “inviato di guerra” che consegna all’occidente il dramma del deserto libico dove si muovevano le linee del fronte, le abitazioni distrutte dalla guerra, l’ingresso della lussiosa dimora di Gheddafi a Tripoli, il quartier generale dei servizi segreti, l’entusiasmo dei ribelli e dei civili nell’assaporare l’ondata di libertà, le scene del carnefice e la stessa brutalità della cattura del Rais e la sua tragica fine. Ed ancora. I mesi successivi: le carceri, sempre le stesse, diversi i detenuti ma in efferatezza come nulla fosse cambiato. Diversi solo i protagonisti. Quelli che un giorno furono i padroni assoluti, oggi, si ritrovano ad essere schiacciati da chi per anni ha subito, atrocemente, il regime. Prigionieri che diventano padroni e padroni nemici da eliminare. Un caos prima e dopo difficile da controllare e molto complicato da testimoniare. Kpzyrev, invece, riesce a consegnare al mondo un quadro reale dell’ancora incerta situazione politica e sociale della Libia. Il fotoreporter russo, con un’esperienza datata 25 anni, insieme agli altri giornalisti racconta la rabbia del popolo libico prima e la voglia di ricominciare poi. Dopo lo spodestamento del Sovrano assoluto, il grande fuoco della guerra civile si assopisce. Si spara di meno, nonostante l’impressionante quantità di armi in mano alle milizie fuorilegge. Ecco come descrive ciò che vede l’inviato per il TIME Magazine Abigail Hauslohner, viaggiando assieme a Kozyrev: «Eppure non abbiamo ritrovato la disperazione che solo alcuni mesi prima aveva riempito lo sguardo dei giovani uomini incontrati in ospedali da campo imbrattati di sangue. Sono stati costruiti musei per commemorare le battaglie combattute e i martiri immolati. Le scuole sono di nuovo in funzione, persino quelle danneggiate dalle bombe. Vecchi amici ora parlano di turismo e affari. Abbiamo ascoltato donne discutere dei loro stessi diritti e impartire agli uomini lezioni di politica, una nuova realtà su cui hanno investito sin dai tempi della rivoluzione. Là dove il debole governo di transizione sta fallendo, normali cittadini danno una mano nella ricostruzione. I giovani tirano fuori la loro creatività. Ma la cosa più bella che abbiamo notato mentre viaggiavamo è stato l’ottimismo, un ottimismo selvaggio e determinato. A giugno (2012) si terranno le prime elezioni democratiche. Nessuno sa quanti saranno ancora gli ostacoli da superare lungo la strada, ma nonostante tutte queste sfide e la sofferenza accumulata negli anni, le persone che abbiamo incontrato in Libia sembravano nutrire speranza».

Yury Kozyrev, fotogiornalista da oltre 25 anni, è stato testimone di tutti i principali conflitti verificatisi nell’ex Unione Sovietica, comprese le due guerre cecene. Subito dopo l’11 settembre 2011 è in prima linea in Afghanistan, dove documenta la caduta dei Talebani.Tra il 2003 e il 2009 è di base a Baghdad, come corrispondente per il Time Magazine e fotografa tutte le fasi del conflitto, attraversando il paese e raccontandone le diverse prospettive. Kozyrev ha ricevuto numerosi riconoscimenti per il fotogiornalismo, tra cui diversi World Press Photo Award per le sue immagini della Cecenia, dell’Iraq, di Beslan e della primavera araba. È risultato vincitore nel 2004 dell’Overseas Press Club Oliver Rebbot Award per il suo reportage sull’Iraq, nel 2006 ha ottenuto l’ICP Infinity Award per il fotogiornalismo e nel 2008 il Frontline Club Award sempre per il suo intenso racconto dell’Iraq. Il suo esteso reportage sulle rivolte nei paesi arabi gli è valso numerosi premi. Tra questi, oltre al già citato World Press Photo Award, possiamo ricordare il Visa d’Or News consegnato dal festival Visa pour l’Image, i due massimi riconoscimenti assegnati dal Prix Bayeux-Calvados a corrispondenti di guerra e la nomina a fotoreporter dell’anno nell’edizione 2011 del Picture of the Year International. Yuri Kozyrev vive a Mosca.

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