LA BELLE JOYEUSE, IL MITO DI UNA DONNA LIBERA

Anna Bonaiuto

“Sanguinaria assassina” per il governo austriaco, “sfacciata meretrice” per papa Pio IX, “bellezza affamata di verità” per Heine, “prima donna d’Italia” per Cattaneo: Cristina Trivulzio, principessa di Belgioioso, fu figlia del Rinascimento e dell’Illuminismo, musa del Romanticismo, intellettuale, brillante, orgogliosa, stravagante, autoritaria, che attraversò da grande protagonista la Storia italiana. A far rivivere sul palcoscenico l’epopea di questa donna d’altri tempi è Anna Bonaiuto ne La belle joyeuse, un monologo scritto e diretto da Gianfranco Fiore, in scena a Teatro Due di Parma sabato 19 gennaio alle ore 21.00 e domenica 20 gennaio alle ore 16.00.

Anna Bonaiuto, attrice straordinaria e volto cinematografico della matura Cristina nel film diretto da Mario Martone Noi credevamo, in questo monologo riprende il personaggio incarnandone tutte le sfumature in un’unica figura di donna contraddittoria, egocentrica, ma assolutamente affascinante. Attraverso un flusso di ricordi, di visioni, di emozioni, nostalgie, frustrazioni, emerge prepotentemente il ritratto di un’inquieta nobildonna: ricchissima per nascita, sposata a sedici anni e separata a venti, divisa tra una Parigi dove è attrice e pittrice, scoprendo anche la gioia della maternità, e l’amata Italia nelle cui martoriate terre del nord accoglie malati e costruisce orfanotrofi.

Minata nel fisico dall’epilessia prima, da sifilide ed idropisia poi, ma anche animata da una costante energia che la porta ad essere da una lato convinta benefattrice, dall’altro instabile viaggiatrice, la “bella e gioiosa” è una proto-femminista, una donna libera la cui profonda umanità è raccontata con nitida bravura da una delle indiscusse protagoniste della scena italiana, in uno spettacolo che ha ricevuto il massimo dei consensi di pubblico e di critica.

«Ho cercato di dare un profilo vivo, reale, alla donna che Balzac definì “più impenetrabile della Gioconda” – afferma Gianfranco Fiore – E lo spettacolo riconsegna l’ultimo palcoscenico ad una voce dissonante, aspra, appassionata, a tratti necessaria e illuminante anche per i nostri giorni. Restituendo così Cristina di Belgioioso non al suo tempo, ma al nostro».

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