Bruce Springsteen, “High Hopes”: la recensione

high hopesÈ uscito ufficialmente il 14 gennaio, anche se grazie a un errore (o forse una strategia di marketing, difficile dirlo) di Amazon qualcuno è riuscito ad acquistarlo prima della fine di dicembre. Fatto sta che da settimane domina la scena musicale, non mancando di dividere la critica e gli stessi fan. Stiamo parlando dell’ultimo attesissimo album del Boss, di quell’instancabile Bruce Springsteen che a meno di due anni dall’ultimo successo, l’album Wrecking Ball, e ancora impegnato in un tour interminabile che lo sta portando sui palchi di Sudafrica, Australia e Nuova Zelanda, torna in pista con una disco che raccoglie, accanto a tre cover, pezzi inediti mai pubblicati prima, altri scartati durante la registrazione di album passati e nuovi arrangiamenti di brani noti come The ghost of Tom Joad e American Skin (41 shots). Questo, forse, il motivo che ha fatto storcere il naso ad alcuni: perché un album che potrebbe sembrare un mix di scarti e cover? In realtà, a un ascolto attento, quest’ultimo lavoro nasconde brani e arrangiamenti che sicuramente non deludono.

L’ALBUM – High Hopes, ecco il titolo del diciottesimo album in studio di un uomo che ha alle spalle più di quarant’anni di carriera. Grandi speranze, quindi. Sì, perché dopo la crisi, la rabbia e l’amarezza contenute in Wrecking Ball, ora ci vuole la voglia di guardare avanti, di tornare a sperare. Questo, forse, il filo conduttore di un album che si apre al grido High Hopes, cover degli Havalinas che Springsteen aveva già inciso e pubblicato in un Ep nel 1996 e che, accanto alla immancabile E Street Band, qui può contare sulla presenza della vera guest star del disco, l’ex chitarrista dei Rage Against the Machine Tom Morello. Lui, ben riconoscibile in otto delle dodici tracks, regala al disco un tocco marcatamente rock. A fianco del Boss durante la fase australiana del tour, in cui ha sostituito il chitarrista Little Steven, «Tom e la sua chitarra sono diventati la mia musa – racconta lo stesso Springsteen sul suo sito – spingendo questo progetto a un livello più alto». Ed è così che in High Hopes i fiati della E Street Band dialogano con la chitarra incalzante di Morello, creando una carica che ben si sposa con la voglia di guardare avanti, di riappropriarsi di un futuro. «Voglio comprarmi del tempo, e forse vivere la mia vita – canta il Boss – Voglio avere una moglie, voglio avere dei bambini, Voglio guardarli negli occhi e sapere che avranno una possibilità. Datemi aiuto, datemi forza. Date ad un’anima una notte di sonno senza paura. (…) Ho grandi speranze».

A un inizio così ricco di carica segue una breve battuta d’arresto: i temi e le atmosfere cupe di Harry’s place ci riportano per qualche minuto in un’America del malaffare, della malavita, regno di un gangster di nome Harry, e i suoni richiamano alla mente, forse, lo Springsteen di album come Human Touch. E poi, finalmente, un pezzo che è uno dei punti forti dell’album, suonato live dal 2000. Parliamo di America Skin. (41 shots), un brano che, come si sa, racconta la vicenda di Amadou Diallo, giovane afroamericano ucciso dalla polizia di New York con 41 colpi di pistola solo perché stava prendendo dalla tasca il portafoglio. Una vicenda terribile, alla quale il Boss ha dedicato un brano che in questa versione, della durata di più di 7 minuti, conta sulla chitarra di Morello: dolorosa, intensa. Dopo la cover della band australiana Saints, Just like fire would, si arriva a un pezzo completamente inedito e che in certi punti ricorda “I’m on fire” di Born in the USA: si tratta di Down in the hole. Qui non manca l’organo di Danny Federici, che aveva inciso questo pezzo prima della sua morte nel 2008. Curioso, infatti, che all’interno dell’album ci siano anche alcuni passaggi registrati proprio da Federici e dallo storico sassofonista Clarence Clemons, scomparso nel 2011. Una E street Band in un certo senso al completo.

bruce springsteenAtmosfere un po’ gospel, poi, per Heaven’s wall , che insieme a This is your sword  propone metafore bibliche, unite, nel secondo dei due casi, a suoni che ricordano il folk-rock di Wrecking Ball. In mezzo tra questi due pezzi, poi, Frankie fell in love, una canzone piacevole e leggera e che sul finire regala una delle immagini più suggestive e positive dell’album: seduti a un tavolo per bersi una birra, Einstein e Shakespeare parlano di numeri, amore, poesia. C’è spazio ancora per un dolce valzer, Hunter of invisible game, uno di quei pezzi capaci di creare un’atmosfera raccolta, in cui la calda e pacata voce del Boss è la vera protagonista. Questo sino alla nuova versione di The ghost of Tom Joad: ricordate il brano che ha dato il titolo al disco del 1995? Qui è tutta un’altra cosa: è rock puro, chiaramente grazie alla presenza di Morello. Sette minuti e trenta per un arrangiamento di forte impatto, rabbioso, coinvolgente, in cui il Boss e l’ex Rage Against the Machine si alternano non solo alla chitarra, ma anche alla voce, duettano.

La grinta lascia spazio, a questo punto, a quello che forse è il brano più toccante dell’intero album: The Wall. Un pezzo che Springsteen ha composto nel lontano 1997, dopo aver fatto visita al memoriale per i caduti in Vietnam, a Washington. In quell’occasione il pensiero è andato a Walter Cichon dei Motifs, musicista al quale da ragazzino aveva guardato con ammirazione ma che partito per il Vietnam non fece più ritorno. A lui è dedicata, quindi, questa dolce ballata, che lascia spazio, infine, a Dream baby dream, cover degli elettronici Suicide. Una chiusura che esorta a sognare e che i fan conoscono bene in quanto colonna sonora del video di ringraziamenti realizzato dal Boss e dedicato proprio a coloro che l’hanno seguito nell’ultimo lungo tour. E quindi…Come on dream on, dream baby dream

Valentina Sala

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Autore dell'articolo: Valentina Sala

Valentina Sala
Giornalista pubblicista. Tra i suoi campi di interesse soprattutto viaggi e cultura. Dopo una laurea di primo livello in Scienze della Comunicazione consegue la specialistica in Editoria con il massimo dei voti e con una tesi sul rapporto tra letterati e città, ricostruendo la Parigi di Émile Zola e la Vienna di Joseph Roth. Collabora con più giornali e riviste e affianca alla professione giornalistica quella di insegnante di Psicologia della Comunicazione. Tra le sue passioni i romanzi capaci di raccontare un luogo e un’epoca, i film di François Truffaut, il buon cibo, le città europee e, soprattutto, il viaggio inteso come modo per scoprire e confrontarsi con realtà diverse.

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