ALADDIN: recensione del film della DISNEY con WILL SMITH

Si dice che quando certe verità vengono svelate l’umanità sia davvero pronta per conoscerle. Io me ne sono convinta sempre di più guardando Aladdin.

Nel film le antinomie del mondo contemporaneo si manifestano in tutte le loro peculiarità: la sete di potere con cui ogni essere umano deve fare i conti prima o poi e l’incapacità di usare le proprie risorse interne a fin di bene ma per apparire perfetti, ambiziosi, furbi ed onnipotenti mentre la voce del femminile viene soppressa da secoli, come canta la principessa Jasmine (Naomi Scott).

Nel substrato culturale di Aladdin, però –  così com’era già accaduto con Maleficent – aleggia un simbolismo universale e archetipico, che si perde nella notte dei tempi e che solo il nostro cuore può cogliere in tutta la sua completezza.

Aladdin recensione

E in effetti Aladdin non è solo film fantastico, è molto di più, è l’espressione di un’umanità stanca e desiderosa di cambiare, è la volontà di dar vita ad una dialettica tra il femminile e il maschile affinché le donne possano esprimere ogni lato di sé, anche quegli aspetti non socialmente accettabili: la tigre della principessa rappresenta dopotutto il nostro lato istintivo che sa proteggerci quando è necessario e che riconosce il vero amore all’istante.

Il genio, che Aladdin (Mena Massoud) fa uscire dalla lampada, raffigura le potenzialità che ciascuno di noi possiede ma che non sappiamo far fruttare perché la ragione e l’ego ce lo impediscono.

Per far uscire il genio bisogna strofinare una lampada e precipitare in una grotta… magari spinti proprio dall’ego, impersonato nel film dal visir Jafar (Marwan Kenzari). Insomma dobbiamo abbandonarci, perderci, cadere nel buio, lasciare spazio alle tenebre. E la posta in gioco è troppo alta.

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Due cose il genio però non può realizzare: far innamorare una persona e resuscitare i morti. Due cose che non competono all’essere umano perché sono del tutto fuori dalla nostra portata. I desideri vanno poi espressi con estrema chiarezza per non creare spiacevoli malintesi. E… chi meglio di Will Smith poteva interpretare il genio?

Diretto da Guy Ritchie, che ha scritto anche la sceneggiatura insieme a John August, il film è, dunque, un viaggio entusiasmante in un mondo fantastico dove i tappeti volano, i geni un po’ burloni escono dalle lampade e si innamorano delle ancelle (Dalia nel film è Nasim Pedrad), le scimmie rubano i gioielli e i pappagalli fanno la spia.

Aladdin è portatore del diamante allo stato grezzo ma cade in balia dell’ego che gli sbarra la strada per impedirgli di mostrare il proprio disinteresse e compiere così un gesto di puro amore.

Si dice che quando certe verità vengono svelate l’umanità sia davvero pronta per conoscerle: l’essere umano per evolvere ha bisogno di riappropriarsi del proprio lato femminile e in questa pellicola anche le donne possono diventare sultano e cambiare le leggi appoggiate dai padri (il sultano è interpretato da Navid Negahban).

Il film, rispetto al cartone animato del 1992, compie infatti un passo ulteriore per mostrarci ciò che ci rifiutiamo da molto tempo di vedere e cioè che il vero amore è possibile solo assecondando la danza degli opposti nella sua totalità, anche nelle emozioni considerate inaccettabili. Una danza che ci rende davvero vivi.

Dal punto di vista stilistico, Aladdin è impeccabile. Da non perdere (M.I.).

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Autore dell'articolo: Maria Ianniciello

Maria Ianniciello
Mi chiamo Maria Ianniciello (o meglio Maria Carmela Ianniciello). Carmela spesso lo perdo per strada. Ho una laurea in Lettere e sono giornalista dal 2007 (sono iscritta nell'elenco dei pubblicisti). Dopo una lunga gavetta giornalistica in televisioni e giornali irpini sia online che affline, curo dal 2008 il portale www.culturaeculture.it, da me fondato. In Cultura & Culture dal 2012 al 2018 ho coordinato redattori da ogni angolo d'Italia e mi sono occupata di cinema, libri, lifesyle, attulità e benessere. E` stata una grande esprienza umana e professionale. Poi una piccola pausa e la ripresa delle pubblicazioni il 19 agosto 2019. A gennaio 2016 mi sono iscritta alla Scuola di Naturopatia dell'Istituto Riza di Medicina Psicosomatica diplomandomi nel dicembre 2018. Da aprile a giugno ho frequentato il Master in Psicosomatica sempre presso l'Istituto Riza. Nel frattempo ho avuto un bambino di nome Emanuele. Sono sposata con Carmine e amo la mia famiglia per la quale farei follie. Come farei follie per questo lavoro (il giornalismo intendo) che adoro. La Scuola di Naturopatia mi ha permesso di ritrovare me stessa, i miei tempi, la mia vita. Mi ha fatto scoprire il dono della maternità e della femminilità. Oggi sono una persona più completa e più equilibrata. Ma sempre in costante evoluzione. Oggi mi dedico come giornalista ai libri e al cinema in Cultura & Culture e sul mio canale YouTube (Marica Movie and Books). Curo la rubrica Bimbi al cinema sul blog Ricomincio da quattro di Adriana Fusè.

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