Si dice che quando certe verità vengono svelate l’umanità sia davvero pronta per conoscerle. Io me ne sono convinta sempre di più guardando Aladdin.

Nel film le antinomie del mondo contemporaneo si manifestano in tutte le loro peculiarità: la sete di potere con cui ogni essere umano deve fare i conti prima o poi e l’incapacità di usare le proprie risorse interne a fin di bene ma per apparire perfetti, ambiziosi, furbi ed onnipotenti mentre la voce del femminile viene soppressa da secoli, come canta la principessa Jasmine (Naomi Scott).

Nel substrato culturale di Aladdin, però –  così com’era già accaduto con Maleficent – aleggia un simbolismo universale e archetipico, che si perde nella notte dei tempi e che solo il nostro cuore può cogliere in tutta la sua completezza.

Aladdin recensione

E in effetti Aladdin non è solo film fantastico, è molto di più, è l’espressione di un’umanità stanca e desiderosa di cambiare, è la volontà di dar vita ad una dialettica tra il femminile e il maschile affinché le donne possano esprimere ogni lato di sé, anche quegli aspetti non socialmente accettabili: la tigre della principessa rappresenta dopotutto il nostro lato istintivo che sa proteggerci quando è necessario e che riconosce il vero amore all’istante.

Il genio, che Aladdin (Mena Massoud) fa uscire dalla lampada, raffigura le potenzialità che ciascuno di noi possiede ma che non sappiamo far fruttare perché la ragione e l’ego ce lo impediscono.

Per far uscire il genio bisogna strofinare una lampada e precipitare in una grotta… magari spinti proprio dall’ego, impersonato nel film dal visir Jafar (Marwan Kenzari). Insomma dobbiamo abbandonarci, perderci, cadere nel buio, lasciare spazio alle tenebre. E la posta in gioco è troppo alta.

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Due cose il genio però non può realizzare: far innamorare una persona e resuscitare i morti. Due cose che non competono all’essere umano perché sono del tutto fuori dalla nostra portata. I desideri vanno poi espressi con estrema chiarezza per non creare spiacevoli malintesi. E… chi meglio di Will Smith poteva interpretare il genio?

Diretto da Guy Ritchie, che ha scritto anche la sceneggiatura insieme a John August, il film è, dunque, un viaggio entusiasmante in un mondo fantastico dove i tappeti volano, i geni un po’ burloni escono dalle lampade e si innamorano delle ancelle (Dalia nel film è Nasim Pedrad), le scimmie rubano i gioielli e i pappagalli fanno la spia.

Aladdin è portatore del diamante allo stato grezzo ma cade in balia dell’ego che gli sbarra la strada per impedirgli di mostrare il proprio disinteresse e compiere così un gesto di puro amore.

Si dice che quando certe verità vengono svelate l’umanità sia davvero pronta per conoscerle: l’essere umano per evolvere ha bisogno di riappropriarsi del proprio lato femminile e in questa pellicola anche le donne possono diventare sultano e cambiare le leggi appoggiate dai padri (il sultano è interpretato da Navid Negahban).

Il film, rispetto al cartone animato del 1992, compie infatti un passo ulteriore per mostrarci ciò che ci rifiutiamo da molto tempo di vedere e cioè che il vero amore è possibile solo assecondando la danza degli opposti nella sua totalità, anche nelle emozioni considerate inaccettabili. Una danza che ci rende davvero vivi.

Dal punto di vista stilistico, Aladdin è impeccabile. Da non perdere (M.I.).

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