Una città nel deserto del Nevada? Sì, ma solo per una settimana

@ www.burningman.com
@ www.burningman.com

“Provare a spiegare cos’è Burning Man a qualcuno che non ha mai visto l’evento è come provare a spiegare come appare un particolare colore a una persona non vedente”. Una premessa che suona forse non troppo incoraggiante, soprattutto se si considera che proviene dagli stessi organizzatori del Burning Man Festival, l’evento che dal 1991 viene riproposto ogni anno nel deserto del Nevada, USA, pochi giorni prima del Labor Day e la cui ultima edizione si è conclusa giusto lo scorso lunedì 2 settembre. Poco meno di 70 mila i partecipanti che anche quest’anno si sono dati appuntamento in Nevada per prendere parte a un evento sicuramente fuori dal comune. Loro, determinati nel voler vivere sino in fondo questa esperienza, come ormai vuole la tradizione hanno costruito dal nulla una città, la famosa Black Rock City, e contemporaneamente dato libero sfogo alla loro vena più creativa e artistica, realizzando opere d’arte e installazioni di ogni tipo.

Come anticipato, però, non è poi così semplice capire sino in fondo cosa accada per una settimana intera a Black Rock City, una città caratterizzata da alcune regole ferree e i cui confini non possono essere oltrepassati per tutta la durata della manifestazione. Un raduno per artisti e creativi e insieme una specie di grande esperimento, verrebbe da dire, in cui le persone sono chiamate a creare e a fare parte di una comunità temporanea, a scambiarsi beni di primaria necessità attraverso il baratto e, soprattutto, a dare libero sfogo alla loro fantasia, tanto che per tutta la settimana la città rappresenta un grande spazio artistico in cui prendono forma costruzioni, installazioni, sculture e idee sempre più originali. È questo, almeno, quello che si riesce a conoscere di un evento che ogni anno fa sempre più parlare di sé, soprattutto per le immagini spettacolari che trapelano dal festival.

@ www.burningman.com
@ www.burningman.com

L’IDEA – “Burning Man”, ossia un uomo che sta bruciando. Un nome, quello scelto dai tre ideatori Kevin Evans, Michael Mikel e John Law, che deriva dall’attimo finale dell’intera iniziativa, ossia il momento in cui tutto quello che è stato costruito viene distrutto e la grande statua di legno posta al centro della città (e in origine raffigurante un uomo) prende fuoco e brucia, segnando a tutti gli effetti la chiusura della manifestazione. Per l’intera settimana precedente, invece, una specie di utopia comunitaria, a tratti anarchica e a tratti, invece, caratterizzata da alcune regole da rispettare, pena l’esclusione dall’happening. “È un esperimento annuale di creazione di una comunità temporanea, dedicato all’espressione di sé e a una forma radicale di autosufficienza”, spiegano sempre gli organizzatori nella dettagliata guida informativa dell’evento. Una guida, questa, in cui sono raccolte tutte le norme che regolamentano la vita comunitaria durante la settimana del festival, con tanto di piano regolatore che stabilisce dove è possibile accamparsi e dove saranno le istallazioni.

@ www.burningman.com
@ www.burningman.com

LE REGOLE – Prima regola e, forse, la più importante è quella che vieta l’utilizzo di denaro all’interno della città. Per sopravvivere i burners, come vengono chiamati i partecipanti, devono infatti portare con sé tutto il necessario o, in alternativa, chiedere aiuto ai nuovi “vicini di casa”, ricreando, così, le relazioni e le dinamiche tipiche di qualsiasi centro abitato. Tra le regole elencate nella guida ufficiale ce n’è un’altra, poi, che garantisce il mantenimento dell’alone di mistero che caratterizza Burning Man: al termine della manifestazione tutto quello che è stato costruito deve essere distrutto per non “lasciare alcuna traccia”.

 

Commenti

commenti

Macrolibrarsi.it un circuito per lettori senza limiti

Autore dell'articolo: Valentina Sala

Valentina Sala
Giornalista pubblicista. Tra i suoi campi di interesse soprattutto viaggi e cultura. Dopo una laurea di primo livello in Scienze della Comunicazione consegue la specialistica in Editoria con il massimo dei voti e con una tesi sul rapporto tra letterati e città, ricostruendo la Parigi di Émile Zola e la Vienna di Joseph Roth. Collabora con più giornali e riviste e affianca alla professione giornalistica quella di insegnante di Psicologia della Comunicazione. Tra le sue passioni i romanzi capaci di raccontare un luogo e un’epoca, i film di François Truffaut, il buon cibo, le città europee e, soprattutto, il viaggio inteso come modo per scoprire e confrontarsi con realtà diverse.

Lascia un commento

 COPIA NEGLI APPUNTI