Prima di partire…cartoline da Budapest

Bela Kun Memento park
Béla Kun, Memento Park

Béla Kun guida la folla verso la Repubblica dei Consigli del 1919. Tre volontari delle Brigate Internazionali partono alla volta della Spagna e della sua Guerra Civile. Degli enormi stivali di Stalin dominano dall’alto e Lenin accoglie gli ospiti, insieme ai poco lontani e onnipresenti Marx ed Engels. E poi ancora numerosi e comuni “lavoratori”, anche loro parte di quello che è stato chiamato “Memento Park”. I tre giorni a Budapest sono trascorsi: domani si parte per la Polonia, ma in attesa di proiettare definitivamente la mente a Cracovia, ecco alcuni flash su come abbiamo passato queste prime giornate di viaggio. Accennavo al Memento Park, un luogo che, stando al nome, dovrebbe tenere vivo il ricordo di qualcosa, così da non cadere negli errori del passato. Si tratta di un parco che si trova a circa 10 chilometri dal centro e nel quale sono oggi custodite una quarantina di statue e targhe che fino a un paio di decenni fa e poco più adornavano piazze e strade di Budapest.

Memento Park
Memento Park

Come si può facilmente intuire si tratta dei busti e altri oggetti legati a personalità come Lenin, Stalin e “lavoratori” meno noti, cui il regime comunista rendeva omaggio e che oggi sono raccolti in questo spazio all’aperto. Uno spazio che, in realtà, a prima vista sembra più un cimitero, un luogo in cui, forse, dimenticare un po’ alla volta, generazione dopo generazione, chi vi riposa. Sarà probabilmente a causa della distanza dal centro, delle poche persone che lo visitano o della totale mancanza di materiale informativo sul posto, ma più che qualcosa da ricordare come monito per l’avvenire verrebbe da pensare che il regime debba essere lasciato lì, come sepolto, se possibile dimenticato. O, forse, l’impressionante dimensione e il pathos di queste opere non hanno bisogno di ulteriori spiegazioni: la propaganda di regime parla da sé.

Stivali Stalin, Memento Park
Stivali Stalin, Memento Park

Ma al di là delle diverse interpretazioni e suggestioni, visitare il parco è un’esperienza interessante: ci si muove tra le statue di volti più o meno noti, targhe e oggetti curiosi, tra cui anche gli stivali di Stalin, unico pezzo rimasto di quell’enorme statua abbattuta dai dimostranti durante la rivolta del ’56. Appena fuori dal parco, in un edificio un po’ fatiscente, ciò che resta di una piccola caserma si è tramutato in uno spazio espositivo, che accanto ai pannelli esplicativi propone un video che racconta i metodi di spionaggio attuati dal regime nei confronti dei cittadini. Oltre al parco, a rendere piacevole la visita è sicuramente anche il tragitto: con l’autobus si attraversa, infatti, parte della periferia di Budapest. Un continuo susseguirsi di colline, case e strade tranquille, come in un piccolo e familiare paese di provincia.

Grande Sinagoga
Grande Sinagoga

“Andiamo sulle orme degli ebrei orientali”, anticipavo scherzando qualche giorno fa, appena prima della partenza. La più grande sinagoga d’Europa (la seconda del mondo dopo quella New York) si trova proprio nel settimo distretto di Budapest. Tutt’intorno le strade di quello che fu (e in parte lo è ancora) il quartiere ebraico e, successivamente, il ghetto, con sinagoghe costruite un po’ qua e là (alcune ortodosse, altre maggiormente riformiste), edifici abbandonati e ristoranti kosher. Dopo aver fatto nuovamente tappa nella sinagoga principale, ci siamo addentrati nel reticolo di vie e abbiamo trovato un quartiere un po’ lasciato a se stesso ma che sembra stia cercando di trovare una nuova dimensione, con sempre più locali alternativi come i pub di rovine (di cui vi abbiamo già parlato in passato), sorti spontaneamente all’interno di palazzi decadenti e disabitati, atelier di giovani artisti, teatri improvvisati, wine bar con buona musica dal vivo. Un movimento partito dagli stessi cittadini che a un certo punto, stanchi di attendere sovvenzioni e aiuti dalle istituzioni, hanno dato il via a iniziative e progetti, molti di volontariato, per donare nuova vita alle strade dell’ex ghetto.

Quartiere ebraico
Quartiere ebraico

Una passeggiata e la visita alla Grande Sinagoga sono d’obbligo, soprattutto per non dimenticare, e questa volta per davvero, quanto avvenuto in passato. L’Ungheria sta oggi vivendo un periodo particolarmente complicato: sappiamo del revival di nazionalismo e intolleranza, spesso sfociata in nuovo antisemitismo, che sta attirando l’occhio attento e critico dell’Unione Europea. Non è retorico tenere vivo il ricordo. Un grande salice piangente in ferro, tra l’altro opera dello stesso artista che ha realizzato la statua di Béla Kun oggi al Memento Park (Imre Varga), si trova nel centro del cortile della Sinagoga e su ogni piccola foglia riporta inciso indelebilmente il nome di un martire della shoah. Accanto una lapide ricorda i nomi dei giusti che si sono impegnati nel dare il loro aiuto agli ebrei, tra cui anche gli italiani Giorgio Perlasca e Angelo Rotta.

TortaTra un tuffo nella storia e l’altro, perché non tuffarsi anche in una delle terme di Budapest, tanto famose e, a detta di molti, imperdibili? Quando c’è da indossare il costume e “perdere” un po’ di tempo Daniele arriccia sempre il naso. Ormai lo so, è così da una vita. Ma se riesco a ricordargli che il progetto che ho in mente è qualcosa di tipico del luogo, allora ho qualche speranza. E così è stato anche questa volta, e tra una bella passeggiata sull’isola Margherita e una buona fetta di torta da Gerbeaud c’è stato il tempo anche per le terme. Dopo una lunga diatriba su quali siano le migliori, alla fine abbiamo optato per i Bagni Széchenyi, una costruzione asburgica con tre vasche esterne e innumerevoli coperte, tutte con temperature diverse. Ma in città ce ne sono tantissime, tra cui le rinomate Gellért (qualcuno dice che entrarci è come nuotare in una cattedrale. Sarebbe da provare). Visto il periodo è naturale che quelle all’aperto siano più gettonate, ma l’esperienza è stata comunque piacevole. E poi è un passatempo tipico del luogo…

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Valentina Sala

 

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Autore dell'articolo: Valentina Sala

Valentina Sala
Giornalista pubblicista. Tra i suoi campi di interesse soprattutto viaggi e cultura. Dopo una laurea di primo livello in Scienze della Comunicazione consegue la specialistica in Editoria con il massimo dei voti e con una tesi sul rapporto tra letterati e città, ricostruendo la Parigi di Émile Zola e la Vienna di Joseph Roth. Collabora con più giornali e riviste e affianca alla professione giornalistica quella di insegnante di Psicologia della Comunicazione. Tra le sue passioni i romanzi capaci di raccontare un luogo e un’epoca, i film di François Truffaut, il buon cibo, le città europee e, soprattutto, il viaggio inteso come modo per scoprire e confrontarsi con realtà diverse.

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