Alla Bua in concerto a Genzano a ritmo di “Pizzica”

Alla BuaNon era iniziata sotto grandi auspici, la serata di sabato 2 agosto, per l’atteso e ormai annuale appuntamento con la strepitosa band salentina degli Alla Bua. Il loro pulmino aveva subito un guasto durante il trasferimento verso Genzano e, fatto ancor più grave, a poche ore dall’inizio, la piazza si presentava colma di sedie. Orrore, per un concerto di pizzica, dove l’entusiasmo e il ballo sfrenato ha bisogno di spazio per poter esprimere la gioia di questo genere musicale. Fortunatamente, l’intervento illuminato di un rappresentante comunale, anch’esso sgomento, convinceva la folla già seduta a spostarsi in fondo alla piazza per lasciare libero sfogo ai tanti in attesa di scatenarsi sulle note del portentoso gruppo, tranquillizzare un furibondo Gigi Toma (il loro leader) e dare così il via al terremoto.

Sì, perché quando gli Alla Bua iniziano a suonare, la terra trema sotto i colpi frenetici dei tamburelli e il calore del Salento si riversa sul pubblico, che non aspetta altro. Si parte in quarta con, in rapida successione, “Villana” (dal loro ultimo album “Russu te sira – 2013), la mitica “Pizzicarella” capace di scatenare puntualmente la folla e “Lu scarparu”, dal gran ritmo, che fa sobbalzare l’intera piazza. Un attimo di sosta, e Gigi Toma dal palco avvisa: “il riscaldamento è finito, ora andiamo coi colpi pesanti, andiamo con la cura dalla taranta, che noi del Sud abbiamo schiacciato da tempo”. Perché non tutti sanno che la pizzica è la terapia al morso della taranta, che in passato era ritenuta, a torto o ragione, la causa delle “tarantate”, le donne morse dal ragno.

La Taranta è la causa del male, la pizzica è il ballo che cura. «E’ così, – ha detto Dario Marti, storica chitarra e voce del gruppo a Cultura & Culture – a volte si sente dire la pizzica tarantata, che non vuol dire niente, sono due cose opposte. La pizzica, si riteneva – continua – fosse la cura per la tarantata, cioè colei che era stata morsa dal ragno e che stava male. Il ritmo ossessivo della pizzica serviva a guarire dai danni del veleno. Oggi siamo tutti punti dal malessere sociale e forse questo è il successo della pizzica, che riscontriamo in tutta Italia. Una ricerca di liberazione».

E il concerto riparte con un pezzo forte davvero, “Santu Paulu”, immancabile nelle loro serate. La fisarmonica di Francesco Coluccia è un ossesso, il violino di Michele Calogiuri urla note stridule per tenere testa ai tamburi di Gigi Toma e Fiore Maggiulli, un virtuoso di questo strumento. I suoi assoli, spesso, sono simili ai fuochi pirotecnici… potenti, velocissimi, a tal punto che se non lo vedessi da vicino si direbbe impossibile tenere certi ritmi e così a lungo. Ecco, Fiore è uno di quei musicisti capaci di mandare in visibilio il pubblico.

Dopo tanto sforzo ci vuole un brano più soft e quindi si va avanti con “Dolcifiurita”, struggente storia d’amore con la bella voce di Irene Toma, una vera “sacerdotessa” della pizzica. Con i suoi balli sensuali, i piedi che sfiorano leggeri le tavole del palco, disegna nell’aria volteggi di estrema delicatezza. Tra un assolo di chitarra di Dario Marti, e un duello di tamburi tra Gigi e Fiore, che estasiano la piazza ormai totalmente sciolta da ogni freno, il concerto prosegue con la bella “Lucernaru”, tratta dall’album Scattuni (2010), e “Lu maremotu” dal loro ultimo CD Russu te sira. Non poteva certo mancare la struggente “Lu rusciu te lu mare” introdotta da un lungo assolo di chitarra e che, sorpresa, è cantata a squarciagola da gran parte della piazza, qui, a due passi da Roma! Del resto, perché dovremmo cantare in inglese e non in un dialetto della nostra Italia? Non si segue una scaletta predeterminata, improvvisano sul palco, come ci aveva confidato lo stesso Gigi Toma prima del concerto: «Non abbiamo scalette, sentiamo l’atmosfera che viene dal pubblico… se hanno voglia di ballare o meno, decidiamo all’istante».

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Chissà cosa avranno percepito dalla piazza stracolma, perché danno vita a dei pezzi strumentali strepitosi, di impressionante potenza, e subito dopo rilanciano con “Lu capone”, un brano allegro e trascinante. Si va avanti per due ore piene, venti brani, la mezzanotte è superata da un pezzo ma il pubblico esausto risponde colpo su colpo, con la caratteristica di questo tipo di concerti: il sorriso stampato sul volto. E’ proprio una terapia, allora, questa pizzica che fa ballare tutte le piazze d’Italia, da sud a nord! Nel finale, si ha il privilegio di assistere a una performance di rara intensità: un medley strumentale dai ritmi indiavolati, sotto le luci stroboscopiche che ne aumentano l’effetto ipnotico, in cui Gigi e Fiore si esaltano coi loro tamburi, supportati da tutti gli altri, e danno vita ad un delirio ritmico da non credere. Trema la terra sotto i piedi, freme la piazza che salta all’unisono. Picchiate forte, ragazzi, su quei tamburi, si apra la terra e inghiotta tutte le tarante che vogliono farci del male! La terapia è nelle nostre radici popolari, nella riscoperta della nostra cultura antica e gli Alla Bua ne sono degnissimi e virtuosi interpreti.

Paolo Leone

Alla Bua: Gigi Toma, voce e tamburello; Fiore Maggiulli, tamburello e voce; Irene Toma, oboe e voce; Dario Marti, chitarra e voce; Michele Calogiuri al violino; Francesco Coluccia alla fisarmonica.

Per saperne di più sul gruppo ascolta qui: http://youtu.be/9qy6iDmYPT4

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Autore dell'articolo: Paolo Leone

Paolo Leone
Nato a Roma. Ama il teatro, di qualsiasi genere. Free lance, segue le stagioni teatrali romane da anni, scrivendo recensioni e realizzando interviste ai protagonisti. Attento ai giovani talenti. Ha organizzato presentazioni di libri in librerie a Roma e provincia ed è stato relatore al Salone Internazionale del Libro di Torino nel maggio 2013.

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