Roberto Saviano: La paranza dei bambini, recensione

La paranza dei bambini, edito da Feltrinelli, è il nuovo romanzo di Roberto Saviano, autore del bestseller internazionale Gomorra, libro che, oltre a renderlo noto in tutto il mondo, dal 2006 lo ha portato, anche a numerosi suoi altri interventi, a condurre una vita sotto scorta. A differenza di Gomorra e di ZeroZeroZero, ne La paranza dei bambini «personaggi e fatti narrati sono immaginari, è autentica invece la realtà sociale e ambientale che li produce», spiega lo stesso autore prima di far addentrare i suoi lettori nell’intricata selva di personaggi, legami, luoghi e aspirazioni che caratterizzano le 347 pagine dell’opera. In questo caso lo scrittore napoletano racconta dinamiche vere ma fatti inventati, liberandosi dalla necessità d’inserire delle inoppugnabili prove all’interno del plot.

Roberto Saviano ne La paranza dei bambini racconta le vicende di un gruppo di ragazzini costantemente rapiti dai loro smartphone, da WhatsApp, da Facebook, da Instagram, da Twitter e da Youtube, e che sfrecciano contromano per le strade di Napoli con un’unica grande ambizione: raggiungere, a qualsiasi costo, le vette del potere. «Nessun adulto, da quando erano stati partoriti, aveva mai creduto che ci fossero verità, fatti, comportamenti inadatti alle loro orecchie. A Napoli non esistono percorsi di crescita: si nasce già nella realtà, dentro, non la scopri piano piano», recita un passo del romanzo che smantella violentemente la veridicità della citazione di Novalis, “Dove ci sono bambini c’è un’età dell’oro”, che lo stesso Saviano pone all’inizio del testo. Ogni sentimento legato al mondo infantile viene qui asservito alle logiche del Sistema; non appena i piccoli protagonisti depositano le borse piene d’armi, concesse loro da un vecchio boss, nel loro covo di via dei Carbonari, si addormentano “nei rispettivi letti, nelle stanzette accanto a quelle dei genitori […] come si addormentano i bambini il 24 dicembre”. Maraja, Briatò, Lollipop, Pesce Moscio, Drone e Biscottino sono solo alcuni dei membri nella nuova paranza, gruppo di fuoco legato alla Camorra, che gradualmente conquisterà il controllo dei quartieri strappandoli alle paranze nemiche e stipulando coalizioni con i boss al tramonto della loro egemonia. Nell’ascesa verso le vette del potere criminale, i membri della paranza s’ispirano ai protagonisti, ai luoghi e ai traffici illeciti raccontati e messi in atto nei gangster movie, quali “Gli intoccabili”, “Il camorrista”, “Donnie Brasco”, “Le iene” e “Scarface” e, delle numerose nozioni impartite dalla scuola dell’obbligo, reputano utili solo quelle tramandate da Niccolò Machiavelli ne Il Principe. L’universo dipinto da Roberto Saviano rovescia i nostri luoghi comuni legati all’infanzia, descrive bambini pronti a impugnare le armi e a combattere delle guerre come in un videogame, narra di ragazzini inarrestabili che, paragonandosi allo champagne “che una volta che hai levato ‘o tappo nun si può più rimettere dentro”, si sentono invincibili e non hanno paura. Ma il coraggio del Maraja, Nicolas Fiorillo, non è quello infantile del protagonista del libro di Niccolò Ammaniti Io non ho paura, è un coraggio che non ha barriere, che non vede ostacoli e cieco lo spinge agli atti più efferati.

I protagonisti de La paranza dei bambini rappresentano la fine del sogno americano, il concludersi di un’era in cui il talento premia, sono il frutto della disillusione contemporanea che spinge alla brutalità per l’ottenimento di qualcosa. I pizzini lasciano qui spazio alle chat in codice aperte su WhatsApp, ma la Camorra dei bambini, pur diventando 2.0, non tralascia alcuni riti legati alla tradizione come il giuramento col sangue dei membri della paranza, la stesa messa in campo con la più violenta ferocia e gli omicidi strategici a sangue freddo. Il Sistema non perdona, è fatto di proprie regole che tutti coloro che lo popolano sono obbligati a rispettare, al di là della loro età anagrafica; “Io per diventare bambino c’ho messo dieci anni, per spararti in faccia ci metto un secondo”, dichiara impavido Biscottino davanti a un boss all’apparenza invincibile. Da sfondo agli incontri furtivi della paranza, alle loro azioni criminali e alle discussioni a base di cocaina e Veuve Clicquot intavolate al Nuovo Maharaja, locale in voga di Posillipo, c’è la bellezza di Napoli, delle sue chiese, dei palazzi, “bellezza mista al sacro, allo scongiuro, alla speranza”, bellezza soffocata e devastata dal cemento e dalla malavita. E poi ci sono i genitori dei bambini della paranza, alcuni consapevoli, altri meno, della strada intrapresa con testardaggine dai loro figli. Tra questi, la figura maggiormente descritta dalla penna di Roberto Saviano è la madre del capo banda Maraja, Filomena, detta Mena (proprio come il personaggio verghiano sottomesso all’altrui volontà), la quale cadrà anch’essa vittima del Sistema. Il linguaggio del romanzo è frutto di un lavoro intenso da parte dell’autore il quale ha saputo mescolare un dialetto stropicciato, vissuto, vivo, usato nei dialoghi della paranza, a un lessico più elevato, talvolta poetico, nelle descrizioni degli accadimenti. “Dentro l’alba giallognola, per le vie semideserte, sotto finestre addormentate e panni lasciati all’aria della notte, gli scooter, uno dietro l’altro, gracchiavano in falsetto come fossero chierichetti in fila per la messa”, scrive Roberto Saviano descrivendo, quasi dolcemente, ciò che precede il primo colpo della baby gang. È così che sacro e profano si fondono nel gergo utilizzato dallo scrittore e nelle convinzioni dei protagonisti che nella chiesa di Santa Maria egiziaca a Forcella, loro quartier generale, si rivolgono alla Madonna offrendole un enorme cero con su scritto “paranza”. “Meglio morire provandoci” è il motto del furioso gruppo di ragazzini che considera il suo solo limite il cielo e che vive reputando la morte parte del gioco. La paranza dei bambini comincia con una dedica, “Ai morti colpevoli. Alla loro innocenza”, che sa di presagio e ricorda ai lettori che, in fondo, nessun persona uccisa è del tutto innocente se sa e tace.

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Autore dell'articolo: Elisabetta Severino

Elisabetta Severino
Elisabetta Severino, originaria di Lecce e bolognese d’adozione, ha studiato Lettere Moderne per seguire le sue più grandi passioni: la letteratura e la scrittura. Ha collaborato con diverse redazioni e radio e attualmente lavora come Ufficio Stampa in un teatro, ambiente vivo e stimolante. Dopo aver vissuto a 360° l’esperienza dell’Erasmus in Francia durante il periodo universitario non ha mai smesso di viaggiare curiosando qua e là per l’Europa e oltre i suoi confini. La città in cui non si stanca mai di ritornare? Parigi!

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