Recensione, Dall’inferno si ritorna di Christiana Ruggeri
26 ottobre 2015
Francesca Rossi (106 articles)
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Recensione, Dall’inferno si ritorna di Christiana Ruggeri

Dallinferno-si-ritorna-christiana-ruggeriDall’inferno si ritorna” di Christiana Ruggeri (edizione Giunti, 2015) è il coraggioso e riuscito tentativo di una ragazza, Bibi (Berenice), di raccontare il massacro vissuto quando aveva solo cinque anni, nel Ruanda dei primi anni Novanta sconvolto dal genocidio portato avanti senza pietà dagli Hutu contro i Tutsi e gli Hutu più moderati.

In un’epoca difficile, confusa, incoerente, a tratti rivoluzionaria come quella che stiamo vivendo, la memoria è ciò che ci resta per costruire il mondo futuro. Non sappiamo ciò che accadrà domani, ma conosciamo bene il passato e da questo possiamo trarre ispirazione per costruire il nostro destino.

Avere memoria significa possedere una ricchezza che non si può né comprare né barattare. Talvolta qualcuno tenta di manipolarla, per questo è importante che i ricordi storici non appartengano a pochi, ma siano una risorsa intellettuale di tutti.

Finché esisteranno persone che hanno visto la Storia con i loro occhi e fino a quando questi stessi sopravvissuti al passato vorranno raccontarci ciò che hanno vissuto, saremo al sicuro dalla perdita di memoria la quale, di solito, ha conseguenze devastanti, prima tra tutte la schiavitù del pensiero ai dogmi stabiliti, per i più svariati interessi, da pochi.

I libri, in questo senso, sono un’arma formidabile. Certo, non sempre è facile raccontare, tornare con la mente a episodi che il tempo ci sta aiutando, se non a dimenticare, almeno a smussare negli angoli più acuminati e dolorosi.

La protagonista de “Dall’inferno si ritorna”, oggi, vive a Roma, è una brillante studentessa di medicina; ha accettato di rivivere la sofferenza in un libro intervista dal sapore di un romanzo tragico ma, purtroppo, vero dalla prima all’ultima pagina, scritto dalla giornalista degli esteri del Tg2 Christiana Ruggeri.

La Ruggeri ha raccolto con viva partecipazione e commozione una confessione che pareva destinata a rimanere nel cuore di Bibi. Tante altre storie, come questa, rimarranno nell’ombra, forse nessuno riuscirà a trovarle e a trasferirle in parole. Del resto è già difficile per le vittime, ma sia Bibi che Christiana vogliono lanciare ai lettori un messaggio di vita, di rinascita, di forza: qualunque cosa accada, su qualunque strada il destino ci conduca, anche nell’inferno più oscuro, possiamo tornare a respirare aria pura, possiamo e dobbiamo sperare, soprattutto quando tutto ci sembra perduto e non abbiamo più alcun appiglio, proprio come la protagonista eccezionale di questa storia che, nel massacro del 13 aprile 1994, perde tutta la sua famiglia, la madre, il fratello, i cugini e la zia.

Il corpo e la mente, quando subiscono un trauma indicibile tendono, contrariamente a quanto pensiamo, a resistere, a trovare nuovi stimoli, a estraniarsi dalla natura del dramma. Quasi volessero “autoripararsi”, resettare la memoria della mente e delle membra per ricominciare, perché perfino nel dolore più atroce l’istinto di sopravvivenza è più forte della voglia di lasciarsi andare.

Questo accade a Bibi subito dopo il passaggio fatale delle milizie Hutu nella sua casa: è l’unica sopravvissuta, ma in quel momento non ne è consapevole. Ci sarà tempo per gli inevitabili sensi di colpa.

In un primo momento, nonostante le terribili ferite riportate, Bibi si aggrappa a una cosa soltanto: il succo d’ananas che vorrebbe tanto poter bere per dissetarsi. I sensi non rispondono, il cervello è staccato dalla tragica realtà dei corpi sparsi per la casa, unica possibile difesa per una bimba tanto piccola e ciò che rimane è solo la voglia di succo d’ananas che non consente altri pensieri.

Bibi è letteralmente avvinghiata alla sensazione che le dà quel desiderio, da richiamare alla mente, uno dopo l’altro, i ricordi dell’infanzia felice trascorsa col nonno che le insegnava i segreti della prorompente natura africana. E’ così immersa nel passato da non tentare neppure di gridare quando i miliziani tornano per finire gli eventuali sopravvissuti e questo le salva la vita.

Da qui inizia il calvario per uscire dall’inferno, per non essere schiacciata come uno “inyenzi”, insetto, vocabolo che, in bocca ai carnefici, ha assunto un valore spregiativo e umiliante.

La piccola protagonista attraversa luoghi desolati, orfanotrofi in cui la presenza della famiglia sembra un ricordo di un’altra vita, violenza e sopraffazione del più forte contro il più debole. Tutto ciò che una bambina non dovrebbe mai sperimentare e neppure conoscere.

Oltre all’odio, a cui è esposta, Bibi deve fare i conti anche con i suoi demoni interiori. Abbiamo accennato prima al senso di colpa: la ragazzina non può fare a meno di chiedersi perché Dio abbia voluto salvare proprio lei. Con quale criterio la sua esistenza è stata risparmiata dalla morte, ma non preservata dal male che la sua mente fa di tutto per rimuovere? Perché proprio per lei non c’è un attimo di pace?

Queste sono le tremende domande che accompagnano tutto il libro e, una volta terminato, ci fanno riflettere sul senso della vita e del dolore, ma anche sulla speranza che, inattesa, bussa alla porta di Bibi e chi soffre, rassegnato a non trovare una via d’uscita.

In una realtà come la nostra, fatta sì di “piccole cose”, cioè quelle che ci fanno stare bene e che, al contrario della protagonista, possiamo assaporare, ma troppo spesso di “cose piccole” nel senso di inutili, ridondanti, superflue, la lettura di questo libro ha il potere di riportarci all’essenziale, ovvero alla vita, al respiro, al soffio vitale, alla forza che è in ognuno di noi e che possiamo tirar fuori anche quando, vittime dello sconforto o della pigrizia, crediamo di non farcela.

Christiana Ruggeri narra ne “Dall’inferno si torna” la storia di Bibi con una delicatezza che potremmo definire materna. Non risparmia agli occhi del lettore la crudezza e la crudeltà, non tenta nemmeno di ammorbidire la narrazione ed è giusto così.

Certe vicende vanno raccontate per intero e senza censure, in modo che tutti possiamo imprimerle nella memoria e fare in modo che non accadano più. Nonostante questo, però, l’autrice dimostra, nei confronti della protagonista e delle sue emozioni un’empatia che traspare in ogni pagina, restituendoci un’Africa “madre”, maestosa, che accoglie i suoi figli e, al contempo li espone ai peggiori pericoli della natura e dell’uomo corrotto dalla sete di sangue.

A tal proposito dovremmo soffermarci anche sulla guerra terrificante fra Hutu e Tutsi e chiederci da cosa abbia avuto origine.

Purtroppo, oggi, siamo talmente presi da altre notizie, da fatti accaduti a pochi passi da noi o da questioni internazionali di scottante attualità, da tralasciare eventi che continuano, ovviamente, a essere vivi non solo nel pensiero e nell’animo di chi li ha vissuti ma, potremmo dire, nella stessa terra ruandese.

Nelle regioni dei Grandi Laghi i Tutsi sono considerati la parte elitaria (14%) della popolazione a maggioranza Hutu (85%). La questione di due popoli diversi da un punto di vista genetico è tuttora aperta (ma, ormai, con i matrimoni misti non è più facile isolare eventuali differenze etniche e, comunque, bisogna stare molto attenti a non cadere nella trappola delle teorie razziste), ma la rivalità fra questi gruppi è, purtroppo, sfociata nel genocidio iniziato il 7 aprile del 1994 e durato cento giorni durante i quali sono morte, secondo le stime ufficiali, più di cinquecentomila persone.

Questo massacro è stato una vera e propria pulizia etnica perpetrata dagli Hutu ai danni dei Tutsi in Ruanda che affonda le radici non solo nel colonialismo, ma anche nella disparità tra i due popoli e, soprattutto nella convivenza e nel riassetto sociale e politico decisi durante la Conferenza di Berlino nel 1885, evento che ha impresso un’impronta indelebile sul destino del Ruanda e del Burundi.

In queste poche righe è impossibile riassumere una storia durata secoli e fatta di guerre, assassinii, stravolgimenti politici, odio razzista e tentativi di pace, ma il libro di Christiana Ruggeri riesce a far luce, attraverso gli occhi sconvolti di Bibi, su una vicenda che merita approfondimenti anche oggi, nel 2015, perché non è ancora del tutto risolta.

Molti sostengono che la letteratura, ai nostri giorni, non veicoli più conoscenza ed emozioni, ma sia composta solo da opere di scarsa qualità ma ben posizionate dal marketing. Forse ciò è vero in parte, ma l’esistenza di libri come “Dall’inferno si ritorna”, in cui vi è tanto l’informazione storica e d’attualità, quanto la partecipazione umana ed emotiva, dimostrano che siamo ancora capaci di pensare, di scrivere davvero con coscienza e restituire a chi verrà dopo di noi la memoria su cui costruire un futuro migliore e libero per tutti. Voto: (3,5 / 5)

 

Bibliografia

Per i dati e la spiegazione storica: “Africa!”, Limes 3/97

Il libro

Titolo: Dall’inferno si ritorna

Autore: Christiana Ruggeri

Casa editrice: Giunti

Pagine: 240

Prezzo: 14,90

Anno di pubblicazione: marzo 2015

 

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Francesca Rossi

Francesca Rossi

Francesca Rossi, romana, è specializzanda in "Lingue e Civiltà Orientali" a “La Sapienza", ha vissuto ad Alessandria d'Egitto per approfondire lo studio della lingua e la cultura araba. Gestisce tre siti: "La Mano di Fatima", "Divine Ribelli", "Angelica la Marchesa degli Angeli". Per la casa editrice “La Mela Avvelenata” ha scritto diversi racconti tra cui “La Spada di Allah” e partecipato a molte antologie come “50 Sfumature di Sci-Fi” con il racconto “La Preghiera della Sera”. E’ in pubblicazione il suo romanzo “Il Palazzo d’Inverno” e in fase di scrittura l’opera a tema islamico “Alamut”. Il sito: http://elioreds.wix.com/francescarossi Pagina Fb: https://www.facebook.com/FrancescaRossiAutrice

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