Papaveri e Papere: nel corto il meglio della Basilicata

«Lo sai che i papaveri son alti, alti, alti, e tu sei piccolina…». Quanti di voi hanno in mente il ritornello della celebre canzone di Nilla Pizzi? Dopo diverse esperienze, di studi in America, oltre a lavori su commissione e come videomaker, Adelaide Dante De Fino ha realizzato la sua vera prima opera cinematografica intitolandola proprio Papaveri e papere. Si tratta di una giovane ed entusiasta artista che, forte del legame con la sua terra (la Basilicata) e con la famiglia, ha deciso di omaggiarle a suo modo grazie allo sguardo fresco e genuino di una bambina, Chico, la protagonista (interpretata da Michela Di Cuio). Presentato il 28 giugno in anteprima nazionale alla XIV edizione dell’Ischia Film Festival, il corto offre diversi spunti di discussione, dal rapporto genitori-figli alle figure di riferimento per i bambini, avendo sempre come co-protagonista i luoghi in cui si svolge.

Come nasce l’idea di questo corto?
Si tratta di un vero e proprio omaggio alla mia famiglia. Il soggetto è mio, mentre la sceneggiatura è di Nicholas Di Valerio (premiato col Solinas). Ho preso spunto da un racconto di mia zia Chico, la quale aveva subito questo trauma da piccola. Mia nonna possedeva un negozio di antiquariato e ogni anno portava mia zia e tutti gli altri alla competizione in maschera e nel ’52, quando è uscita la canzone di Nilla Pizzi, mia nonna la vestì da Papaveri e papere. Io nel cortometraggio ho mutato la situazione in un concorso canoro. Su tutto ci tenevo che il nodo centrale fosse il punto di vista di una bambina rispetto a quello degli adulti. Tra l’altro se pensiamo al brano, le papere sono i bambini e i papaveri gli adulti.

Cos’è, quindi, per te “Papaveri e papere”?
È una favola moderna perché abbiamo lavorato molto sui costumi, che sono un po’ diversi rispetto a quelli che ci si aspetterebbe, richiamano quegli anni, ma sono anche pop. Io ho voluto fortemente ambientare e girare questa storia a Matera ed era un’idea che ho avuto ancor prima di Matera 2019. Questo lavoro è stato realizzato con la Regione Basilicata, il bando della Lucania Film Commission e la casa di produzione Boogie Production. Per me questo bianco, caratteristico proprio di Matera, e il rosso del papavero realizzato in cartapesta erano una visione e ho cavalcato più quest’idea di sogno piuttosto che pensare di riprodurre pedissequamente qualcosa Anni ’50 anche perché forse sarebbe stato meno di impatto. Molti elementi scenici, come il tavolo e la tovaglia della scena iniziale, sono stati costruiti e creati apposta. Le maestranze sono tutte lucane. I costumi di Giuseppe Ricciardi e le musiche de La bestia Carenne hanno contribuito molto all’atmosfera. Noi diciamo sempre che c’è un po’ di cipria, di profumo, ho voluto tenere un po’ di leggerezza.

Credo sia anche coerente e in linea col punto di vista della bambina…
Assolutamente sì. Io come regia lo avrei fatto tutto “basso”, è per questo che l’inizio si svolge tutto sotto il tavolo, per far comprendere anche come la protagonista sia lei. Poi ovviamente questo abbraccia anche altri argomenti ed esperienze, come quella legata alla tata – esistita nella mia famiglia – e il collegamento con la realtà, quando c’è stata la bonifica dei sassi da parte di De Gasperi perché la gente moriva, si ammalava anche di malaria. Diciamo che a parte la famiglia Salvetti che rappresenta la concorrenza in questa gara canora, tutti i personaggi hanno dei legami con delle persone veramente esistite e/o esistenti. Ad esempio Grazia Leone, che dà volto ad Alberta, ha incontrato alcune volte mia nanna, optando per un lavoro all’americana perché ci tenevo che la ricordasse molto.

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Mi ha colpita questa frase nel pressbook: «Attraverso gli occhi innocenti di Chico si svelano le bizzarrie e le contraddizioni del mondo degli adulti di un tempo antico eppure mai così attuale». Potresti approfondire anche questo aspetto?
Io credo che non siano cambiate molto le cose, basta fare un attimo zapping per vedere quanto siamo pieni di madri che portano le bambine a far provini senza magari rendersi conto di un trauma, com’è stato nel caso di mia zia, che si porta dietro una sorta di timidezza. Non è una critica che faccio ai miei, ci mancherebbe, ma potremmo dire che è stato un “errore” fatto in passato. Rispetto all’oggi, evidentemente, viviamo ancora in un periodo in cui la forma è più forte della sostanza. Le parole della canzone “che cosa ci vuoi far, così è la vita” sono molto significative. Ritengo che Papaveri e papere sia un lavoro che possa far riflettere gli adulti anche se può esser visto come racconto per bambini.

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Ricollegandoci a ciò che raccontavi, come hai trovato questa bambina?
Ho visto più di cento bambini. La madre di Michela ha letto casualmente un articolo in cui si parlava del film e l’ha portata. Non appena l’ho vista mi ha conquistata, ero solo un po’ titubante per via dell’età essendo così piccola (otto anni). Facendo, però, provini su provini si è rivelata incredibile. Vive in un mondo sognante che mi ricorda il mio, io stavo sempre sotto un tavolo e infatti in tanti mi hanno detto, vedendo il corto, che sembro io da piccola. Certo, non è sicuramente facile guidare un bambino nella recitazione, giustamente ogni tanto si stancava, ma l’atmosfera che si è creata è stata straordinaria. A un tratto sua madre mi ha telefonato per avvisarmi che la bambina aveva perso un secondo dente, auspicando che non fosse un problema. Ho chiuso il telefono, ho avvertito subito lo sceneggiatore e abbiamo fatto entrare anche questo nel corto facendoci ispirare dalla realtà.

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Con i casting hai toccato con mano le proiezioni dei genitori sui figli…
È stato proprio così, ho avuto problemi con alcune mamme che spingevano tantissimo i propri figli perché volevano che facessero il film e mi chiedevano di insistere. Forse anche per quest’esperienza sul campo posso dire quel “tra ieri e oggi”.

Torna in mente “Bellissima” di Luchino Visconti con Anna Magnani che interpretava la mamma di turno, desiderosa dell’ascesa sociale.
Esatto e anche “Little Miss Sunshine” (2006, nda), speravo di trovare una bambina un po’ naif, anche se nel caso del film di Jonathan Dayton e Valerie Faris erano i genitori ad assecondare la bambina.

Pensando alle tue origini e al forte legame con Matera che già sottolineavi, viene da pensare che spesso e volentieri, soprattutto anche gli attori che passano dietro la macchina da presa, partono dalle proprie radici. Al di là della connessione biografica, come mai è venuto così spontaneo anche a te?
Io non avrei potuto girare altrove. Penso che il cinema si possa fare dappertutto, però sento la necessità di fare qualcosa per la mia Regione, di mostrarla, abbiamo parlato anche tanto di cineturismo e pure in questa prospettiva l’ho girato in un modo aperto. Nello specifico ho realizzato una tesi sul filone dei film a sfondo religioso girati tra i Sassi di Matera.Conosco anche tanti altri registi come Giuseppe Marco Albano o Nicola Ragone che posseggono questo legame con la propria terra, lo capisco e secondo me è giusto farlo anche se si ha una certa riconoscenza. In Basilicata non è facilissimo fare rete per il cinema, però vedo che ci si sta impegnando in tal senso e perciò mi dico: perché non dare una mano? Io credo molto in questa Terra come set perché davvero può diventare qualsiasi cosa. Io con Papaveri e papere ho voluto restituire l’identità a Matera anche perché, se pensiamo a film cult girati qui, non è stata quasi mai dichiarato il luogo e, invece, per me era importante farlo.

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Come vedi Matera capitale della cultura?
È senz’altro un’opportunità per tutti e mi auguro anche per questo corto che valorizza molto Matera. 

Dove si potrà vedere prossimamente Papaveri e papere?
Per ora posso dire, di sicuro, al Lucania Film Festival e a Visioni Corte Film Festival.

Prossimi progetti?
Sto preparando un altro corto che giro a settembre a Parigi sulle madri dei foreign fighters. L’ho scritto con mio padre che è anche autore. Si tratta di un argomento diverso, ma la distanza un po’ ovattata, presente anche in Papaveri e papere, ci sarà. Si concluderà, però, con un pugno nello stomaco.

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Autore dell'articolo: Maria Lucia Tangorra

Nata a Conversano (Ba) nel 1987, da alcuni anni si è trasferita a Milano per coltivare la passione per cinema, teatro e giornalismo col desiderio di farne un lavoro. Free-lance, critico e corrispondente dai festival per web magazine di cinema e teatro; ha realizzato anche reportage e approfondimenti di spettacoli tra cui “Invidiatemi come io ho invidiato voi” di T. Granata e “Un giorno torneranno” ideato e interpretato da S. Pernarella. Si è appassionata al cinema e al teatro vedendo recitare gli attori forgiati dal maestro Orazio Costa Giovangigli e da lì ha cercato di conoscere i diversi modi di fare e vivere il teatro e il cinema (senza assolutamente disdegnare alcuni lavori televisivi di qualità). Quando ha sentito sul palco queste parole: «Sai cosa vuol dire vivere in un sogno? Ciò che tu non sei, sei: e, ogni notte, lo frequenti» (dal testo teatrale “Orgia” di P. P. Pasolini) ha pensato che questo accade quando ci si immerge nel buio della scatola magica e della sala cinematografica. Grazie a questo lavoro fatto anche di incontri umani, non solo professionali, pensa che senza il teatro e il cinema il respiro sulla vita sarebbe diverso perciò, nonostante tutto e tutti, crede che di cultura e arte si possa vivere e che le passioni possano trasformarsi in una professione.

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