In libreria “L’amour gourmet”, intervista a Erica Arosio

L'amour gourmetIl 4 novembre è uscito in libreria L’amour gourmet (edito da Mondadori), l’ultimo romanzo di Erica Arosio scritto con Giorgio Maimone. In questa intervista Erica Arosio parla del libro, che sarà presentato il 18 novembre al Cinema Teatro Trieste e il 27 novembre alla Biblioteca della Moda con l’illustratore Giulio Peranzoni. Al centro del romanzo sette storie d’amore, ambientate nei migliori ristoranti della Milano degli anni Ottanta.

Com’è nato L’amour gourmet?

Avevamo già fatto un lavoro sulla memoria con Vertigine (Baldini&Castoldi, 2013) trattando gli Anni ’50, però quella era una memoria mediata anche dal rapporto con i nostri genitori, visto che eravamo molto piccoli. In questo caso ci siamo sperimentati con un altro tipo di memoria raccontando un periodo di cui anche noi eravamo stati protagonisti. Il romanzo è ambientato tra il settembre e il dicembre del 1983 e in particolare a Milano, con qualche incursione nei dintorni. Una delle caratteristiche è quella di narrare come se i fatti fossero vissuti in tempo reale.

L’avete voluto realizzare spinti dall’idea di Expo?

È nato parlando con degli editor della Mondadori a cui era piaciuto il nostro modo di rivisitare il passato in Vertigine, da lì abbiamo riflettuto su come sarebbe stato ragionare su una memoria più vicina a noi. Mi rendo conto che con la vicinanza di Expo potrebbe apparire furbo, ma, in realtà, c’è poca premeditazione.

Ci parli dell’ossatura del romanzo che richiama un modello illustre…

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Ci siamo rifatti molto al Girotondo di Arthur Schnitzler: noi mettiamo in scena sette cene, nell’opera teatrale c’erano dieci incontri. La struttura è simile anche rispetto al gioco delle coppie perché ci tenevamo a raccontare il quadro di spensieratezza sentimentale che c’era all’epoca.

Erica ArosioCome mai proprio il 1983?

È stato uno degli ultimi anni pre-AIDS, veniva subito dopo la liberazione sessuale verificatasi con la rivoluzione degli Anni ’70 e prima della segregazione insorta, appunto, con l’AIDS. Volevamo raccontare anche la grandissima esplosione di creatività nella moda, nella tv, nella pubblicità e nel giornalismo. E poi, per restare in tema, in quegli anni il cibo non era più meramente un modo per sopravvivere, ma diventava un’esperienza estetica e culturale, di qui l’attenzione alla ristorazione.

Come avete operato?

Abbiamo intervistato tutti gli chef dei ristoranti in cui abbiamo ambientato le cene, ci hanno raccontato il loro percorso e l’humus culturale-sociale di allora e, in ultimo, ci hanno regalato una ricetta.

Per quanto riguarda le storie d’amore, ci sono riferimenti alla realtà?

Quell’aspetto respira molto dei nostri ricordi personali, anche se poi abbiamo esasperato le figure pigiando il piede sull’acceleratore. Conversazioni come quelle che si leggono nel romanzo si sentivano ai tavoli dei ristoranti e credo anche che tutte noi ci siam trovate a cena con un uomo per essere corteggiate, per lasciare o decidere che quella è la storia della nostra vita.

Pensando ai precedenti romanzi, ritorna una penna morbida, sinuosa, dettagliata…

Ci piacciono i romanzi sensoriali, quando scriviamo vogliamo che vengano solleticati tutti i sensi per cui siamo molto cinematografici, citiamo canzoni, cerchiamo di raccontare la morbidezza dei piatti, dei vestiti, dei corpi.

Con il tuo esordio, L’uomo sbagliato (La Tartaruga, 2012; riedito nel 2013 da Baldini&Castoldi) hai dato prova di descrizioni piccanti, qui hai/avete optato per meno sesso…

In L’amour gourmet c’è più romanticismo e meno erotismo esplicito, potremmo definirlo un libro “sentimental-culinario”.

Facciamo un tuffo nel tuo percorso. Come mai hai deciso di lasciare il giornalismo?

Mi è piaciuto moltissimo far la giornalista (è stata anche caposervizio del settimanale Gioia, ndr), ho incontrato persone meravigliose, ho viaggiato, ho imparato un metodo; quello che cominciava a pesarmi è che, come giornalista, da una parte sei sempre al servizio di qualche cosa, dall’altra per il mondo sei importante solo se scrivi per quella determinata testata. Ho cominciato ad aver voglia di essere giudicata per me stessa, senza aver l’alibi e lo schermo del giornale, mettendomi così in gioco.

Maria Lucia Tangorra

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Autore dell'articolo: Maria Lucia Tangorra

Nata a Conversano (Ba) nel 1987, da alcuni anni si è trasferita a Milano per coltivare la passione per cinema, teatro e giornalismo col desiderio di farne un lavoro. Free-lance, critico e corrispondente dai festival per web magazine di cinema e teatro; ha realizzato anche reportage e approfondimenti di spettacoli tra cui “Invidiatemi come io ho invidiato voi” di T. Granata e “Un giorno torneranno” ideato e interpretato da S. Pernarella. Si è appassionata al cinema e al teatro vedendo recitare gli attori forgiati dal maestro Orazio Costa Giovangigli e da lì ha cercato di conoscere i diversi modi di fare e vivere il teatro e il cinema (senza assolutamente disdegnare alcuni lavori televisivi di qualità). Quando ha sentito sul palco queste parole: «Sai cosa vuol dire vivere in un sogno? Ciò che tu non sei, sei: e, ogni notte, lo frequenti» (dal testo teatrale “Orgia” di P. P. Pasolini) ha pensato che questo accade quando ci si immerge nel buio della scatola magica e della sala cinematografica. Grazie a questo lavoro fatto anche di incontri umani, non solo professionali, pensa che senza il teatro e il cinema il respiro sulla vita sarebbe diverso perciò, nonostante tutto e tutti, crede che di cultura e arte si possa vivere e che le passioni possano trasformarsi in una professione.

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