Ecco la mostra “Luca Ronconi, il laboratorio delle idee”

Per raccontarvi la mostra Luca Ronconi, il laboratorio delle idee – curata da Margherita Palli con Valentina Dellavia – vorrei provare a farvi fare proprio il percorso che ho compiuto io a Milano, passando dal Museo del Teatro alla Scala ai Laboratori Ansaldo. A traghettarmi è stata la Dellavia, preziosissima guida perché è del “mestiere” (set designer), ha lavorato col maestro e a questo progetto anche con ricerche sul campo e grazie a lei potrò riportarvi maggiori dettagli. C’è un aspetto che voglio sottolineare subito e che trasuda dalla mostra: la passione e la competenza con cui è stata pensata e messa in atto, una sensazione acutizzata dai racconti donati in presa diretta. Già dal primo incontro, infatti, salendo le scale per arrivare alle sale dedicate nel Museo del Teatro alla Scala, i suoi occhi erano luccicanti mentre illustrava ogni tassello dell’esposizione e, lo confesso, si è davvero sopraffatti da tutto ciò che c’è. Sembra quasi di toccare e persino di indossare i costumi dell’“Aida” (1985) o de “Les Troyens” (1982). Accolti all’ingresso dal vestito di Didone ideato da Karl Lagerfeld – inserito laddove prima c’era una nicchia – , il primo pensiero da cui si è attraversati è “che il viaggio abbia inizio”. La parte relativa al museo, chiamata appunto “Luca Ronconi in scena” è, visto il luogo, «più istituzionale perciò si trovano le cose finite», ci spiega la co-curatrice. «Abbiamo dato priorità ai costumi anche perché solitamente non vengono visti». Subito dopo le teche con bozzetti, foto di scena e il costume di Pavarotti nell’“Aida” (di Vera Marzot), il tutto “condito” da un video Rai, si entra nella Sala biblioteca che si divide in ulteriori sottosale. Tra pareti ricche di libri, l’attenzione viene catturata dai bozzetti di Gae Aulenti, della stessa Palli, Ezio Frigerio fino a emozionarci di fronte ai costumi di Carlo Diappi. La Dellavia ci dice quanto lavoro di ricerca dei costumi e anche di restauro ci sia dietro e, parallelamente, ci evidenzia come, a suo tempo, bastassero pezzi di scintilla per arricchire un abito (dovete immaginare di vederlo a lunga distanza). Nella sala dedicata al “Fetonte” (1988) «si è scelto volutamente di inserire i costumi non dei solisti» con inverno, autunno, estate e primavera che attraggono per i colori e la creatività con cui sono stati realizzati. «Si è ricorso a tappeti spellati, decolorati, dipinti ed è così che si nota l’invenzione unita a quella che è la storia del costume. Ronconi e il suo staff ci tenevano che nulla stonasse» e questo modus operandi si nota in ogni particolare. Tra le immagini che più mi porto con me, è come sono stati pensati e concretizzati l’acqua e il fuoco, con la conchiglia sullo jabeau (solo per dirvene una, il resto è davvero da vedere e ve ne diamo un assaggio in foto), o ancora il vescovo della “Tosca” (1997) con il mantello scolpito a mano. Passo dopo passo arrivano esempi dal “Don Carlo” (1977) di Luciano Damiani in cui troviamo gli incappucciati, pensate, «con immagini richiamanti le opere di Goya». Sono proprio questi ultimi che catturano quando si arriva ai Laboratori Scala Ansaldo. Appesi (insieme ad altri abiti), emergono nel loro esser fatti da garza e rame. Questi laboratori sono la fucina tecnica della Scala dove ancora oggi si producono scene e costumi in un modo sempre più raro, quello artigianale. «Siamo partiti dal concetto dello spazio visto dall’alto, anche in movimento, in pianta» ci svela la Dellavia. «Desideravamo trasmettere l’idea di tavoli di lavoro perciò anche un po’ disordinati, come se Ronconi fosse venuto a controllare come procedesse la preparazione di quello specifico spettacolo, anche perché, in fondo, si lavorava un po’ così». La percezione è proprio questa in effetti. In questo luogo, non ve lo nascondo, magari si entra in punta di piedi anche perché ai piani inferiori gli operai-artisti della Scala stanno lavorando alla prossima opera che andrà di lì a poco in scena per cui si teme quasi di disturbare. «L’idea della mostra è sì nata per la ricorrenza della morte del maestro (21 febbraio), ma anche perché il teatro voleva aprire questi laboratori». Man mano che ci si addentra, ci si rende conto di quanta potenzialità c’era allora e di come è stata messa in campo.

Laboratori Ansaldo veduta
Laboratori Ansaldo veduta

Per Ronconi non si può non parlare di genialità, soprattutto i miei coetanei, dal vivo sono riusciti a vedere più le sue messe in scena di prosa perciò la mostra Luca Ronconi, il laboratorio delle idee è un’occasione da non perdere per capire ancor più perché quest’uomo e artista viene chiamato maestro. Tutto ciò che potrete vedere qui è frutto di un lavoro partito tra maggio-giugno del 2015, fatto di documentazione negli archivi, ma anche di scavo in caveau e armadi o nei container di deposito del teatro, oltre al passaparola e al supporto fornito dai collaboratori ancora viventi come Diappi, Chiara Donati o Pierluigi Pizzi. Aggiungiamo anche che per la maggior parte dei disegni non era materialmente possibile mettere quelli originali perciò sono stati riprodotti (vi assicuro fedelmente). L’esposizione è strutturata in modo tale da ripercorrere cronologicamente tutti gli allestimenti scaligeri di Ronconi (ben ventiquattro). Lungo il tragitto, per terra, ci sono le scritte che ci indicano la data di messa in scena, stampate come si fa con le casse da laboratorio. Per ogni opera si ripete tendenzialmente lo schema compositivo con cui si è pensato l’allestimento, ma ci sono anche elementi ad hoc per quello specifico spettacolo. La locandina funge da didascalia, poi sulle mensole fatte con materiale grezzo potete vedere disegni esecutivi e preparatori o foto di scena così come sfogliare il libretto di sala (che c’è sempre). Ogni tavola, però, si conclude con la pianta per porre ancora una volta l’accento sulla cifra ronconiana, lo spazio. «Lo immagino come se lo guardassi dall’alto, si ascolta a un tratto nel video finale». Per darvi un’ulteriore idea di come questa mostra sia pensata in ogni dettaglio, vi segnaliamo che sulle mensole ci sono lo spago e le brocchette a voler evocare il teatro, però, coerentemente con il luogo in cui si è, un laboratorio per l’appunto.

Abiti esposti nei laboratori
Abiti esposti nei laboratori

Per quanto potrei dilungarmi, è davvero difficile rendere merito e restituire totalmente tutto ciò che si osserva e si prova viaggiando nel tempo e nell’arte grazie a Luca Ronconi, il laboratorio delle idee. Sicuramente, e lo dichiara la stessa Dellavia, «è molto per addetti ai lavori, per appassionati, accademici, scuole di teatro e d’arte». Questo potrebbe esser visto come limite, ma noi di Cultura & Culture lo consideriamo un punto di forza. Ci sono così poche occasioni per addentrarsi in specifici aspetti tecnici e ancor più le giovani generazioni non hanno potuto vedere dal vivo queste opere. «È un mondo che si perde, si vede l’evoluzione dal bozzetto a olio al disegno fatto al pc. Le persone appassionate devono sapere tutto ciò che c’è dietro uno spettacolo finito», ha aggiunto la nostra guida speciale. Ed è questa una delle vibrazioni che si ha dopo esser passati dall’abito bello e finito visto al Museo del Teatro ai Laboratori e poi pensate quanto sia entusiasmante scorrere le pagine e immaginarsi spettatori di quelle opere mentre, sotto di voi, gli artigiani della Scala stanno dando vita a un fondale. «Io mi auguro che questa mostra faccia un po’ pensare e che si torni a far tesoro di questa artigianalità», ci ha rivelato la scenografa e costumista che ha avuto la fortuna di iniziare la gavetta con Luciano Damiani, oltre a esser stata a contatto con Ronconi e ad aver realizzato una tesi sui lavori del maestro fino al 1997. Questa mostra è una ghiotta possibilità per far viaggiare la fantasia, toccare con mano cosa voglia dire fare uno spettacolo e, nel particolare, osservare come un maestro del genere riusciva a far emergere le peculiarità di ogni costumista e scenografo sfruttandole a favore proprio e dell’allestimento. In più è un viaggio in un modo di lavorare che si sta perdendo, basti pensare ai disegni in cui potete letteralmente ammirare lo studio sul tipo di nappe e sulle frange e acconciature. Una goduria per chi ama quest’arte, mix di tante altre arti. Voglio raccontarvi ancora qualche chicca però. «Ronconi amava ribaltare le prospettive» ci viene detto, ma ancor più lo potrete vedere di rappresentazione in rappresentazione, partendo dal 1974 con il “Die Walküre” di Richard Wagner fino ad arrivare al 2009 con “L’affare Makropulos” di Leoš Janáček. Molti di noi non erano lì né durante questo allestimento ci sono i video di allora, eppure lo spirito e le intenzioni registiche e artistiche si assaporano tutte e questo non è da poco. C’è un piccolo limite che dobbiamo segnalarvi, ai Laboratori Ansaldo si accede su prenotazione per cui premunitevi per tempo e se potete richiedete una guida proprio perché è una mostra pensata per approfondire. A conclusione un breve documentario di Margherita Palli, Giacomo Andrino e Gianluigi Ricuperati, realizzato dagli studenti della Naba, sopperisce un po’ qualora doveste esser da soli. Si vede Ronconi al lavoro proprio in quei laboratori, ma potrete sentire anche i suoi pensieri detti da Franco Branciaroli. L’augurio è che questa mostra sia un inizio. Non deve “morire” il 24 maggio, quando è prevista la sua conclusione, così come può essere un modo per far riflettere sul modo di far teatro e anche sulla necessità di realizzare un museo del teatro così come del costume insieme al fare memoria attiva di un modus operandi da conservare e recuperare.

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Autore dell'articolo: Maria Lucia Tangorra

Nata a Conversano (Ba) nel 1987, da alcuni anni si è trasferita a Milano per coltivare la passione per cinema, teatro e giornalismo col desiderio di farne un lavoro. Free-lance, critico e corrispondente dai festival per web magazine di cinema e teatro; ha realizzato anche reportage e approfondimenti di spettacoli tra cui “Invidiatemi come io ho invidiato voi” di T. Granata e “Un giorno torneranno” ideato e interpretato da S. Pernarella. Si è appassionata al cinema e al teatro vedendo recitare gli attori forgiati dal maestro Orazio Costa Giovangigli e da lì ha cercato di conoscere i diversi modi di fare e vivere il teatro e il cinema (senza assolutamente disdegnare alcuni lavori televisivi di qualità). Quando ha sentito sul palco queste parole: «Sai cosa vuol dire vivere in un sogno? Ciò che tu non sei, sei: e, ogni notte, lo frequenti» (dal testo teatrale “Orgia” di P. P. Pasolini) ha pensato che questo accade quando ci si immerge nel buio della scatola magica e della sala cinematografica. Grazie a questo lavoro fatto anche di incontri umani, non solo professionali, pensa che senza il teatro e il cinema il respiro sulla vita sarebbe diverso perciò, nonostante tutto e tutti, crede che di cultura e arte si possa vivere e che le passioni possano trasformarsi in una professione.

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