Milano, Van Gogh in mostra: la recensione

«Che cosa significa disegnare? Come ci si arriva? Bisogna riuscire a superare per mezzo del lavoro un muro di ferro invisibile che sembra separare ciò che si sente da ciò che si può fare. Come si attraversa quel muro, visto che sbatterci contro non aiuta affatto, secondo me quel muro va sbriciolato, frantumato lentamente e con pazienza».

Queste parole sono di Vincent Van Gogh e le ritroviamo anche nella mostra “VAN GOGH. L’uomo e la terra”, inaugurata il 18 ottobre al Palazzo Reale di Milano. Un percorso che ci permette, tra i diversi aspetti, di addentrarci anche nella scrittura del pittore olandese (celebri le missive al fratello).

Inserendosi nel solco delle diverse manifestazioni pensate per Expo2015, la mostra fa propri i temi dell’esposizione universale che si svolgerà a Milano dal primo maggio al 31 ottobre, per offrire al visitatore di turno un viaggio tra opere meno conosciute dell’artista (anche gli stessi disegni) e quelle più note, viste, però, da un’ottica diversa.

Tutto nasce dalla terra e torna lì, in un continuo rapporto con l’uomo, capace di renderla “matrigna”, ma anche di raccoglierne i frutti. L’artista era affascinato da questa contraddizione, «anche dal punto di vista spirituale», sottolinea il direttore di Palazzo Reale, Domenico Piraina. E queste vibrazioni le ritroviamo in tutto il suo percorso pittorico, così proficuo, pur essendo durato meno di dieci anni. Per l’artista, la terra rappresentava «la solidità, il male di vivere, la solitudine» e gli uomini che la coltivavano avevano una profonda dignità. «Un quadro di contadini non deve diventare profumato», si legge nelle didascalie di “Donna seduta a tavola” (marzo-aprile ’85). Ecco i quadri e i disegni, che hanno questi uomini come soggetto, profumano di lavoro e amore per la terra, frutto del desiderio di non essere «più impotente davanti alla natura».

Vincent van Gogh Paesaggio con covoni e luna che sorge Olio su tela, cm 72 x 91,3 1889 Kröller-Müller Museum, Otterlo © Kröller-Müller Museum, Otterlo
Vincent van Gogh “Paesaggio con covoni e luna che sorge” – Olio su tela, cm 72 x 91,3; 1889 Kröller-Müller Museum, Otterlo © Kröller-Müller Museum, Otterlo

Quando oltrepasserete la soglia di ingresso, non aspettatevi sale asettiche; al contrario porrete il piede sul tatami e sarete avvolti dalla iuta. Queste scelte di allestimento, curate dall’architetto giapponese Kengo Kuma, hanno l’intento di immergerci idealmente nella terra. Come in una scenografia teatrale, agiamo anche noi e al contempo siamo chiamati a immaginare sotto gli input di opere d’arte che, al di là di termini tecnici, non sono descrivibili.

Entrando, l’attenzione viene subito catturata dall’“Autoritratto” (aprile-giugno 1887), uno dei tanti che l’artista dipinse attraverso l’osservazione della propria immagine allo specchio. La seconda sezione ci accoglie con disegni e acquerelli volti a rappresentare la vita dei campi; il pittore – lo scriverà lui stesso – voleva fare qualcosa che non avevano mai fatto né i Greci, né le menti geniali del Rinascimento, né la vecchia scuola olandese, cioè mettere al centro la figura del contadino mentre lavora. Curata da Kathleen Adler, “Van Gogh. L’uomo e la terra” annovera tra le molte opere in esposizione, diverse provenienti dal Kröller-Müller Museum.

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Vincent van Gogh Sentiero in un parco Olio su tela, cm 72,3 x 93 1888 Kröller-Müller Museum, Otterlo © Kröller-Müller Museum, Otterlo
Vincent van Gogh Sentiero in un parco Olio su tela, cm 72,3 x 93 – 1888 Kröller-Müller Museum, Otterlo © Kröller-Müller Museum, Otterlo

Grazie a questi prestiti, noi possiamo vedere l’evoluzione della mano vangoghiana in parallelo con la sua visione della natura e dell’uomo. In quest’area è possibile ammirare la litografia su carta del famoso “I mangiatori di patate” e fa sorridere quando leggiamo «questa è una prova, niente di più»… assolutamente, una “prova” che aveva in nuce, però, tutta quella verità espressa dal quadro compiuto. Quando si arriva alle opere in cui si susseguono diverse teste, colpisce, in particolare, la “Testa di donna” realizzata a cavallo tra marzo e aprile del 1885: gli occhi neri della donna bucano la tela come, se non più di quanto non lo faccia oggi un primo piano cinematografico. Non sono teste perfette, portano sul volto i segni della fatica, rappresentano «un pezzetto di società», non il singolo individuo.

Nella terza sezione si prosegue con il ritratto moderno, Van Gogh sta viaggiando, i contorni si fanno più netti e i colori iniziano a essere più accesi; le sue parole esprimono tutto il desiderio di lasciare un segno: «vorrei fare ritratti che tra cent’anni sembrino apparizioni». Qui troviamo i famosi ritratti di Joseph Roulin del 1889 e di Joseph-Michel Ginoux del 1888.

Prima di addentrarci nelle lettere inviate a Théo, suo fratello minore, possiamo ammirare quadri di nature morte, con l’elemento ricorrente di patate e cipolle. Le nature morte di fiori appartenevano già alla tradizione figurativa olandese ma lui le vive come un simbolo del susseguirsi delle stagioni.

Si dice che questa fase sia il frutto di un’ingiustizia verificatasi nel settembre del 1885, quando fu accusato di aver messo incinta una modella e il parroco esortò i fedeli a non posare più per lui. Questo porta Van Gogh a incuriosirsi ai nidi di uccelli, dove scorgeva il ciclo vitale (non dimentichiamoci che, questo stesso termine, “nido”, lo adoperava per le capanne nella brughiera abitate dai lavoratori dei campi).

Memore dell’insegnamento di Millet, il suo père artistico, di ciò che ha visto coi suoi occhi (non poteva rimanere indifferente alla Provenza) e degli incontri anche con Gaugin, negli ultimi anni esplode il suo mix visivo di colore e vita. Gli intensi gialli e i blu dei paesaggi sprizzano energia, l’orizzonte si allarga al di là della cornice e gli uomini si intrecciano armonicamente con gli alberi, senza che uno dei due offuschi l’altro.

L’uomo vedeva, in tutta la natura, «un’espressione e un’anima», l’artista suggellava tutto questo. La mostra è visitabile fino all’8 marzo 2015.

Maria Lucia Tangorra

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Autore dell'articolo: Maria Lucia Tangorra

Nata a Conversano (Ba) nel 1987, da alcuni anni si è trasferita a Milano per coltivare la passione per cinema, teatro e giornalismo col desiderio di farne un lavoro. Free-lance, critico e corrispondente dai festival per web magazine di cinema e teatro; ha realizzato anche reportage e approfondimenti di spettacoli tra cui “Invidiatemi come io ho invidiato voi” di T. Granata e “Un giorno torneranno” ideato e interpretato da S. Pernarella. Si è appassionata al cinema e al teatro vedendo recitare gli attori forgiati dal maestro Orazio Costa Giovangigli e da lì ha cercato di conoscere i diversi modi di fare e vivere il teatro e il cinema (senza assolutamente disdegnare alcuni lavori televisivi di qualità). Quando ha sentito sul palco queste parole: «Sai cosa vuol dire vivere in un sogno? Ciò che tu non sei, sei: e, ogni notte, lo frequenti» (dal testo teatrale “Orgia” di P. P. Pasolini) ha pensato che questo accade quando ci si immerge nel buio della scatola magica e della sala cinematografica. Grazie a questo lavoro fatto anche di incontri umani, non solo professionali, pensa che senza il teatro e il cinema il respiro sulla vita sarebbe diverso perciò, nonostante tutto e tutti, crede che di cultura e arte si possa vivere e che le passioni possano trasformarsi in una professione.

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