Melania Mazzucco e il nuovo libro Il Museo del Mondo

libro del giornoDi Piero di Cosimo, commentando la sua La morte di Procri, Melania Mazzucco scrive che “altera la cronologia” e “reinventa la storia” di Procri – tratta dalle metamorfosi di Ovidio e che fa da riferimento narrativo al dipinto – per trasformarla “in una elegiaca meditazione sulla fragilità della vita”. Analogo pare l’intento di Melania Mazzucco che con il nuovo libro Museo del mondo offre al pubblico, attraverso i commenti ad alcune opere pittoriche, una interpretazione personale della funzione dell’arte, del modo di narrarla e viverla. Non deve quindi stupire che sia proprio l’opera di Piero Di Cosimo a meritare la copertina del volume poiché, come il lettore apprende dalla prefazione, anche Mazzucco vuole superare ogni “ordine cronologico” o tematico, ricercando nel corredo iconografico e nei relativi commenti “un nuovo punto di vista da cui guardare il mondo” e se stessi, come scrive l’autrice in riferimento a Camera da letto del tedesco Baselitz. Con Il museo del mondo, raccolta degli articoli apparsi settimanalmente su La Repubblica nel 2013, Melania Mazzucco, autrice di numerosi testi e nota al grande pubblico per il romanzo Sei come sei, non cerca di abbozzare una summa della storia dell’arte europea ma, rifuggendo da ogni pretesa di neutralità, invita il lettore, che si fa qui anche spettatore, a mettersi all’ascolto di alcune opere, selezionate dall’autrice sulla sola base del proprio gusto e interesse. La soggettività, rivendicata come unico criterio metodologico, ritorna come carattere stilistico in ciascuno dei singoli articoli che, per quanto cerchino di essere pertinenti dal punto di vista della critica d’arte, si presentano come riflessioni dagli echi esistenziali e forse proprio per questo ancora più utili a un diverso sguardo sull’opera. Il lettore è infatti sollecitato, orientandosi nelle associazioni di Melania Mazzucco, a individuare le sue proprie costellazioni, ora seguendo l’ordine di presentazione dell’autrice, ora sfogliando il libro più liberamente, venendo a porre a ciascuna opera nuovi interrogativi. L’adozione del criterio a-cronologico nelle presentazione delle opere, principale pregio del testo, permette all’autrice di fornire accostamenti originali liberando lo sguardo del lettore da griglie interpretative storiografiche, certamente utili in altre sedi, ma che rischiano, nel libero rapporto del fruitore con l’opera, di presentare idee preconfezionate che perdono di spessore qualora si voglia entrare in un museo per cercare, come scrive l’autrice riferendosi alla sua esperienza personale, un'”avventura destinata a orientare”, un’esperienza che possa marcare il proprio sguardo. Liberatasi dai vincoli di tempo e di scuola, incurante di dover ripercorrere necessariamente le opere divenute icone di questo o quel grande artista, o che hanno maggiormente marcato l’immaginario collettivo, Mazzucco può procedere per libere associazioni e rimandi interni. Cifra di questo doppio itinerario pare essere Michelangelo, che se da una parte permette a Melania Mazzucco di muovere a una riflessione sul corpo e di ricollegarsi a Pasolini, dall’altra riemerge come obbligato termine di paragone nei lavori qui commentati di Bacon e Velazquez. La raccolta di articoli fattasi libro procede dunque al ritmo di tali accostamenti tanto estranianti dal punto di vista storiografico quanto fertili da quello interpretativo. Si pensi, per esempio, alla vicinanza del Santissimo Salvatore con La sposa nel vento (O. Kokoschka), dalle tonalità erotiche. L’intento non è quello di provocare o almeno non nel senso noto nella critica, di fare scandalo, bensì di superare “l’antagonismo tra arte figurativa e arte astratta” così come qualsiasi altra distinzione interna all’arte, che non permetta di comprenderne, al di là di stili e scuole, il comune télos. Certo le differenze ci sono e riemergono nel testo venendo a suggerire percorsi interni, ora accomunando le opere di tipo narrativo, dal Munch di Sphinix al Segantini di Le cattive madri, ora quelle incentrate sull’astrazione e la forma, come il Cézanne di La montagna di Sainte-Victoire o l’Annunciazione del Beato Angelico ove “la pittura diventa astratta tanto quanto la parola”. Ma un diverso percorso potrebbe anche essere tracciato, per esempio, distinguendo tra gli artisti che partono dalla mimesis del mondo esterno, da Monet a Matisse, e quelli che, come Velazquez, non lavorano “a partire dalla realtà, ma dall’arte stessa”. Per ciascuna opera pare però valere quanto affermato da Bacon a proposito del suo Two figures in the grass: “soggetto senza fine”, ogni dipinto porta con sé la possibilità di un nuovo sguardo, possibile preludio a nuove opere.

Voto: (3,5 / 5)

Cosimo Nicolini Coen

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Autore dell'articolo: Cosimo Nicolini Coen

Cosimo Nicolini Coen
Laureato in filosofia all'Università degli Studi di Milano, dove attualmente seguo il corso magistrale di Scienze Filosofiche. Mi interesso di politica, letteratura e arte. Ho un legame profondo con la cultura ebraica, in tutte le sue sfaccettature. Nell'ultimo anno ho trascorso un semestre a Lione e un periodo di studio alla Hebrew University di Gerusalemme. Scrivo recensioni di carattere filosofico per il sito della Fondazione Centro Studi Campostrini. Quando posso vado a camminare un po' sui monti.

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