Le donne e la guerra. Trent’anni di scatti firmati Marissa Roth
5 novembre 2013
Valentina Sala (182 articles)
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Le donne e la guerra. Trent’anni di scatti firmati Marissa Roth

Afghanistan @ onepersoncrying.com

Afghanistan @ onepersoncrying.com

Volti di donne che condividono la stessa condizione, occhi con il medesimo velo di tristezza. Donne velate, donne dai tratti orientali, donne, infine, che vivono non molto lontano da noi, semplicemente sull’altra sponda dell’Adriatico. Donne di luoghi diversi, ma tutte accomunate da un simile destino: quello di essere vittime della guerra. I loro volti sono oggi parte di un progetto dal titolo “One Person Crying: Women and War”, un’iniziativa pensata e realizzata dalla fotogiornalista americana Marissa Roth. Quasi trent’anni di scatti sul campo e di incontri con persone che hanno vissuto in prima persona il dramma della guerra, della perdita dei propri cari, per poter documentare come la violenza abbia drasticamente modificato le loro vite.

"Three sons lost", Bosnia Erzegovina @ onepersoncrying.com

“Three sons lost”, Bosnia Erzegovina @ onepersoncrying.com

Un progetto ambizioso, che nel giro di tre decenni ha portato la nota giornalista americana, attualmente collaboratrice del New York Times, a visitare una quindicina di Paesi diversi e a incontrare «centinaia di donne – racconta sul suo blog – che sono sopravvissute alla guerra e al conseguente senso di mancanza, pena e disagio inimmaginabile».

L’IDEA – Dalla Bosnia Erzegovina all’Irlanda del Nord, dal Kosovo al Vietnam, dal dramma dell’Olocausto all’Afghanistan, dall’assedio di Berlino al termine della seconda guerra mondiale alla Cambogia. Viaggi tra guerre presenti e conseguenze di guerre passate, per arrivare a documentare un’unica grande verità: «quelle donne – spiega Marissa Roth – sono essenzialmente le stesse ovunque. Ho attraversato il mondo intero – racconta – e ho fotografato, intervistato, osservato gesti e particolari raccapriccianti, al fine di documentare come la guerra abbia irrevocabilmente cambiato la loro vita».

Srebrenica, Bosnia Erzegovina @ onepersoncrying.com

Srebrenica, Bosnia Erzegovina @ onepersoncrying.com

Ma come è nata l’idea di questa raccolta di scatti? Siamo nei primi anni Ottanta quando per la prima volta la fotoreporter decide di intraprendere un viaggio nelle terre che le hanno dato le origini: quella ex Jugoslavia dalla quale il padre, ebreo scampato dall’Olocausto, è riuscito a scappare alla vigilia dello scoppio della seconda guerra mondiale. Novi Sad, nell’attuale Serbia, è il luogo in cui buona parte della sua famiglia ha perso la vita e, proprio per questo, rappresenta un ottimo punto di partenza. Da lì, per una trentina di anni, viaggi, paesi diversi, incontri e circa un centinaio di volti, immortalati per dimostrare «come la guerra – conclude – non faccia distinzioni nel distribuire pene e sofferenze».

 

Tags Arte, artisti
Valentina Sala

Valentina Sala

Giornalista pubblicista. Tra i suoi campi di interesse soprattutto viaggi e cultura. Dopo una laurea di primo livello in Scienze della Comunicazione consegue la specialistica in Editoria con il massimo dei voti e con una tesi sul rapporto tra letterati e città, ricostruendo la Parigi di Émile Zola e la Vienna di Joseph Roth. Collabora con più giornali e riviste e affianca alla professione giornalistica quella di insegnante di Psicologia della Comunicazione. Tra le sue passioni i romanzi capaci di raccontare un luogo e un’epoca, i film di François Truffaut, il buon cibo, le città europee e, soprattutto, il viaggio inteso come modo per scoprire e confrontarsi con realtà diverse.

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