La storia dell’umanità secondo Yuval Noah Harari

Recensione del libro Da animali a dèi. Breve storia dell’umanità (Bompiani) di Yuval Noah Harari. 

Yuval Noah Harari Breve storia dell'umanitàCon il progredire delle ricerche scientifiche crescono le preoccupazioni per le conseguenze sociali che le medesime scoperte potrebbero comportare. Risultato è la polarizzazione di due fronti: chi difende senza se e senza ma la ricerca, chi a questa si oppone in nome dei ‘valori’, divini o naturali che siano. Tale polarizzazione, replica dello scontro tra cultura scientifica e umanistica, non può portare lontano. Nel primo caso si vivrebbe la ricerca come fine a se stessa, perdendo di vista il suo senso d’essere. Nel secondo caso, in Italia visibile a partire dai limiti imposti alla ricerca sulle cellule staminali embrionali, si finirebbe per trincerarsi dietro difese ideologiche le quali non possono che avere effetti deleteri sul piano del benessere materiale e dello stesso sviluppo culturale. Da animali a dèi. Breve storia dell’umanità di Yuval Noah Harari di costituisce un’opportunità per uscire da questo dualismo e inauguarare, nel campo delle scienze umane, una riflessione sui presupposti e sulle conseguenze dell’attuale sviluppo delle scienze esatte. Di mestiere storico, dunque appartenente al fronte degli umanisti, Harari è passato dalle prime ricerche di storia medievale ad usare la biologia per reinterpretare la storia della nostra specie. Chi cerca risposte ai problemi etici posti dalle enormi possibilità aperte dalla scienza contemporanea deve imparare, sembra dirci Harari, a guardare con occhi nuovi alla storia dell’Homo sapiens. Dalle prime incisioni rupestri agli esperimenti di ingegneria genetica la nostra specie si sarebbe distinta dalle altre specie animali, così come dall’Uomo di Neanderthal, per “la capacità di trasmettere informazioni su cose che non esistono affatto” ovvero per l’insaziabile desiderio di raccontare e immaginare entità non materiali, dagli dèi ai “sistemi giudiziari (…) radicati in miti legali comuni” passando per il denaro e le società per azioni. “Benché l’ordine immaginato esista solo nelle nostre menti, esso può essere intessuto nella realtà materiale”, così il codice di Hammurabi viene a plasmare l’autocoscienza della specie e la scrittura matematica rende possibile una formalizzazione in grado di intervenire sulla natura stessa. Harari illustra come la diversità di questi processi trovi una radice comune nel piacere che l’Homo sapiens prova nel mettere in pratica ipotesi, nella capacità di rendere l’immaginazione uno strumento di conoscenza e conquista. E’ proprio dal connubio di questi due termini che l’autore lancia la sua sfida definendo, provocatoriamente ma con rigore, la Rivoluzione agricola “la più grande impostura della storia” e individuando i molteplici fili che legano il colonialismo con il sorgere della mentalità scientifica. Con stile asciutto, a tratti semplicistico, Harari spiega come le più grandi conquiste scientifiche dell’Occidente si siano originate a partire da quella medesima mentalità da ‘conquistadores’ che ha portato allo sterminio degli indigeni americani e alla tratta degli schiavi. La volontà di oltrepassare il limite, che sia quello ora tracciato dalla natura ora dalla cultura, è la cifra con cui l’autore legge l’evoluzione dell’Homo Sapiens. Si arriva così alle ingegnerie genetiche, ultimo risultato del

desiderio di varcare nuove frontiere anche a rischio di oltrepassare i confini della stessa specie umana. Come si desume Yuval Noah Harari non è propenso a fornire risposte ai problemi sopra ricordati. Ciò non vuol dire che il testo sia neutrale a riguardo: nella riduzione degli animali d’allevamento a mezzi sfruttati “allo scopo di ottenere il massimo della produzione” l’autore coglie la nota negativa di quell’innegabile progresso iniziato con la Rivoluzione agricola. Maiali, galline e mucche sono gli animali che hanno vinto la sfida evolutiva popolando, più di qualunque altra specie oltre l’uomo, la superficie terrestre, ma la loro esistenza è ridotta a quella di “macchine” dimostrando così quella “discrepanza tra il successo evoluzionistico e la sofferenza individuale” che sarebbe rintracciabile anche nell’uomo contemporaneo, ivi compreso il business man di successo. Provare empatia verso gli animali e cambiare i nostri metodi di allevamento potrebbe essere una strategia per individuare nel progresso un mezzo e non un fine.

Per chiunque sia interessato, alcune lezioni di Yuval Noah Harari, Coordinatore del World History Program alla Hebrew University di Gerusalemme, sono facilmente reperibili su Youtube.

Cosimo Nicolini Coen

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Autore dell'articolo: Cosimo Nicolini Coen

Cosimo Nicolini Coen
Laureato in filosofia all'Università degli Studi di Milano, dove attualmente seguo il corso magistrale di Scienze Filosofiche. Mi interesso di politica, letteratura e arte. Ho un legame profondo con la cultura ebraica, in tutte le sue sfaccettature. Nell'ultimo anno ho trascorso un semestre a Lione e un periodo di studio alla Hebrew University di Gerusalemme. Scrivo recensioni di carattere filosofico per il sito della Fondazione Centro Studi Campostrini. Quando posso vado a camminare un po' sui monti.

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