L’inizio di qualcosa di bello, recensione del libro di Lizzie Doron

Trama e recensione del romanzo L’inizio di qualcosa di bello (Giuntina), scritto da Lizzie Doron

Voto: (3 / 5)

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“Devi sapere che lui andava pazzo per i suoi tedeschi”, disse Sarka a Malinka. Come poteva dire questo di Arthur, suo padre, sopravvissuto alla Shoah? Il fatto è che il tedesco, la lingua degli assassini, era anche “la lingua di Mozart e di mia madre”, disse Arthur, il quale, pur sapendo alla perfezione l’ebraico, non esiterà ad emigrare da Israele per tornare nella Germania che l’aveva perseguitato. Ma Arthur non è l’unico, tra i residenti askenaziti di un quartiere a sud di Tel Aviv, a provare nostalgia per l’Europa. Sarka e Itaka, madre di Malinka, cantano malinconiche melodie yiddish e intervallano ogni loro frase con un ricordo della vita dello shtetl (villaggio ebraico dell’Europa dell’Est). E’ questo lo scenario da cui si staglia “L’inizio di qualcosa di bello”, libro di Lizzie Doron edito per Giuntina che della stessa autrice ha pubblicato diversi altri titoli. Doron è una scrittrice israeliana che appartiene alla “Dor Sheni“, in ebraico “seconda generazione”, ovvero i figli e le figlie dei sopravvissuti alla Shoah. La seconda generazione è spesso cresciuta attorniata dal silenzio dei genitori sulle persecuzioni da questi subite per mano nazifascista. Silenzio dovuto a più ragioni e, tra queste, la volontà di preservare i propri figli dalle ferite del passato. In Israele, dove la maggior parte dei sopravvissuti aveva trovato rifugio, la costruzione ex novo di uno stato aveva richiesto di convogliare ogni energia nel presente, mettendosi alle spalle l’Europa e le sue camere a gas. Ma il silenzio dei sopravvissuti, intramezzato da parole allusive e gesti carichi di significato, suscita domande e spiegazioni, sollecitando nuovo discorso. Così è stato per l’autrice che, come ha dichiarato in una recente intervista, ha iniziato a scrivere per ricostruire le frasi della madre, sempre troppo corte, troppo fugaci per essere appieno comprese. Anche Malinka, Hezi e Gadi, le tre voci narranti del romanzo, sono cresciuti ascoltando il silenzio dei rispettivi genitori. Ascoltare il silenzio non è un ossimoro e rimanda alla sfumatura tra non detto e accennato. Se, come mostrano i dialoghi del romanzo, ogni frase conteneva una eco dell’Europa, se ogni rimprovero si risolveva in un rimando ad Auschwitz, era pur vero che ogni ricordo veniva subito assorbito dalle esigenze della quotidianità e la ferita della Shoah, pur marcando ogni atto e rapporto, rimaneva sullo sfondo, irrisolta. Così la seconda generazione, così i protagonisti del romanzo, sono cresciuti nella memoria della Shoah pur senza mai riuscire a farsene un’immagine nitida, senza mai poter ricostruire la vita dei genitori prima dell’inizio delle persecuzioni. E’ il peso di questo connubio di silenzio e parole che Malinka, Hezi e Gadi si trovano ad affrontare, nel difficile equilibrio tra la necessità di ricordare, di sapere e capire, e la volontà di vivere, di aprirsi al futuro. La difficoltà dei genitori di coniugare passato e presente, yiddish ed ebraico, Europa ed Israele, si declina, nei figli, nella sensazione di non essere in nessun luogo veramente a casa propria, di non vivere in nessun tempo il proprio presente. “I miei ricordi prima o poi mi distruggeranno”, dice Malinka, e la sua frase potrebbe valere anche per Hezi e Gadi. Se Hezi fa propria la nostalgia materna e sogna un improbabile ritorno degli ebrei in Polonia, Gadi, che è andato a vivere in Stati Uniti, vive nella nostalgia per la propria infanzia israeliana sperando che i propri figli, nati in diaspora, possano un giorno intonare i canti di T’zal, l’esercito di Israele. E’ forse la nostalgia a far sì che Hezi e Gadi, anche ad anni di distanza dai giochi d’infanzia, restino innamorati di Malinka? Gadi spera di avere con lei un figlio sabra (nato in Israele) e Hezi vede nel matrimonio con Malinka la possibilità di esaudire i desideri della madre. Entrambe le figure maschili paiono proiettare su Malinka i fantasmi delle rispettive madri. Di questo Malinka è consapevole e, con il suo irriverente sarcasmo, distrugge ogni relazione e ogni speranza d’amore, sino a distruggere se stessa. E’ possibile vivere nel presente se il proprio passato è stato interrotto, spezzato, diventando una chimera? I tre protagonisti del romanzo di Doron non portano risposta e, anzi, acutizzano la domanda, lasciando al lettore una sensazione di sospensione, precarietà.Né Hezi né Gadi né Malinka hanno passato la vita a guardare indietro e, invero, tutti e tre si sono impegnati nei rispettivi lavori. Così è stato, in generale, per Israele dove reduci dai campi e figli di questi hanno impegnato le loro energie nella costruzione di una nuova vita. Ma la sensazione di sospensione e precarietà con cui Doron ci lascia è quella che, ad ogni conflitto, torna nella memoria collettiva di Israele. Merito della scrittura di Doron è restituire la Shoah alla quotidianità, meno spettacolare e più complessa, dei sopravvissuti e dei loro discendenti, dove l’evento storico passato è interrogativo esistenziale ancora presente.

Cosimo Nicolni Coen

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Autore dell'articolo: Cosimo Nicolini Coen

Cosimo Nicolini Coen
Laureato in filosofia all'Università degli Studi di Milano, dove attualmente seguo il corso magistrale di Scienze Filosofiche. Mi interesso di politica, letteratura e arte. Ho un legame profondo con la cultura ebraica, in tutte le sue sfaccettature. Nell'ultimo anno ho trascorso un semestre a Lione e un periodo di studio alla Hebrew University di Gerusalemme. Scrivo recensioni di carattere filosofico per il sito della Fondazione Centro Studi Campostrini. Quando posso vado a camminare un po' sui monti.

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