Il tempo che fugge attraverso i secoli

“And nothing ‘gainst Time’s scythe can make defence save breed to brave him, when he takes thee hence”. (W. Shakespeare).

“E nulla può difenderti dalla falce del Tempo se non un figlio, che gli tenga testa quando lui ti prenda”. (W.Shakespeare)

 

Hourglass time clock with sand
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È incredibile quanto certi stati d’animo, certi sentimenti e una determinata percezione del reale si mantengano inalterati nonostante che il mutare delle realtà storiche e culturali incida sulla vita degli uomini. Sentimenti e passioni sembrano, così, avere vita perenne, attraversando la nostra storia come un sottile filo rosso, inabissandosi e poi riemergendo nel mare della letteratura. Uno dei motivi particolarmente cari agli autori di ogni epoca è il tempo che fugge a cui l’uomo nulla può opporre, e la precarietà della vita con il conseguente invito a cogliere l’attimo di gioia qualora si presenti nell’esistenza di ognuno. “Carpe diem” recitava Orazio, invitando sinceramente a godere dell’istante prezioso. Non un invito gaudente e superficiale, ma la consapevolezza, velata di malinconia, che ogni attimo è irripetibile. Alcuni decenni prima di Orazio il poeta Catullo esortava Lesbia, la donna amata, ad abbandonarsi all’amore e a viverlo intensamente. Le ricorda che il sole tramonta e rinasce, ma la vita dell’uomo è breve ed è seguita da una notte eterna. Bisogna così moltiplicare i baci all’infinito per sottrarsi all’invidia e fronteggiare l’inesorabile fuga del tempo. Ancor prima di lui esprimeva questo sentimento il poeta greco Mimnermo. Le stagioni dell’esistenza umana sono epoche paragonabili al breve ciclo vitale delle foglie e l’unico bene per l’uomo è la stagione della giovinezza. Questa convinzione suggerisce al poeta che siamo come le foglie: «godiamo per un breve tempo i fiori dell’età…e il frutto della giovinezza è un attimo quanto dilaga sulla terra il sole».

Al tempo di Mimnermo (VII sec. a.C.), la similitudine uomini/foglie era probabilmente già divenuta un luogo comune per esprimere il carattere effimero della vita umana, evidente non solo negli individui ma anche nell’avvicendarsi delle generazioni; perciò il poeta, usandola, si esponeva consapevolmente al pericolo di apparire solo un banale imitatore. Ma in questo consiste la grandezza dei poeti: comunicare in versi ciò che appartiene alla prosa della vita quotidiana di ognuno. Se così non fosse dovrebbe apparirci banale anche il “si sta come d’autunno sugli alberi le foglie” di uno dei poeti più grandi di tutti i tempi

Del resto Mimnermo non faceva altro che incarnare uno degli aspetti peculiari della coscienza del popolo greco, ovvero il pessimismo e la preoccupazione del futuro. L’uomo è nato per soffrire; non vivere o morire presto è la cosa migliore:

«Noi dobbiamo soffrire  – sostiene Euripide – saggio è colui che sopporta nella maniera più nobile il destino toccatogli».  Precarietà del tempo che fugge, celebrazione della giovinezza e conseguente invito a vivere pienamente tale fugace età sono motivi dunque cari ai poeti di tutti i tempi. Possiamo forse dimenticare l’invito di Lorenzo il Magnifico nel  “Trionfo di Bacco e Arianna”? Quant’è bella giovinezza, che si fugge tuttavia! Chi vuol esser lieto, sia: di doman non c’è certezza. E come non ricordare che anche per Leopardi, come per Mimnermo, la condizione dell’uomo è tragica perché destinata alla morte e alla decadenza, per di più contrapposta al ciclo vitale della natura che si rinnova ogni giorno. Poeti antichi e moderni hanno utilizzato lo stesso motivo filtrato non solo attraverso personalità e sensibilità diverse, ma influenzate anche dal contesto storico culturale in cui essi si sono trovati a vivere. Tutto ciò ancora una volta non avrebbe senso se non fosse veicolato e sublimato dalla letteratura, collante che davvero può unire e avvicinare uomini di tutti i tempi e tutte le latitudini in nome della comune umana condizione.

 

Annapina D’Agostino

 

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