Il cinghiale che uccise Liberty Valance, recensione del libro

“Il cinghiale che uccise Liberty Valance”, la recensione del libro di Giordano Meacci – Più che un romanzo è un’opera letteraria la prima fatica di Giordano Meacci, romano, classe 1971, già autore di racconti e reportage. La sua è una scrittura incalzante e mai banale, densa, con invenzioni linguistiche, suggestioni cinematografiche e avvitamenti narrativi che s’intrecciano nell’immaginario paese di Corsignano, che la mappa che apre il libro colloca tra la Toscana e l’Umbria. Con Il cinghiale che uccise Liberty Valance, edito da minimum fax e finalista al Premio Strega, siamo alla fine degli anni ’90 e la vita del tranquillo paesello di provincia scorre e procede senza particolari sussulti tra gente che lavora, donne che tradiscono i propri compagni e mariti e uomini che si giocano tutto, o quasi, a carte. Ci sono una vecchia che ricorda il giorno in cui fu abbandonata sull’altare, un avvocato senza scrupoli, due bellissime sorelle che si prostituiscono gioiosamente e una bambina che rischia la morte. E, soprattutto, un branco di cinghiali che scorrazza, rumoroso e a tratti inquietante, nei boschi circostanti. Ad assistere alle derive grottesche delle vicende degli Alti sulle Zampe – gli umani in gergo cinghialesco – è in particolare Apperbohr che, in una notte di razzie, viene fulminato da un raggio di luce emesso da un televisore sintonizzato sull’Uomo che uccise Liberty Valance, il western di John Ford del 1962, e acquista facoltà decisamente umane che trascendono la sua natura.

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Film e libro si fondono così alla perfezione, fin dal titolo scelto dall’autore, in un gioco di suggestioni e immagini che descrive, con esaltante minuziosità, tutto nei minimi dettagli, a partire dai suoni, gli odori e i rumori della natura. Giordano Meacci ne Il cinghiale che uccise Liberty Valance racconta, con una prosa fitta e fluttuante, spesso difficile da tenere sotto controllo per l’elevatissimo numero di soggetti e personaggi che si incrociano nelle oltre 400 pagine del testo, il mistero dei nostri sentimenti con un espediente non originalissimo ma sempre efficace: trattare le bestie come uomini e gli uomini semplicemente come una delle specie viventi sulla terra.

Il messaggio che passa forte e chiaro è che orientarsi e, soprattutto, tenersi a galla nel mondo umano è sempre dannatamente complicato anche per chi, come il cinghiale protagonista, vi è appena sbarcato e finisce con il restarvi beffardamente in bilico, perdendo rapidamente la sua natura originaria, senza alcun privilegio, o quasi, dal nuovo corso. Apperbohr vagherà infatti solitario ed incompreso sia dai propri simili sia dagli umani, confortato solo dalla scoperta dell’amore, il più misterioso e avvolgente sentimento umano. Straordinaria e decisamente dirompente l’invenzione dell’idioma dei cinghiali, raccolto, spiegato e raccontato in un glossario che nobilita non poco l’odioso e odiato grugnito animalesco.

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