Guardami, ergo sum

guardarobaDifficile spiegare come gli abiti possano trasformarsi in seconda pelle sulla pelle, in grado di assorbire le emozioni e i pensieri della persona che li indossa. Sottraendoci, con l’ energia desiderante del piacere, al commento saggio di chi vorrebbe educarci a un efficiente funzionalismo negli armadi, rimuovendo la colpa di un nuovo, ennesimo e inutile acquisto, ma languendo nella palude compulsiva che minaccia di offrirci pene più aggressive, entriamo decisamente nel negozio lussurioso, fingendo un’innocente voglia di guardare, finché, reprimendo l’ ultimo velo di rimorso, puntiamo diritte al cartellino che ci aspetta.

       Ed eccoci finalmente intente a ricercare, nello specchio, prospettive invitanti per celebrare il nostro acquisto, ci giriamo e rigiriamo in quei luoghi un po’ ristretti, fino a bloccare, per lo sguardo, la postura più corretta: rito assai antico che a un certo punto potrebbe sembrare desueto, capace tuttavia di offrirci sempre rinnovate vibrazioni. Vinta l’umiliazione, mista a quell’invidia riprovevole che macchia la pelle di rossore, mentre guardiamo, estasiate, il galoppo delle modelle sulle passerelle fatte di incanto, di luce e di colore, ormai sole con lo specchio nella cabina ben protetta, indugiamo volentieri nel gioco dei dettagli: la manica che, giusta, arriva appena al di sopra del gomito scoperto, la scollatura che, con specialistica sapienza, tira in alto il nostro collo di “misere normali”, la lunghezza calibrata dalla moda leggermente al di sotto del ginocchio, che, supportata dai dieci centimetri del  tacco, seppellirà, nell’ andatura provocante, l’insicurezza di chi alta non è nata!

      Elevate a tale soglia di potere, dimentichiamo finalmente i problemi che la natura ci ha trasmesso, grazie all’occhio benevolo che dallo specchio ci seduce. La sublime bellezza di calcolo divino, archetipo sempre rinnovato nel corso della storia,  finalmente ha sedato l’angoscia della forma. Ma, terminate ormai le esibizioni a fine di stagione, affidiamo a malincuore i nostri beni al letargo necessario nell’ armadio, reprimendo, già nei primi istanti, una tattile nostalgia inappagata di quel compagno fedele costretto ormai a mettersi da parte, mentre il fruscio delle stoffe, misto al profumo che ogni abito possiede, ci rinnova il desiderio e la speranza. Ma di che? Se saremo ancora vive nell’ anno successivo, sarà certo ciò dovuto al magico potere dei nostri amori rinchiusi e ben sottratti al potere dell’usura in divenire. Fino a questo piccolo delirio può arrivare, qualche volta, la benevolenza elargita ai nostri acquisti!

        La febbrile illusione di colmare i vuoti abitati un tempo da vigili presenze, l’amarezza di essere invisibili  allo sguardo ormai deviato di quanti, nei giorni di altro tempo, imploravano da noi uno sguardo su di loro, ci abbandonano di colpo, grazie all’ennesimo, inutile ingombro, che ci dona la certezza di sgombrare il dolore dalla mente. Molte sono le terapie che l’anima segreta adotta per guarire, condannandosi  a  una giostra che gira all’infinito, senza possedere armi né rimedi per vedere. Tranne, qualche volta, un’esile coscienza. Ma l’occhio impone il suo potere sulla mente: morbide forme pastellate di colori variegati avanzano imperiose sulle passerelle del potere; riflessi di gioielli e di borse inusitate insieme a stivaletti dalle forme inaspettate e assai piccanti; vele di colore morbidoso, asimmetriche, appena trattenute da invisibile sostegno, appoggiate qua e là, con la nonchalance di chi è maestro di inganni seduttivi, generate da funzioni inesistenti, tranne la forza di apparire; rigore nelle gambe assottigliate, decisamente inclini a imporre lo statuto del sublime distruggendo quello di natura; chimere ricoperte da sontuosi, preziosissimi decori, mentre avanzano a ritmo cadenzato, evocanti processioni rituali di altri tempi; impensati accostamenti di colori e materiali, ora fluttuanti, ora disegnati con rigore sui corpi spavaldamente abituati a tacere i propri desideri pur di incarnare bellezza, arte e fasti di ogni tempo.

 Riflessi capaci di afferrare, come uncino con la preda, la nostra ombra sempre pronta a tormentarci, incantata dall’ inutile  speranza, mai colmata, di trasformarsi anch’essa in luce.

    “Ma la magia esiste  anche in altra forma” sento sussurrare intorno a me. Mi avvicino allo scrigno del passato  – memoria innestata alla materia –  e guardo in faccia il tempo, mentre accarezzo il tailleur celeste e molto sagomato, indossato quel giorno assai speciale in cui ci accadde il primo, vero viaggio della vita. Un lembo di fuxia plissettato si fa largo fra stracci di ogni tipo, lo tiro affinchè non cerchi di sottrarsi, in mia presenza, al processo inflitto dal presente: occupò spavaldo la scena del momento al MAC PI dell’ultima classe del liceo, quando, insieme a un Lui molto disinvolto, tentammo di danzare sui tacchetti di metallo, imposti dalla moda del momento. Che ci fanno, oggi, rannicchiati nella cassa dei ricordi, se non a preservare la memoria personale che, talvolta, pasticciata dai litigi dei neuroni, potrebbe dileguarsi nel vuoto “senza luogo e senza tempo”, anticipando l’altro viaggio che ci attende?

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                          Potremmo riportare quel passato nel presente?

                “Non essere sciocca all’improvviso: la magia non esiste alla tua età”

                      Non vogliamo certo tutto: desideriamo solo la speranza.

                “La speranza esiste solo a patto che, con essa, perduri anche il nostro testimone”.

Pina Arfè

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Autore dell'articolo: Pina Arfè

Pina Arfè napoletana, vive a Benevento. Congiunge l’impegno di artista (pittura, fotografia, video) a riflessioni teoriche su questioni di estetica e di psicoanalisi. Ha pubblicato vari libri, tra cui La casa del vento (Napoli, Guida Editore) e L’attimo che avviene e che diviene (Firenze, Maremmi Editore). Il suo lavoro sul rapporto tra arte e pensiero privilegia attualmente anche l’espressione poetica e la forma narrativa.

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