La Festa di San Valentino e l’Amore come significato

La festa di San Valentino, al di là della connotazione consumistica assunta negli anni, dovrebbe diventare un’occasione per riflettere sul significato dell’amore. Non facciamo finta di nulla: questo sentimento appartiene a tutti, è parte integrante della vita di ognuno di noi e non ne possiedono “l’esclusiva” solo gli innamorati. L’amore ha tantissime facce e molteplici significati, perché si rivolge a qualunque cosa viva sulla Terra (e anche fuori, perché no? Del resto l’universo “respira” e “vive” anche per noi e non ha bisogno di esserne consapevole, né si aspetta qualcosa in cambio). Cos’è, allora, l’amore? Un caleidoscopio in cui l’immagine di tutte le persone e le cose a cui teniamo si infrange in mille schegge che, insieme, formano noi stessi, oppure è più simile a un gioco di scatole cinesi? In realtà è entrambe le cose, non esiste una risposta giusta. Se sostituiamo ai volti dei nostri cari o alle nostre passioni delle parole, vedremo che l’amore, pur rifuggendo qualunque categorizzazione statica, si fonda su dei pilastri che lo sorreggono dall’inizio dei tempi e che tutti noi dovremmo conoscere istintivamente. Cosa proviamo quando ci innamoriamo? Felicità ma, guardando più da vicino è uno stato di gioia alterato, che ci avvicina a una dimensione che esula dalla quotidianità. Ecco, è la ricerca dell’assoluto che si compie, cioè l’incontro di due anime già complete che scelgono di unirsi. Il termine “ricerca” non è scelto a caso: passiamo anni della nostra esistenza impegnati a cercare l’anima gemella, accumulando indizi, sbagliando strada, come Iside mise insieme, con pazienza e forza di volontà, uno a uno, i pezzi di Osiride, accettando le momentanee sconfitte nella “costruzione” del suo amore. E’ un viaggio in cui, a ogni passo, rischiamo di perdere come degli sciocchi la possibilità del vero amore, solo perché non abbiamo dato la necessaria fiducia, ci siamo rifiutati di guardare oltre le apparenze. Ricordate la favola di Psiche e Amore, narrata ne “Le Metamorfosi” di Apuleio (II sec. d.C.)? La stupenda Psiche fa fuggire il suo innamorato perché pretende di vederlo in faccia, del resto la profezia e tutto il popolo si ostinano a dirle che si congiungerà con un mostro, è il suo destino. Così lei, per non aver seguito l’istinto, è costretta ad affrontare quattro prove architettate da una Venere, madre di Amore, invidiosissima della sua bellezza. Il sentimento trionfa, ma la vittoria non è mai scontata.

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La festa di San Valentino riserva sorprese più intriganti dei soliti fiori e dei cioccolatini (i gioielli non sono compresi nell’elenco per ovvi motivi). Psiche riabbraccia il suo amore perché combatte con tenacia per ottenerlo, ma tanta forza non l’ha trovata in sé, bensì nel desiderio dell’amato e nella convinzione che la sua sola presenza basti a ridarle la vita e la gioia di viverla. Non è forse questo a spingere Romeo e Giulietta a desiderarsi, nonostante la rivalità tra le loro famiglie, fino al limite estremo? Per la letteratura, spesso, al di fuori dell’amore nessuno può esistere, quasi non vi fosse diritto alla felicità, o meglio, essa non sia altro che una chimera. Per questo alcuni eroi ed eroine romantiche scelgono addirittura di morire. Noi, nella quotidianità, sappiamo che l’assenza della nostra metà provoca dolore, ma non viviamo in un libro o in un film. Anche se fa male, la vita va vissuta nelle sue gioie e nei suoi dolori. Come cantava Lucio Battisti nella canzone “Io vivrò (senza te)” (1969): “Che non si muore per amore è una gran bella verità”. Romeo e Giulietta, in un discorso puramente letterario, sono condannati fin dall’inizio; paradossalmente il suicidio è l’unico modo che hanno per raggiungere l’assolutezza del loro amore, un sentimento così intenso da denudarli perfino dell’identità: “Oh Romeo, Romeo perché sei tu Romeo? Rinnega tuo padre, rifiuta il tuo nome, o se non vuoi, giura che mi ami e non sarò più una Capuleti…Che cos’è un nome? Quella che chiamiamo Rosa anche con un altro nome avrebbe il suo profumo”. (Atto II, Scena II).

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Un’immagine del film Letter to Juliet

La storia di Romeo e Giulietta ha ispirato innumerevoli libri e film, ma ce ne è uno in particolare, “Letters to Juliet” (2010), in cui la protagonista capisce che il vero amore non sta in un rapporto di fiacca routine in cui uno non ascolta l’altro, ma nella reciproca intesa. Questa scoperta avviene tramite le lettere d’amore che uomini e donne da tutto il mondo scrivono al personaggio di Giulietta (con tanto di comitato, realmente esistente, delle “segretarie di Giulietta”, che si occupano di rispondere a ogni singolo messaggio e nella lingua in cui è stato scritto). La lettera d’amore altro non è che una dichiarazione in parole scritte, destinate a rimanere per sempre sul foglio e ella memoria di chi le legge. Il sentimento amoroso è anche questo, la poesia. Molti hanno saputo cantare in versi l’innamoramento e una donna in particolare, una cortigiana onesta nella Venezia del Cinquecento, Veronica Franco (1546-1591), è riuscita a mettere in rima, senza orpelli né eccessi romantici, il vero significato della seduzione. Lei, intellettuale, colta, in anticipo sui tempi, poiché perfettamente consapevole delle discriminazioni nei confronti delle donne, ha cantato l’amore e l’erotismo in modo sublime. Non ha mai idealizzato l’amore, Veronica, come invece ha fatto uno dei più grandi poeti di tutti i tempi, Dante Alighieri (1265-1321), idolatrando la nobiltà d’animo della sua Beatrice e rendendola, agli occhi del mondo e dei posteri, una donna angelicata, perfetta in ogni suo atteggiamento. In modo del tutto naturale l’amore assume i contorni, nel cuore di chi lo prova, di un ideale, di qualcosa che, quasi, scende su di noi, dandoci la quiete che cercavamo da tempo. Può superare ogni limite, anche quelli della più rigida proibizione, come è accaduto ai due amanti per antonomasia, Paolo e Francesca: “Amor, ch’a nullo amato amar perdona, mi prese del costui piacere sì forte, che, come vedi, ancor non m’abbandona” (Inferno, canto V). Il bisogno dell’altro è così forte e legato a una gelosa esclusività (che non deve diventare ossessiva e i recenti casi di cronaca ce lo insegnano) che sottintende un sentimento guidato anche dalla passione, proprio come è accaduto a una coppia entrata nel mito, quella di Frida Kahlo (1907-1954) e Diego Rivera (1886-1957). Si sono sposati due volte, lasciati e riuniti molte di più, eppure ciò che provavano l’uno per l’altra nessuno ha mai potuto distruggerlo. Più si allontanavano, più il loro legame si rinsaldava, quasi imponendo loro di riavvicinarsi.

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Frida Kahlo e Diego Rivera

La festa di San Valentino dovrebbe ricordarci proprio il potere di questo legame tra due persone che, però, non deve diventare mai soffocante. Può apparire paradossale, dopo aver parlato di esclusività, sostenere che l’amore sia soprattutto la libertà di chi amiamo. Invece è tutto assolutamente logico: amare è scegliersi ogni giorno, consapevolmente, sapere di appartenersi ma senza alcuna forzatura. Nel film “Notting Hill” (1999) i due protagonisti, interpretati da Hugh Grant e Julia Roberts, si danno il tempo, pur in mezzo a molte vicissitudini, di conoscersi e capire che, nonostante vengano da due mondi diversi, vogliono amarsi. L’iscrizione su una panchina in un parco, letta da Julia/Anna in una delle scene del film, ci dà l’esatta dimensione di ciò: “Per June che amava questo giardino. Da Joseph che le sedeva sempre accanto…Certe persone passano la loro vita insieme”. Amare è dare all’altro il tempo che abbiamo, stargli accanto offrendogli la nostra protezione, proprio ciò che fa Sam, il protagonista di una delle pellicole più romantiche di sempre, “Ghost” (1990), mostrandoci che l’amore può superare perfino la morte e la cattiveria del mondo. La prossima volta che sceglierete un regalo da donare alla vostra dolce metà per la festa di San Valentino, ricordate quante cose è l’amore (molte più di quelle che abbiamo elencato) e che nessuna di queste si può comprare.

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Autore dell'articolo: Francesca Rossi

Francesca Rossi
Francesca Rossi, romana, è specializzanda in "Lingue e Civiltà Orientali" a “La Sapienza", ha vissuto ad Alessandria d'Egitto per approfondire lo studio della lingua e la cultura araba. Gestisce tre siti: "La Mano di Fatima", "Divine Ribelli", "Angelica la Marchesa degli Angeli". Per la casa editrice “La Mela Avvelenata” ha scritto diversi racconti tra cui “La Spada di Allah” e partecipato a molte antologie come “50 Sfumature di Sci-Fi” con il racconto “La Preghiera della Sera”. E’ in pubblicazione il suo romanzo “Il Palazzo d’Inverno” e in fase di scrittura l’opera a tema islamico “Alamut”. Il sito: http://elioreds.wix.com/francescarossi Pagina Fb: https://www.facebook.com/FrancescaRossiAutrice

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