Ferré e Comte. DETTAGLI. Grandi interpreti tra moda e arte
29 settembre 2016
Maria Lucia Tangorra (135 articles)
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Ferré e Comte. DETTAGLI. Grandi interpreti tra moda e arte

Si è conclusa da pochissimo la Fashion Week a Milano e allontanandoci dal capoluogo meneghino, siamo approdati in anteprima al Palazzo del Governatore in Piazza Garibaldi a Parma per assistere al work in progress di Ferré e Comte. DETTAGLI. Grandi interpreti tra moda e arte. L’inaugurazione della doppia esposizione è prevista per oggi 29 settembre e aprirà al pubblico da venerdì 30 proseguendo fino al 15 gennaio 2017. La preview, a cui abbiamo preso parte, ci ha fatto assaporare il divenire dell’allestimento e ci ha regalato l’onore di due traghettatori d’eccezione, per “Gianfranco Ferré e Maria Luigia: inattese assonanze” Rita Airaghi, direttrice della Fondazione Gianfranco Ferré, mentre per “Neoclassic” lo stesso artista Michel Comte era presente per soddisfare le curiosità. Questo sguardo “privilegiato” cercheremo di restituirvelo, cari lettori, in un tour in cui Moda, Arte e Storia – passata e contemporanea – si incontrano e fanno sognare, ma anche stare coi piedi per terra. Andando in ordine, partiamo subito al primo piano con “Gianfranco Ferré e Maria Luigia: inattese assonanze”, a cura di Gloria Bianchino e Alberto Nodolini in collaborazione con la Fondazione Gianfranco Ferré. Ad accoglierci è un capo che sembrerebbe uno spolverino, la Airaghi ci mostra in catalogo come era stato presentato in sfilata (sotto la modella indossava pantaloni di pelle con borchie), eppure a vederlo così, la mente viaggia pensandolo come una camicia da notte di Maria Luigia d’Asburgo Lorena. L’occasione di questa doppia esposizione, infatti, è il bicentenario dell’arrivo della duchessa più amata dai Parmigiani. Sposatasi con Napoleone Bonaparte nel marzo del 1810, dopo la prima abdicazione del marito ed esser tornata sotto l’ala paterna, ricevette dal Congresso di Vienna i ducati di Parma, Piacenza e Guastalla. Nell’aprile 1816, con il nuovo compagno, si trasferì nelle terre emiliane, dando vita a una politica culturale e artistica che portò alla rinascita e a uno stato di benessere. Il resto lo lasciamo alle biografie e alle pagine della Storia, ma questi cenni erano necessari per inquadrarvi anche come mai Maria Luigia fosse così amata e perché rappresenta, ancora oggi, una figura importante da ricordare. Realtà pubbliche e private, sotto il coordinamento del Comune di Parma, hanno voluto fortemente queste celebrazioni, sviluppate in sedici mostre che toccano altrettanti luoghi e temi, offrendo così un’occasione ulteriore per scoprire questo territorio.

IMMAGINECOORDINATA

Tornando al progetto espositivo Ferré e Comte. DETTAGLI. Grandi interpreti tra moda e arte è singolare come si sia voluto mettere insieme, appunto, questi interpreti del loro e nostro tempo. Ferré e Comte hanno realizzato circa una decina di campagne pubblicitarie insieme, ma questa è un’altra storia. Va sottolineato che sono due mostre a sé, ma i dettagli (termine ben evidenziato nel titolo) vogliono essere il punto di congiuntura tra lo stilista e il fotografo in rapporto sempre a Maria Luigia e a ciò che rappresenta. «L’allestimento è nato insieme con i vestiti e con la successione di stanze perché lo spazio – ha svelato la Airaghi -. Ci ha permesso di lavorare in questo modo frammentario, gli stessi vestiti sono dei frammenti. Abbiamo scelto uno specifico modo di raccontarli, come se fossero dei pezzi perché come volumi e materie hanno una storia a sé e, infatti, in qualche caso sono stati staccati dal pezzo che li completerebbe». Quasi a voler rendere omaggio al grande stilista architetto, la cugina, che tanto lo ha affiancato nel lavoro già dal 1970/71, punta l’accento sia sullo spazio espositivo che su ciò che creano questi abiti ed è qui che scattano le inattese assonanze del titolo specifico in cui è protagonista Ferré. «Sono assonanze perché le abbiamo cercate e sono state inattese anche per noi perché queste creazioni non sono state fatte pensando a un periodo storico o in particolare a Maria Luigia, lui (Ferré) le ha fatte per la sua storia», ci ha raccontato la direttrice della Fondazione Ferré. Ed è così che andando a spasso nel tempo e nello spazio, vediamo crinoline, rouches e vortici di pizzi, il cui ricciolo ricorda il motivo dei capitelli e ancora alcuni abiti in stile impero e abbottonature militari fino all’orientalismo con cappotti decorati persino all’interno e alle geniali camicie bianche ideate da questo stilista, tra i grandi del Made in Italy. Veniamo pure a conoscenza che sia stata Maria Luigia a inventare la manica arricciata, suggerendo di tenerla su con dei punti (ma il dibattito tra gli storici del costume è ancora aperto). Sappiamo che a coronare il tutto ci saranno un video e dei bozzetti preparatori, ma arriveranno poco prima che vengano aperte le porte al pubblico. Dopo questa full immersion nella creatività di Ferré riletta ad hoc per creare delle assonanze con Maria Luigia – e state certi che i capi scelti vi incanteranno oltre a stimolare l’immaginazione – si salgono i gradini che portano al secondo piano pieni di tanta bellezza. Appena arrivati, di fronte, subito un segnale forte lanciato da Comte, dedicato alle Fosse Ardeatine. La mostra “Neoclassic”, curata da Jens Remes in collaborazione con Alberto Nodolini e Anna Tavani, mette in scena la personale analisi del tempo e dello stile neoclassico. «Una riflessione consapevole del fatto che possono distruggersi simboli e uomini, ma non la bellezza artistica, che va al di là di ogni ideologia. Dai primi cenni classici riconoscibili nella città di Olimpia fino al XX secolo, il Neoclassicismo è sopravvissuto. Imperi sono stati costruiti e poi si sono sbriciolati, ma lo stile rimane ancora oggi nella moda e nel design», ha dichiarato il fotografo svizzero. Ci si muove tra frammenti di rovine ricreate, fotografate ed evocate, ma anche particolari piatti neoclassici. Ci sono alcuni aspetti che colpiscono di questa esposizione e tra tutti balza subito all’occhio l’uso delle luci (spesso calde, rosse), ma anche la rappresentazione del potere tramite stampe a pigmenti, ad esempio, della folla in Vaticano.

Una sala gli è particolarmente cara e ce lo rivela con un trasporto diverso rispetto a quando ci accompagna, quasi silenziosamente, tra i corridoi e le altre mura. Situato al centro delle rovine c’è un orologio napoleonico appartenuto a Josephine, conservato nella collezione di suo nonno Alfred Comte (pioniere dell’aviazione svizzera, nda); non è un caso che nella stessa stanza ci sia la foto dell’incoronazione di Napoleone di Jacques-Louis David posta al contrario. Comte vuole sovvertire certi equilibri, criticare e denunciare anche corsi e ricorsi nella manifestazione del potere, capovolgere le prospettive suggerendone di sue e, parallelamente, esortando il visitatore di turno a farlo. Come spesso accade, gli artisti vogliono che siano le opere a parlare, per cui neanche Comte è dedito a dare troppe spiegazioni (e ciò non significa che non sia disponibile al dialogo). Quello che ci sentiamo di dire è che il percorso Ferré e Comte. DETTAGLI. Grandi interpreti tra moda e arte comunica emozioni e vibrazioni differenti, anche in base allo stato d’animo con cui ci si approccia a queste creazioni, ma l’idea che siano i “dettagli” a far da ponte è ben riuscita e funge da guida mentre si visita. Per maggiori informazioni: mostredettagli.com/sample-page/

Voto mostra
4 out of 5

4

Good
4 out of 5
Maria Lucia Tangorra

Maria Lucia Tangorra

Nata a Conversano (Ba) nel 1987, da alcuni anni si è trasferita a Milano per coltivare la passione per cinema, teatro e giornalismo col desiderio di farne un lavoro. Free-lance, critico e corrispondente dai festival per web magazine di cinema e teatro; ha realizzato anche reportage e approfondimenti di spettacoli tra cui “Invidiatemi come io ho invidiato voi” di T. Granata e “Un giorno torneranno” ideato e interpretato da S. Pernarella. Si è appassionata al cinema e al teatro vedendo recitare gli attori forgiati dal maestro Orazio Costa Giovangigli e da lì ha cercato di conoscere i diversi modi di fare e vivere il teatro e il cinema (senza assolutamente disdegnare alcuni lavori televisivi di qualità). Quando ha sentito sul palco queste parole: «Sai cosa vuol dire vivere in un sogno? Ciò che tu non sei, sei: e, ogni notte, lo frequenti» (dal testo teatrale “Orgia” di P. P. Pasolini) ha pensato che questo accade quando ci si immerge nel buio della scatola magica e della sala cinematografica. Grazie a questo lavoro fatto anche di incontri umani, non solo professionali, pensa che senza il teatro e il cinema il respiro sulla vita sarebbe diverso perciò, nonostante tutto e tutti, crede che di cultura e arte si possa vivere e che le passioni possano trasformarsi in una professione.

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