ENRICO BAY, I FUNERALI DELL’ANARCHICO PINELLI

Enrico Baj, I funerali dell’anarchico Pinelli (1972)

A distanza di 40 anni dalla sua realizzazione, Palazzo Reale espone l’opera di Enrico Baj I funerali dell’anarchico Pinelli (1972), opera civile di denuncia di un episodio drammatico, nella cornice della Sala delle Cariatidi. La mostra, che rimarrà aperta gratuitamente dal 21 giugno al 2 settembre 2012, è promossa e prodotta dal Comune di Milano Cultura, Moda, Design e segna un ritorno carico di significato nella suggestiva sala della reggia milanese per la quale era stata in origine concepita.

I funerali dell’anarchico Pinelli, infatti, avrebbe dovuto essere esposto a Palazzo Reale il 17 maggio del 1972: la sala era già allestita, il catalogo pronto, la città tappezzata di manifesti, ma proprio la mattina dell’inaugurazione della mostra venne ucciso a colpi di pistola il commissario Calabresi, che aveva diretto le indagini sulla strage di piazza Fontana. La mostra venne rinviata per “motivi tecnici” e l’opera non fu più presentata a Palazzo Reale. Da allora è stata presentata in diverse città tra cui Rotterdam, Stoccolma, Düsseldorf, Ginevra, Miami, Locarno, Roma e a Milano nella Sala Napoleonica dell’Accademia di Belle Arti di Brera nel 2003-2004.

«Torna nel luogo per cui è stata creata, dopo 40 di assenza e rimozione, un’opera chiave del 900 – ha affermato l’assessore alla Cultura Stefano Boeri. – I funerali dell’anarchico Pinelli sono la dimostrazione di come l’arte sappia trasformare un istante di un evento tragico della nostra storia politica in un’opera-chiave della storia del ‘900».

Monumentale nelle dimensioni, alta 3 metri e lunga 12, l’opera è composta da pannelli smontabili, con figure ritagliate su sagome di legno quasi fossero i pezzi di un puzzle e assemblate con la tecnica del collage, tipica dell’artista milanese.

Diciotto sono le figure che prendono parte alla scena, più quattro separate dal pannello principale, e undici mani scendono dall’alto. A sinistra assistono alla tragica caduta undici anarchici. I loro volti sono coperti da umanissime lacrime, hanno i pugni alzati e portano in mano bandiere. I loro abiti sono fatti di ciniglia, con corde e pezzi di stoffa. Le loro sono espressioni di dolore, sgomento e terrore.

Poco più in là, staccate dal pannello, ci sono le due figlie, Claudia e Silvia Pinelli: una tende le braccia verso il padre, l’altra lo piange già. La moglie Licia invece è collocata sulla destra, con un’espressione grottesca, in ginocchio e sconvolta dal dolore. Davanti a lei sette poliziotti, con medaglie sul petto, rotelle al posto degli occhi.

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Il centro della scena è occupato dal dramma urlato della morte dell’anarchico. Baj distingue i due gruppi anche attraverso l’uso differente dei colori: per le figure sulla destra, che rimandano ai suoi generali, vengono utilizzati colori molto accesi, che si contrappongono con forza ai più cupi toni del grigio con cui sono dipinti gli anarchici.
I precedenti artistici sono facilmente identificabili: il riferimento più esplicito è quello a Guernica (1937) di Picasso, riconoscibile immediatamente nel grido disperato dell’anarchico e nella posa deformata della donna, opera che Baj aveva rifatto nel 1969 con tecniche e materiali propri, in omaggio al grande artista spagnolo; l’altro è un omaggio al futurismo di Carrà de I funerali dell’anarchico Galli (1911).

Il filo conduttore che li lega all’opera sul Pinelli è l’esigenza forte di restituire una testimonianza dell’emozione e dello sdegno, e di condividere, attraverso l’arte, il dolore di fronte a fatti violenti che hanno coinvolto l’intera società civile. Dice l’artista: «La realtà e la vita e la morte di Pino si sostituivano nella mia mente al ricordo dei libri letti, degli eroi del passato, del futurismo e del dadaismo da me amati, reclamando, in luogo di un divertito rifacimento parodico-letterario, la celebrazione di una tragedia familiare e politica, che andava rappresentata, anche in pittura, più o meno con i mezzi di sempre». Per l’occasione Skira editore ha ristampato in anastatica il catalogo dell’epoca, con un compendio di altri testi e foto dell’allestimento del 1972 di Enrico Cattaneo.

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