Edward Hopper in mostra a Bologna, reportage

Fino al 24 luglio 2016 nella meravigliosa cornice di Palazzo Fava, a Bologna, sarà possibile visitare una mostra interamente dedicata a Edward Hopper, uno degli artisti americani più significativi del XX secolo. L’esposizione, suddivisa in sei aree tematiche, racconta al visitatore ciò che ha ispirato l’artista, le esperienze da lui vissute e l’evoluzione della sua arte che nel 1933 fu celebrata da una retrospettiva nel tempio dell’arte, il MoMA di New York. La prima tela ad accogliere il pubblico, quella dell’autoritratto dell’artista, ha un’impostazione classica ma lo sguardo del pittore verso il fruitore rompe l’apparente regolarità della composizione e ci introduce velocemente nell’universo hopperiano, fatto di una semplicità profonda e rivelatrice. La sezione iniziale della mostra ci porta a Parigi, la capitale europea che più influenzò l’arte di Hopper. Il pittore infatti si recò in Europa tre volte (dal 1906 al 1907, nel 1909 e nel 1910) sviluppando un forte amore per la ville lumière, per i chiassosi bistrot e per la joie de vivre dei parigini. Affascinato da Monet e Degas, l’artista americano venne influenzato dalla loro pittura raffigurando famosi scorci parigini en plein air sommersi in atmosfere edulcorate, rarefatte, dalle tinte sfumate. “Per me l’impressionismo è l’impressione immediata” diceva Hopper, ed è attraverso i suoi occhi che il “Pont des Arts”, “Notre Dame de Paris” e le “Pavillon de Flore” rivivono. Di questa sezione particolarmente interessante è “Il bistrot o la bottega del vino”. A dare il titolo alla tela ciò che viene posto in primo piano seppur lateralmente: un tavolino rotondo con sopra una bottiglia di vino e due bicchieri e intorno due persone, una donna dai lineamenti non definiti e un’altra figura di spalle. Ciò che genera spaesamento è il contesto in cui il tavolo del bistrot viene posto; intorno a questo infatti regna una calma surreale, nessun passante, nessun mezzo di trasporto, nessuna casa o negozio. Al centro della tela quattro cipressi mossi dal vento, un ponte e l’azzurro del cielo e della Senna. Nonostante la raffigurazione sia minimale, l’atmosfera emanata dal quadro sembra essere metafisica: nessun dettaglio cattura completamente l’attenzione eppure nell’insieme la tela risulta essere enigmatica, suscita un sentimento simile a quello generato dalla “Piazza d’Italia” raffigurata tra il 1954 e il 1955 da Giorgio De Chirico.

Edward Hopper (1882 1967) Soir Bleu 1914 Oil on canvas, 91,8x182,7 cm Whitney Museum of American Art, New York;Josephine N. Hopper Bequest  70.1208 © Heirs of Josephine N. Hopper, licensed by Whitney Museum, N.Y. Digital Image © Whitney Museum, N.Y.
Edward Hopper (1882 1967) Soir Bleu 1914 – Oil on canvas, 91,8×182,7 cm Whitney Museum of American Art, New York;Josephine N. Hopper Bequest 70.1208 © Heirs of Josephine N. Hopper, licensed by Whitney Museum, N.Y. Digital Image © Whitney Museum, N.Y.

Un altro lavoro sorprendentemente metafisico, che possiamo ammirare nella mostra di Bologna, è “Soir bleu”, realizzato da Edward Hopper nel 1914. L’artista ci conduce sulla terrazza di un caffè popolata da diversi personaggi e ravvivata dai colori della sua tavolozza. Ai tavoli vi sono una coppia elegantemente vestita, un ufficiale, un uomo dalla barba incolta e un clown. In piedi, e all’apparenza immobile, una donna, probabilmente di facili costumi, che, rossa in viso, indossa un vestito verde scollato che mette in mostra le sue generose forme e le sue bianche braccia. All’ultimo tavolo siede un uomo solo, probabilmente il protettore della prostituta. Nella tela si respira solitudine, pur essendoci tanti personaggi regna la totale assenza d’interazione. Gli occhi dei personaggi sono qui monocromi, non hanno pupille né sfumature, non esprimono alcuna emozione. Metaforicamente potrebbero voler manifestare la totale chiusura e la mancata volontà di comunicare. Se gli occhi sono lo specchio dell’anima, le finestre da cui si affaccia l’interiorità, qui i personaggi sono fantocci senza respiro con un’umanità imprigionata dalla solitudine. L’isolamento, ben rappresentato ne “Il bistrot o la bottega del vino” attraverso il paesaggio che circonda i due protagonisti senza volto, qui si fa grido attraverso l’incomunicabilità tra i diversi soggetti rappresentati. La tela, che non ebbe successo nell’America conformista e bigotta di quegli anni, ebbe su di lei i riflettori puntati solo dopo la morte del pittore grazie allo storico dell’arte Lloyd Goodrich.

Edward Hopper (1882 1967) Le Bistro or The Wine Shop 1909 Oil on canvas, 61x 73,3 cm Whitney Museum of American Art, New York; Josephine N. Hopper Bequest © Heirs of Josephine N. Hopper, Licensed by Whitney Museum of American Art
Edward Hopper (1882 1967) Le Bistro or The Wine Shop 1909 Oil on canvas, 61x 73,3 cm Whitney Museum of American Art, New York; Josephine N. Hopper Bequest © Heirs of Josephine N. Hopper, Licensed by Whitney Museum of American Art

Nella seconda sezione della mostra ci spostiamo a New York, dove Edward Hopper si stabilì definitivamente a partire dal 1913. In “Interno d’Estate” una donna seminuda si accascia al suolo di una camera da letto, nell’acquaforte “Vento della Sera” una figura femminile in deshabillé viene sfiorata da una tenda mossa dal vento e in “Interno a New York” una ragazza di spalle indossa un vestito da ballerina (probabile omaggio di Hopper all’amatissimo Edgar Degas). Le tele menzionate rivelano, attraverso pennellate intrise di voyeurismo, situazioni intime, private, nascoste. Di questa sezione fanno parte anche altri lavori ambientati in città, tra i più interessanti vi è “Ombre nella notte”, un’acquaforte su carta che raffigura un uomo che cammina in solitaria nelle tenebre: qui il soggetto e l’ambientazione si fondono in un tutt’uno dando vita all’unico microcosmo uomo-città. Il disegno dalle tinte tenebrose richiama alla memoria il cinema espressionista noir americano. La terza tappa della retrospettiva bolognese su Edward Hopper è dedicata al paesaggio, quello ricercato dal pittore durante le sue agognate fughe da New York: grandi case coloniali, pescherecci, passaggi ferroviari e distese infinite di vegetazione caratterizzano le opere qui esposte. Dopo aver immortalato la claustrofobia degli interni newyorkesi fatti di solitudini nascoste, ora è la natura a prendere il sopravvento. In “Passaggio a livello” Hopper dà forma allo stereotipo del landscape statunitense, in “Paesino americano” case, mezzi di locomozione, persone e alberi si fondono sfumando i loro contorni. Dipingere la luce del sole sul lato di una casa è il titolo del quarto spazio espositivo: “Forse non sono troppo umano, ma il mio scopo è stato semplicemente quello di dipingere la luce del sole di una parete di una casa” così diceva il pittore americano. Le tele qui raggruppate, come “Il faro a Two Lights” e “Studio per benzina”, raffigurano composizioni apparentemente semplici ma capaci di evocare la dimensione surreale di cui abbiamo già parlato. L’apparente calma immortalata in questi quadri forse non fa altro che dissimulare la paura dell’inaspettato, dell’imprevisto. L’artista visse un secolo tormentato dalle guerre eppure nelle sue tele non vi è alcuna traccia della violenza dei conflitti mondiali ma l’aria che si respira immergendosi nella loro contemplazione non è di certo sempre del tutto rasserenante. Un suo spazio nell’esposizione conquista poi la città con i suoi interni (“Studio per lo spogliarello”, “Studio per sole in città” e “Studio per ufficio di notte”) e i suoi meravigliosi esterni come quelli di “In un ristorante” che vede ritratti due uomini intenti a consumare il loro pasto e “La balconata” che porta l’osservatore nella magia di in un teatro. L’ultima sezione di questo percorso si focalizza sulle icone e raccoglie le tele della piena maturità stilistica di Hopper. Il voyeurismo si sposta dall’interno all’esterno delle abitazioni e ci mostra una donna afro americana sull’uscio della porta di una casa totalmente circondata dalla natura, proprio come quella immortalata in “Tramonto a Cape Cod”. “Secondo piano al sole”, realizzato da un Hopper settantaseienne nel 1960, presenta nel suo insieme gli elementi che hanno contraddistinto le opere del pittore sin dai suoi esordi: due facciate di case gemelle affiancate l’una all’altra, un bosco, delle tende alle finestre e un cielo di un azzurro perfetto. Nel dipinto l’apparente calma della donna che legge si scontra con la probabile irrequietezza della giovane in bikini facendo immaginare al fruitore una storia: cosa lega le due donne raffigurate nel quadro? Mistero e curiosità, trasmette questa meravigliosa tela, proprio come i film di David Lynch, Wim Wenders e Alfred Hitchcock, registi influenzati dalla potenza comunicativa dell’arte di Edward Hopper. La mostra di Bologna, attraverso i suoi 58 dipinti provenienti dal Whitney Museum di New York, offre un assaggio della produzione dell’artista che ha saputo rappresentare la solitudine esistenziale dell’uomo e l’America rurale contrapposta a quella dei grattacieli e dei dollari. Silenzio, immobilità e vuoto emanano spesso i lavori di Edward Hopper, facendo riflettere il suo pubblico sulla vita e sulle cose.

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Autore dell'articolo: Elisabetta Severino

Elisabetta Severino
Elisabetta Severino, originaria di Lecce e bolognese d’adozione, ha studiato Lettere Moderne per seguire le sue più grandi passioni: la letteratura e la scrittura. Ha collaborato con diverse redazioni e radio e attualmente lavora come Ufficio Stampa in un teatro, ambiente vivo e stimolante. Dopo aver vissuto a 360° l’esperienza dell’Erasmus in Francia durante il periodo universitario non ha mai smesso di viaggiare curiosando qua e là per l’Europa e oltre i suoi confini. La città in cui non si stanca mai di ritornare? Parigi!

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