Carnevale tra significato e storia: le origini delle Maschere

E’ arrivato il momento dell’anno in cui l’ordine delle cose viene sovvertito, il Carnevale, la cui storia e il cui significato vanno ben oltre l’esibizione di stupende maschere in grado di far sognare, per un periodo limitato, un’altra vita, un altro tempo, magari lontani, o forse immaginari. Da dove nasce questa tradizione di indossare maschere e quali sono le origini del Carnevale? La storia di questa festa non si consuma certo nel lancio di un pugno di coriandoli, anzi, è una vicenda a metà tra l’umano e il divino, la religione e il teatro. Il Carnevale, nel nostro calendario, si colloca tra la Candelora, la festa del risveglio della Natura e la Quaresima, preannunciata dal mercoledì delle ceneri, subito dopo il Martedì Grasso. In un certo senso sembra quasi che l’arrivo della primavera desti anche gli animi, spingendoli a rinnovare la gioia del tempo più mite prima del digiuno e dell’astinenza. Una fusione tra l’allegria della terra pronta a far germogliare il suo ventre e la preparazione interiore e religiosa necessaria per affrontare la Pasqua (anche in quest’ultimo caso troviamo una morte e una resurrezione, quella di Gesù). Il Carnevale, però, ha molto altro da “raccontarci”. Il nome deriva da “carnem levare”, cioè “togliere, eliminare la carne”, proprio perché i fedeli dovevano ricordare che il loro divertimento stava per giungere al termine, lasciando il posto alla Quaresima. Non è un caso che il martedì precedente al Giorno delle Ceneri sia detto “grasso”: in realtà, nei tempi più antichi, tutta l’ultima settimana di Carnevale veniva definita in questo modo e, così, i singoli giorni che la componevano; era questo, infatti, il momento di consumare i cibi che, di lì a poco, sarebbero stati proibiti, come la carne appunto. Le radici della festa sono ben visibili nei Saturnali dell’Antica Roma, dedicati al dio Saturno e festeggiati dal 17 al 23 dicembre. In quel periodo l’ordine gerarchico della società era capovolto e lo schiavo, seppur per pochi giorni, poteva fingersi un uomo libero, magari perfino un membro dell’aristocrazia.

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La maschera serviva non solo per procurarsi una nuova identità, ma soprattutto per prendersi gioco del mondo e di chi ne reggeva le sorti, ovvero le autorità, gli imperatori. Era un modo per ridere di loro (cosa proibita, quando non fatale, per tutto il resto dell’anno), trasformando le pene e le fatiche quotidiane in un gioco. Questo particolare aspetto dei Saturnali venne tramandato nel Carnevale e lo ritroviamo perfino nelle opere letterarie: il Faust di Goethe, insieme al suo Mefistofele, è un personaggio dalle diverse “facce”. Una di queste è proprio il burlone che si beffa del potere. Nella seconda parte atto I della tragedia, infatti, Faust veste i panni di Plutone, mentre Mefistofele è l’Avarizia nella sfilata allegorica di Carnevale (e, prima ancora, il diavolo si presenta all’Imperatore, nella scena della “Sala del Trono”, in qualità di buffone). Faust, dunque, impersona una divinità infera e, in effetti, nella mitologia Plutone (assimilato a Pluto e Ade) è figlio di Saturno/Crono, tutte divinità legate al sottosuolo e all’agricoltura. Gli antichi Romani festeggiavano i Saturnali proprio per ricordare il dominio di Saturno sul Cosmo, un tempo mito di eterna prosperità in cui non esistevano sopraffazioni, come narra la “Teogonia” (700 a.C.) di Esiodo (VIII-VII). In base agli studi sembra che il legame tra i Saturnali e il Carnevale sia diretto, ma quest’ultimo può vantare anche un’ascendenza che arriva fino all’Antico Egitto, con la processione del carro-nave di Iside per propiziare la fecondità della terra e all’Antica Grecia, attraverso le celebrazioni delle Antesterie, di carattere dionisiaco. Entrambe le festività si collocavano nel periodo compreso tra fine febbraio e inizio marzo.

 

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Un tratto peculiare della storia e del significato del Carnevale sono le maschere, che nascono e trovano ampia risonanza nella Commedia dell’Arte (tra Cinquecento e Settecento), ma la cui anima ha un’origine precedente, proprio nei riti propiziatori agricoli destinati alle divinità infere, ritenute in grado di favorire il rinnovamento della vita terrena (per esempio, le maschere nere di Pulcinella e Arlecchino, a ben vedere, sono piuttosto inquietanti e non per caso; le fattezze, spesso caricaturali, devono la loro natura proprio ai sinistri dei del sottosuolo). La Commedia dell’Arte, conosciuta anche come Commedia del teatro all’improvviso veniva recitata da attori relegati ai margini della società e spesso con una scarsa istruzione (chiunque esercitasse tale mestiere non veniva visto di buon occhio e rischiava perfino la scomunica. Tutt’altro mondo era quello del teatro delle corti o delle rappresentazioni religiose). Nessun attore possedeva un copione da seguire; la parte veniva improvvisata seguendo le generiche indicazioni di un canovaccio, dando libero sfogo alla creatività, alla personale caratterizzazione fisica e psicologica di un personaggio. Nacquero così i “tipi”, specchio della società, come il servo Arlecchino, l’erudito dottor Balanzone, oppure il ribelle Pulcinella. Vediamone alcuni più da vicino: Arlecchino, per esempio, dovrebbe avere, secondo le ricostruzioni storiche, origini francesi, poiché il nome originario era Harlequin (o Hellequin) e indicava proprio la figura del demone buffone di derivazione medievale. Quando questa maschera giunse in Italia, prese il nome di Zanni, il servo, e venne contraddistinta da tratti quali l’eterna fame, il dialetto veneto (prima bergamasco) e la naturale inclinazione ai furti. Il suo celebre abito multicolore ha una storia particolare: tutti gli interpreti, di volta in volta, rattoppavano il liso abito bianco con pezze di tinte diverse. Con il tempo questa “necessità” divenne una sorta di vezzo, stilizzandosi in un costume fatto a losanghe coloratissime. Il personaggio di Arlecchino assunse caratteristiche e atteggiamenti da valet de chambre dedito all’amore e agli intrighi nel teatro di Marivaux (1688-1763), mentre con Goldoni (1707-1793) i suoi gesti divennero più realistici e ancorati alla quotidianità. Colombina, invece, è la tipica servetta un po’ pettegola, con la battuta pronta e dall’indole civettuola. Per rendere ancora meglio questo personaggio dall’aria schietta e sveglia, di solito le attrici (ricordiamo che fino al Cinquecento le parti femminili erano recitate esclusivamente da uomini) si presentavano sulla scena a viso scoperto, con un fazzoletto avvolto dietro la nuca e vestite semplicemente con una sottana, un grembiule e una camicia, senza corpetto. Colombina è l’oggetto dei desideri di Arlecchino e Pantalone, che se la contendono. In origine il suo nome era Corallina, ma divenne definitivamente Colombina dal 1646, con l’opera “Cicalamento in Canzonette ridicolose” di Carlo Cantù (1609-1676).

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Una delle maschere più famose d’Italia è, però, Pulcinella, nato a Napoli nel XVI secolo. Questa maschera deve la sua origine alla tradizione popolare partenopea e venne portata al successo dall’attore Silvio Fiorillo (1560 circa-1632 circa). Di solito si dice che fu quest’ultimo a “inventare” il personaggio di Pulcinella, ma ciò non è del tutto corretto: Fiorillo diede a Pulcinella la sua “forma” compiuta nel Cinquecento, lo interpretò consacrando se stesso e la maschera all’immortalità, ma l’anima di questo contadino o forse servitore dai tratti buffoneschi è molto più antica. Il nome, forse, deriva da “pulcinello”, cioè pulcino, proprio per rimarcare le origini campagnole, mentre il celebre abito bianco, impreziosito da un cappello a cono e una maschera nera con il “becco” (è possibile che “pulcinello” si riferisse anche alla strana forma della maschera), subì numerose variazioni in base all’estro degli attori. Pulcinella è opportunista, pigro, dotato di parlantina e un notevole appetito, ma la sua stravagante, dirompente comicità finisce sempre per oscurare i suoi numerosi difetti. Abbiamo accennato al ruolo della personalizzazione delle maschere da parte degli interpreti; quando questa caratterizzazione risultava particolarmente valida, poteva addirittura cristallizzarsi, divenire parte integrante della maschera, rappresentando un ulteriore modello a cui ispirarsi per dar vita a un personaggio sempre più complesso e capace di rimanere nella memoria di chi ne osservava le vicende. I canovacci, terreno fertile per le caratterizzazioni, prendevano spunto tanto dai classici quanto dalle opere più moderne, come quelle francesi. Non ci si preoccupava molto del realismo, della verosimiglianza delle storie e nemmeno del linguaggio, a volte davvero scurrile; l’obiettivo principale era quello di dar voce al popolo, alla sua quotidianità, al senso di oppressione, alla voglia di ribellione nei confronti dei padroni. Non a caso le storie, spesso, parlavano di amori osteggiati ma che, alla fine, trionfano sul destino o di vendette contro i signori da parte di servi astuti. La Commedia dell’Arte si sviluppò in tre fasi: la prima, nel Medioevo, è quella delle origini in cui tutti gli elementi devono ancora trovare una loro collocazione e questo genere di teatro è ancora in fase embrionale; la seconda, che rappresenta l’apogeo della Commedia, tra la fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento, in cui l’arte teatrale si è cristallizzata in una tecnica ben precisa, una vera professione di alto livello e ineguagliabile raffinatezza coniugata con la realtà sociale del tempo; la terza, il declino, in cui il pubblico non si riconosce più nelle maschere proposte, la Commedia è divenuta la caricatura di se stessa e si dovrà attendere l’arrivo di una mente geniale, quella di Carlo Goldoni, affinché il teatro recuperi, eliminando il carattere buffonesco, l’aderenza alla vita individuale e collettiva, riempiendo di nuovo di significato le maschere ormai ridotte a “burattini” volgari e senza anima. La storia del Carnevale è composta da tante “maschere”, ognuna con un preciso significato, da quello religioso a quello letterario, fino a quello teatrale. Tutte e tre, fuse insieme, sono l’origine di una festa che, nell’intento di rovesciare la quotidianità, paradossalmente ne diventa specchio con un significato profondo e antico.

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Autore dell'articolo: Francesca Rossi

Francesca Rossi
Francesca Rossi, romana, è specializzanda in "Lingue e Civiltà Orientali" a “La Sapienza", ha vissuto ad Alessandria d'Egitto per approfondire lo studio della lingua e la cultura araba. Gestisce tre siti: "La Mano di Fatima", "Divine Ribelli", "Angelica la Marchesa degli Angeli". Per la casa editrice “La Mela Avvelenata” ha scritto diversi racconti tra cui “La Spada di Allah” e partecipato a molte antologie come “50 Sfumature di Sci-Fi” con il racconto “La Preghiera della Sera”. E’ in pubblicazione il suo romanzo “Il Palazzo d’Inverno” e in fase di scrittura l’opera a tema islamico “Alamut”. Il sito: http://elioreds.wix.com/francescarossi Pagina Fb: https://www.facebook.com/FrancescaRossiAutrice

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