19 gennaio 2013
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ARTE CITY, IN MOSTRA DE CHIRICO E MARINO MARINI

Piazza d’Italia, 1954-55 – olio su tela – Collezione privata – Giorgio De Chirico

A Bologna tutto pronto per Arte Fiera, la manifestazione in programma dal 25 al 27 gennaio 2013. Nell’ambito della kermesse è stata organizzata Arte City, un evento ideato dal Comune di Bologna e BolognaFiera per proporre ai visitatori un originale tour tra le bellezze artistiche e i musei della città. Ieri, 18 gennaio 2013, sono state inaugurate due mostre, dal titolo “Giorgio De Chirico e i libri”  e “Marino Marini: l’arcaico”, curate da Gianfranco Maraniello e Alberto Salvadori e promosse dal Museo Civico Archeologico, dall’Istituzione Bologna Musei in collaborazione con Museo Marino Marini (Firenze),  con la Fondazione Marino Marini (Pistoia) e  con la Biblioteca Comunale dell’Archiginnasio.  Le esposizioni sono state allestite entrambe nello stesso periodo, cioè fino al 10 febbraio 2013, ma in location diverse: la prima si trova nelle sale del museo archeologico, la seconda presso la Biblioteca Comunale dell’Archiginnasio (piazza Galvani 1). 

Giorgio De Chirico (1888-1978) è certamente l’artista italiano del ventesimo secolo che maggiormente ha preso distanza dalla “realtà naturale”: con decisa consapevolezza, ripara l’arte dalla contingenza, la pone al di fuori del tempo e dello spazio dell’esperienza sensibile, ne coglie l’enigmatica immobilità, l’incongruenza con le trasformazioni sociali, optando per una sorta di classicità inquietante costruita sulla stratificazione culturale di miti e modelli. La sua natura è sempre un paesaggio culturale e i libri, come gli archetipi pittorici, sono l’incanto metafisico di una realtà altra e pur sempre presente, non condizionata dalle presunte rivoluzioni e non sottomessa – come invece sono le Avanguardie – agli eventi storici da preconizzare o indirizzare in modo ausiliare verso un progetto politico. La selezione di opere presentate nella Sala dello Stabat Mater dell’Archiginnasio di Bologna intende porsi in modo esemplare nell’enfatizzare tali aspetti della poetica di De Chirico avvantaggiandosi del contesto espositivo. I lavori, collocati al centro di un’essenziale struttura geometrica, sono rappresentativi dei principali temi cari all’artista e, insieme, costituiscono un prisma con cui rivolgersi allo spazio circostante per riconoscere la densità culturale di un luogo impareggiabile, che pare miracolosamente sottratto alle vicende secolari. I dipinti sono accompagnati da un eccezionale contrappunto: alcuni tesori della Biblioteca, ossia volumi storici di rilevanza straordinaria, sono stati selezionati così da riconoscere – nelle pagine aperte e presentate con passione didattica in vetrine – alcuni modelli iconografici e riferimenti culturali che paiono dialogare con i quadri, confermando l’immaginario classico di De Chirico e i fondamenti di una metafisica che, nel suo evidente ambire alla dimensione del “mito”, è da riconoscersi anche come meta-storia. Tra questi il Polifilo stampato da Aldo Manuzio nel 1499, le Imprese di Andrea Alciati del 1551, i cinque libri delle Symbolicarum quaestionum di Achille Bocchi del 1555, le Antichità romane di Giambattista Piranesi del 1756. Il gusto per l’antico, il fascino del décor archeologico, il carattere enigmatico del frammento, la reinterpretazione dell’immagine classica trovano straordinarie corrispondenze in questi ricercati repertori grafici messi in circolazione dall’arte della stampa. Le illustrazioni presenti nei volumi esposti sono state scelte soprattutto per restituire l’emozione del dialogo con la pittura delle idee e dell’evocazione poetica ed iconica del mondo antico e dei suoi misteri di De Chirico pictor classicus che, in un suo autoritratto del 1911, dipinse l’iscrizione: ET QUID AMABO NISI QUOD AENIGMA EST?

Piccolo Nudo, 1929 – bronzo, 22 x 6,5 x 6 – Courtesy Fondazione Marino Marini

Marino Marini (1901-1980) è uno dei massimi scultori del Ventesimo Secolo. L’irriducibilità delle sue forme agli stilemi delle Avanguardie consente oggi inesauribili riletture di una poetica non catalogabile nella prospettiva storicistica e l’opportunità di osservare le relazioni con fondamentali archetipi dell’arte e della creatività umana. La classicità diviene una sorta di strumento di lavoro e d’indagine, un paradigma per affrontare quella che è la fonte primaria della sua arte: il linguaggio del corpo dell’uomo, il manifestarsi della figura umana come elemento perenne, ossia come forma classica e imperitura nel tempo. La verità della rappresentazione come elemento fondante della scultura di Marino Marini e come tema cardine della grande tradizione della storia dell’arte italiana del Novecento trova importanti radici in una classicità che vede nell’arte egizia e in quella etrusca gli appigli più profondi.  Su questo presupposto si danno le ragioni della presenza dell’artista toscano al Museo Archeologico di Bologna. Le opere non alterano la disposizione della collezione permanente, ma in essa trovano il proprio teatro ideale. Nel suo profondo amore per l’arte antica Marino Marini non ha tralasciato gli studi di modelli imperiali romani riuscendo, in un continuo peregrinare dall’antico ai suoi contemporanei, a leggere la grandezza del primo Martini secessionista, le esperienze formali dei francesi Despiau, Bourdelle e Maillol e di tedeschi quali Kolbe e svizzeri come Haller. Di questo tratto è segnato il percorso di Marino Marini, che nel recupero della forma, espressa in un linguaggio artistico oltre il tempo, ha creato una scultura comunque radicata nella quotidianità grazie alla sua costante e attenta analisi del contingente. Rendere immortale il presente è una delle maggiori qualità dell’arte classica e della passione per il senso dell’arcaico, di ciò che è remota origine e, insieme, principio fondatore ineludibile. In questa prospettiva si possono così osservare la Venere del 1942 con i suoi tratti delineati dalla elegante figura che esprime tutta la sua evocazione mitologica nelle morbide fattezze, la Pomona del 1945 con la grazia di un antica divinità che incede nel tempo presente, arrivando poi al Cavaliere del 1949 che ci immette nella fase più matura della serie dei famosi cavalli e cavalieri. Marino Marini non mancava di frequentare gli artisti a lui coevi e in molti casi – com’è successo per Kokoscha, Mies van der Rohe e altri grandi del ‘900 – ne realizzò splendidi ritratti. Tra questi uno dei più importanti e precoci è quello dello scultore Fausto Melotti del 1937, presente in mostra, elegantemente plasmato e dagli evidenti richiami a quell’idea di classicità che affonda nella grande cultura figurativa italiana dal XV secolo, con riferimenti a Francesco Laurana e alla statuaria rinascimentale tanto amata dall’artista toscano. Infine le forme geometriche di Composizione (1956) paiono muovere verso una primitiva astrazione, quasi un geroglifico tridimensionale nell’immaginazione di un cavallo che, nell’arte di Marino Marini, di lì a poco si disgregherà per sempre assumendo la più nota plastica di composizioni di elementi e figure astratte.

 

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