11 dicembre 2012
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AMAZZONIA, L’IMPERO DELL’ACQUA

Il primo europeo a conoscere l’Amazzonia, dalla parte dell’estuario, fu Vicente Yañez Pinzon,  pilota della Niña, nel gennaio  del 1500. Ma la notizia non destò grande interesse e del “Rio Santa Maria del Mar Dulce”, come venne battezzato all’inizio, non si parlò più per vari decenni. Fu invece dal Perù, conquistato nel 1532-33, che venne l’impulso alla esplorazione delle distese amazzoniche ad oriente delle Ande, generato dal mito dell’oro, dalla ricerca dell’Eldorado, dalla speranza di sottomettere ricche popolazioni sconosciute. La spedizione di Gonzalo Pizarro, partita in forza da Quito nel 1541 e impantanata nella selva delle pendici orientali delle Ande, generò la causale discesa del Rio delle Amazzoni da parte del luogotenente Orellana e dei suoi compagni che giunsero,  all’Atlantico e in Venezuela. Vent’anni, dopo la discesa venne replicata dalla spedizione iniziata dal gentiluomo Urzua e proseguita dal luciferino Aguirre in un allucinato dramma. Poi per quasi un secolo, più nulla finché, attorno al 1640, l’incrocio delle proiezioni spagnole dal Perù e portoghesi dal Pará, portarono alla ricognizione definitiva del Grande Fiume. Consolidata nel 1743 dalla navigazione dello scienziato La Condamine, amico di Voltaire, animato dallo spirito scientifico dell’età dei lumi.

Le vicende di queste esplorazioni sono descritte in un libro scritto da Massimo Livi Bacci Amazzonia. L’impero dell’acqua 1500-1800 (Il Mulino, pp. 295, Euro 26,00), che sarà presentato a Roma presso l’Accademia dei Lincei giovedì 13 dicemnre 2012 alle ore 18. Nel suo saggio, l’autore indaga, soprattutto, la natura della società amazzonica nelle sue dimensioni antropologiche e demografiche, ed i meccanismi che portarono alla catastrofe delle popolazioni indigene, conseguenti al contatto tra indios e iberici, e alla incompatibilità tra intrusione europea e società rivierasche. Molta documentazione deriva dagli archivi dei Gesuiti che per 130 anni, fino alla loro espulsione nel 1768, tentarono l’evangelizzazione delle fluide e mobili comunità dell’alto e medio corso amazzonico, con una rete di missioni-villaggio dalla vita precaria. Verso la fine del Settecento le società indigene, assottigliate da malattie e conflitti, respinte verso aree poco accessibili, perseguitate dai cacciatori di schiavi, ristrette dalla crescente presenza europea, trasformate da mescolanze e meticciato, avevano perso definitivamente i loro caratteri originari.

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