Amori e gladiatori a Benevento

 

Figura 1 - Epigrafe dei gladiatori Filemazio e Purpurio
Figura 1 – Epigrafe dei gladiatori Filemazio e Purpurio

Svaniti nei secoli i duellanti a morte negli anfiteatri romani e i deliri che li accompagnavano, i gladiatori sopravvivono come icone della virilità soprattutto nell’immaginario femminile. Così, potrebbe non essere casuale il fatto che sia una donna quella che mi ha chiesto di scrivere di gladiatori su Cultura&Culture. Di loro mi sono occupato a lungo, per ricostruire una trama di fili troppo labili d’archeologia e d’arte sparsi nel territorio sannita. Al di là dei risultati scientifici, ne è scaturito il Premio Gladiatore d’Oro, che Benevento assegna a personalità italiane ed estere. Per la relativa ‘Targa’ indicai il bassorilievo del cosiddetto Gladiatore di Benevento custodito nel Museo del Sannio. Venne assegnato anche a me, consegnato da mani femminili. Tornando ora sull’argomento mi accorgo che le serate del Premio hanno sempre avuto, splendide protagoniste, proprio le donne. Ancora un caso?

A donne e ragazze batteva il cuore quando si aggiravano furtive negli ambienti dei gladiatori. Incuranti del loro destino, li vedevano come feriti da soccorrere o eroi a cui darsi in… premio. Non poche matrone romane comprarono la libertà del gladiatore prediletto, addirittura per fuggirsene con lui. E oggi è sempre il pubblico femminile a perdere la testa per i gladiatori del cinema. E’ accaduto nel 2001 quando il regista Ridley Scott ha reso Russel Crowe “suspirium puellarum”, sospiro delle fanciulle, per dirla come si era poeticamente autodefinito il gladiatore Cèladus su un muro di Pompei. Amore è poesia, d’accordo, ma considerando le tante tracce pervenuteci insanguinate, dubbi e turbamenti vengono a inquinare il rapporto con la civiltà romana di cui siamo eredi.

Fig 2 - GLADIATORE SCONFITTO
Figura 2 – Gladiatore Sconfitto

Aitanti o longilinei agilissimi, illesi o sfigurati nei combattimenti, i gladiatori non sempre erano belli, avevano mente e cuore però nessuno ne parla, le donne… tantomeno. Hanno lasciato corazze, armi micidiali, attrezzi per gli allenamenti, e graffiti che accennano ai loro incontri d’amore in angoli appartati, in cubicoli oscuri, insieme a qualche pensiero di libertà scritto di nascosto sui muri delle palestre, nei corridoi che percorrevano andando incontro alla morte. Di più era loro impossibile, soltanto Spartaco riuscì a guidarli alla rivolta e a una brutta fine. Curioso di tutto e intelligente doveva essere il biondo Filemazio (Philemathius), portato schiavo a Benevento da Colonia Agrippinense, l’odierna città di Colonia sul Reno nella Germania settentrionale. Fu costretto a fare il retiarius, gladiatore armato di tridente per colpire l’avversario dopo averlo bloccato con una pesante rete. Diventò un fuoriclasse, fu assegnato al Ludus Magnus Caesaris, la squadra dei gladiatori di proprietà personale dell’imperatore. Credo sia stata la moglie greca Aura Afrodite a dargli il nome Filemazio, che in greco significa ‘amante della conoscenza’, perché lo definiva bene e perché era più facile da pronunciare rispetto al nome tedesco che lui aveva, chissà quale. Quando Filemazio venne ucciso a trent’anni durante il suo quindicesimo combattimento nell’Anfiteatro di Benevento, Aura Aphrodite, che si chiamava come la dea dell’amore, scrisse sulla sua tomba che era un marito dolcissimo. Delicata, tragica storia di milleottocento anni fa. Ma non certo unica. Nella stessa tornata di ludi gladiatorii fu ucciso a Benevento anche il reziario greco Purpurio (Purpurius in latino, dal greco Porfirios cioè ‘bruno’). Non aveva familiari, lo piansero i contubernales, i compagni di squadra, quando gli fu fatale l’undicesimo combattimento.

Deduco tutto questo decifrando, fra disegni di spade e tridenti, il breve testo pieno di sigle e anomalie di una epigrafe su lastra di marmo bianco di pochi centimetri, del sec. I d.C., conservata nel Museo del Sannio (FIG. 1). Gli errori di chi la scrisse – Filematio invece che Philemathio, Afrhodite invece che Aphrodite – confermano che i gladiatori erano incolti e parlavano un latino popolare, per esempio dicevano occisus (ucciso) anziché il classico necatus.

Figura 3 - Braccio di statua di Gladiatore
Figura 3 – Braccio di statua di Gladiatore

Vari reziarii sono raffigurati nei numerosi bassorilievi gladiatorii di Benevento. Il più drammatico, nel Museo del Sannio, presenta un Gladiatore sconfitto (FIG. 2). Con l’estremo sconforto dipinto in volto, afferra la punta della spada del vincitore e l’appoggia sulla propria vena giugulare per farsi uccidere con un sol colpo, mentre l’avversario col capo protetto dall’elmo si volta verso le autorità in tribuna chiedendone la decisione. Le folle impazzite, si sa, urlavano quasi sempre jugula! jugula! (scannalo), ma le autorità tendevano a salvare per successivi combattimenti gli atleti rimasti in buone condizioni fisiche. Poiché non abbiamo immagini del gesto con cui ordinavano al vincitore di uccidere o di lasciargli salva la vita, non conosciamo con certezza il significato della famosa espressione pollice verso, che vuol dire col pollice rivolto. Rivolto dove, in basso o in alto? Forse pollice verso va tradotto a seconda delle situazioni: rivolto in basso poteva anche indicare di rimettere la spada nel fodero, senza uccidere, mentre il pollice rivolto in alto ordinava la vittoria fino in fondo, con l’uccisione, se ferite e mutilazioni erano gravi. Del resto, in materia non mancano altri equivoci: nessun testo antico riferisce che i gladiatori entravano nelle arene urlando “ave Caesar, morituri te salutant”! La morte incombeva nel loro silenzio.

Macrolibrarsi.it un circuito per lettori senza limiti
Figura 4 - Busto di Gladiatore
Figura 4 – Busto di Gladiatore

L’avventura di quei ‘giochi’ durò a lungo nella città sannita, dove pochi anni fa è stato finalmente scoperto, in parte sotto modesti palazzi di abitazione, l’Anfiteatro romano datato alla fine del sec. I d.C. Tacito dunque non si riferiva ad esso, ma a un precedente edificio, piccolo e forse di legno, quando negli Annales XV.34 scrisse che nell’Anfiteatro di Benevento l’imperatore Nerone assistette ai ludi gladiatorii organizzati da Vatinio nel 64 d.C. Al tempo di Nerone la stessa Roma aveva un anfiteatro di legno. Il Colosseo, l’Anfiteatro Flavio, sarebbe stato inaugurato una ventina di anni più tardi dall’imperatore Tito. Per chi arrivava a Benevento dalla Via Appia, l’Anfiteatro si vedeva da lontano per i suoi 25 metri di altezza, 160 di lunghezza, 130 di larghezza. Le strutture riportate alla luce indicano che era uno dei cinque più grandi in Italia. La cavea su arcate a tre ordini sovrapposti aveva una capienza di trentamila spettatori. Se ne può ipotizzare una utenza estesa all’intero bacino medio-basso del fiume Calore, da Aeclanum (Mirabella Eclano) a Telesia (San Salvatore Telesino), al versante della Valle Caudina.

Si ergeva sulla riva destra del fiume Sabato poco prima della confluenza nel Calore, nel quartiere più animato di Benevento che pullulava di botteghe e laboratori artigianali affacciati sul porto fluviale della città, approdo di barconi con merci e persone provenienti dal Volturno e quindi dal Mar Tirreno. Oggi quel quartiere conserva il nome latino Cellarulo, da cellarium, luogo di conservazione di vini. Ma proprio le acque dei due fiumi, utilizzate per le naumachiae (battaglie navali) nell’Anfiteatro, e per i servizi igienici, segnarono il destino del monumento. Lasciato fuori dalle nuove mura urbiche con l’occupazione longobarda, devastato da terremoti e continui prelievi di colonne, marmi, blocchi di pietra e mattoni, scomparve sotto i depositi alluvionali. Restò vivissimo il ricordo della sua imponenza, tanto che dal Medioevo al Novecento si è pensato che alcuni possenti muri romani emergenti in zona fossero ad esso pertinenti, finché non è stato scoperto che si trattava invece di strutture del Teatro romano, riportato alla funzione originaria ma talvolta ancora erroneamente chiamato ‘anfiteatro’.

Fig. 5 - Gamba di Gladiatore
Fig. 5 – Gamba di Gladiatore

Andare oggi verso l’Anfiteatro, peraltro inaccessibile, è piacevole lungo Via San Filippo, il percorso urbano dell’Appia Antica nel caratteristico quartiere Triggio. Si notano frammenti romani a vista nelle facciate delle casette settecentesche. Fra essi il Braccio di una statua di gladiatore (FIG. 3) coperto dalla manica a strati di cuoio, mai studiato. Passeggiando poi per la città con gli occhi rivolti all’insù, si vedono due Busti di gladiatori rispettivamente sul lato sud e sul lato ovest dei campanili della Cattedrale e dell’Abbazia di Santa Sofia (FIG. 4), e un Rilievo con gamba di gladiatore incastrato nella torretta-ovest della trecentesca Rocca dei Rettori Pontifici. Appartennero tutti a blocchi con figure di grandezza naturale, sezionati nel Medievo per costruire quegli edifici. Altri rilievi con Dettagli di combattimenti (FIG. 5), e l’epigrafe di Filemazio e Purpurio, sono esposti nel Museo del Sannio dove spicca il suddetto rilievo del Gladiatore di Benevento (FIG. 6).

Fig. 6 - Il Gladiatore di Benevento
Fig. 6 – Il Gladiatore di Benevento

Si tratta di un gladiatore armato da mirmillone (mirmillo in latino), con elmo a calotta dotato di paraguance, spada corta (gladius) e scudo rettangolare a tegola ricurva. In vita ha una fascia intrecciata, ma la parte inferiore manca, non vediamo il corto gembiule di cuoio né le gambe difese da schinieri metallici. A questa ‘corazzata umana’, che avanzava lentamente per abbattere l’avversario, veniva contrapposto un gladiatore equipaggiato da trace (thrax in latino), leggero e agile, armato di lunga spada ricurva (sica) adatta a raggiungere alle spalle il mirmillone. Sul fondo di pietra bocciardata, il profilo del Gladiatore di Benevento si staglia minaccioso, i volumi rilevati a spigolo vivo come quelli di certe sculture del Sannio arcaico intagliate nel legno. Memorie di umanità e d’arte in un capolavoro che rinvia a suggestioni inquietanti…

Elio Galasso

Commenti

commenti

Autore dell'articolo: Elio Galasso

Elio Galasso
ELIO GALASSO, Direttore del Museo del Sannio in Benevento dal 1973, oggi Direttore Emerito, è uno dei maggiori esponenti della nuova museologia italiana. Teorico e operatore, ha potenziato la specificità di un Istituto dotato di un vasto e variegato patrimonio di beni culturali plurisecolari, relativo alla civiltà dell’area beneventana e del Mezzogiorno interno, aggiornandolo e rendendolo esemplare per ordinamento scientifico, allestimento espositivo, ricerca culturale policentrica e organizzazione delle attività: il museo è oggi presente nei testi accademici, nel lavoro universitario, nei manuali. Con saggi su tematiche emergenti della museologia, con riflessioni sugli apporti della comunicazione estetica e con mostre sulle più attuali questioni dell’ arte, Elio Galasso ha esplorato versanti inediti della immagine nella fotografia, nella grafica, nel video, caratterizzandosi per gli arditi confronti tra antico e contemporaneo: numerosi i cataloghi di rassegne di larga risonanza da lui organizzate, quali La PostAvanguardia, Geometria e ricerca, Memorie e immagini, Arcaico contemporaneo, L’immaginario tecnologico, Sud design, Trame di fotografia, New Technologies. Dagli Anni Ottanta ha studiato il rapporto creatività/musealizzazione in una visione critica che non privilegia il momento sistematico rispetto a quello inventivo, ma configura una totalità in cui coesistono valori disciplinari e umani del fenomeno creativo. Individuando una possibile coniugazione fra progettualità dell’immagine e istanze teoriche di analisi e fruizione, ha approfondito i caratteri della genesi artistica anche nel settore della ricerca di laboratorio teatrale: dal 1981 al 1983 ha presentato, per la prima volta in Italia, una rassegna internazionale dal titolo Teatro Oggi, con l’intervento di teatranti e critici di diverse aree europee, per delineare singolari risonanze tra le sperimentazioni dell’arte drammatica e le performances della body-art cui pervenivano le arti visive. Del suo lavoro ha dato conto in congressi e in lezioni presso organismi prestigiosi di cultura in Italia, in Belgio, in Polonia, in Germania, in Bulgaria e in comunicazioni scientifiche per istituzioni museali europee e americane, in particolare per il magazine statunitense ‘Afterimage’. Sue pubblicazioni sono nelle collezioni della Library of Congress di Washington USA, del British Museum di Londra e di molte Biblioteche e Accademie in Francia, in Spagna, in Grecia. Periodicamente ha presentato artisti italiani ed esteri (Robert Carroll, Fred Forest, Chana Orloff, André Masson, Richard Martell, Orlando Campos, Mit Mitropoulos, fra i tanti) e mostre d’arte antica e moderna, con particolare attenzione all’incisione, all’architettura, al design. Il suo ininterrotto contatto con l’ambiente intellettuale napoletano, salernitano e romano, ha alimentato una trama di relazioni complessa e feconda, che ha visto personalità autorevoli. Si coagulavano attorno all’Istituto consensi e sostegni, fra gli altri quello dell’ “Associazione Amici del Museo del Sannio”, mentre si diffondeva dall’area beneventana un fervore creativo nel quale emersero figure di artisti, come Mimmo Paladino, capaci di ascendere a dimensione internazionale. Capi di Stato, esponenti del mondo politico e intellettuali di spicco di ogni provenienza programmavano incontri nel Museo del Sannio. Numerosi i contributi di Elio Galasso alla interpretazione della storia della cultura meridionale, e beneventana in particolare. Tra i più noti: Oreficeria medievale in Campania, Vanvitelli a Benevento, Achille Vianelli nella cultura figurativa italiana, Fortuna di Michelangelo nell’incisione, La scrittura beneventana nelle epigrafi dell’ Alto Medioevo, Tra i Sanniti in terra beneventana, Le Forche Caudine tra mito e realtà, Il soldo d’oro beneventano dollaro dell’Alto Medioevo, Langobardia Minor, Brigantaggio sul Matese, L’arme del Comune di Benevento, Saggi di storia beneventana, Il Chiostro di Santa Sofia a Benevento, Salvator Rosa e le sue figurine d’acquaforte, Montecitorio 1872 in caricatura nelle litografie di Antonio Manganaro, Benevento com’era, Torrecuso il tempo rubato, Ariano Irpino i sogni i silenzi, Ritrovare Ponte, L’abbazia longobarda di San Vittorino a Benevento, Caratteri paleografici e diplomatici dell’atto privato nei documenti beneventani anteriori al Mille, Monumenti e opere d’arte di Benevento nell’incisione; Mosaico beneventano; Tesori e cavalieri del Trecento, I rilievi gladiatorii di Benevento, Iside madonna e strega di Benevento, Streghe diavoli e morte, Settecento beneventano in trasparenza, e il monumentale volume Benevento pubblicato da Editalia, antologia di testi d’epoca sulla città, corredata da vedute coeve. Da tale tipo di studi, che hanno determinato sviluppi decisivi nella struttura del Museo del Sannio, è scaturita l’esigenza di dotare l’Istituto di Laboratori per analisi fotografiche e per restauri, nonché di una Biblioteca specializzata con annessa Sala di Studio. A sua volta, il patrimonio dell’Istituto si è pressoché duplicato per acquisti e donazioni, e per l’identificazione puntuale delle opere - oggi circa sessantamila -, disponibili allo studio e alla visione tanto nelle sale di esposizione quanto negli ordinati magazzini. Contemporaneamente, Elio Galasso individuava nelle testimonianze archeologiche, artistiche, storiche e documentarie del territorio, in possesso anche di privati, una risorsa pressoché ignorata e inutilizzata, ma adeguata per qualità a sperimentare le acquisizioni teoriche della nuova museologia; ne sottolineava alle amministrazioni pubbliche le valenze formative ed economiche; ne proponeva l’acquisizione per istituire organismi museali giuridicamente e tecnicamente impostati che, avvalendosi di contributi finanziari statali, regionali e privati, e dell’assistenza scientifica delle Soprintendenze competenti per territorio, avviavano nella Campania interna un primo esempio di ‘rete museale’ attiva. Nascevano così, in sedi di alta dignità, il Museo Civico di Airola, valorizzato dalla pubblicazione di studi sulla locale chiesa dell’Annunziata di ascendenza vanvitelliana, ricca di opere d’arte e strumenti musicali antichi; la Galleria d’Arte Contemporanea di Torrecuso costituitasi con la innovativa rassegna annuale ‘Cittadella dell’Arte’; il Centro documentario di Ponte nella chiesa dell’Abbazia longobarda di Sant’Anastasia scoperta da Elio Galasso e restaurata dopo la sua segnalazione nella guida rossa ‘Campania’ del Touring Club Italiano; il Museo Comunale di Ariano Irpino dotato di raccolte archeologiche e di ceramiche popolari; il Museo Civico di Cerreto Sannita che costituisce una delle rare raccolte pubbliche di esemplari della ceramica cerretese e laurentina. Interconnessi e guidati tutti da Elio Galasso, essi davano vita ad una serie di iniziative e di studi dati alle stampe per le edizioni dei rispettivi comuni. Ma il risultato più significativo e duraturo dell’azione di Elio Galasso è senza dubbio l’aver costantemente affermato l’organica complementarità dei musei non statali della Campania - il Filangieri di Napoli, il Correale di Sorrento, il Museo Campano di Capua, l’Irpino di Avellino, il Museo della Ceramica di Vietri sul Mare, il Museo di Nocera Inferiore, il Museo Archeologico della Lucania Occidentale nella Certosa di Padula, il Museo Archeologico Provinciale di Salerno, oltre che il Museo del Sannio di Benevento - ottenendo, mediante l’impegno del CO.BE.CAM., consorzio di imprese appositamente costituito, l’inclusione di tutti quegli Istituti nel progetto “Musei della Campania: verso un sistema regionale integrato di valorizzazione” ai sensi della Legge 48/1986 e della Legge 160/1988. Finanziato dal Ministero per i Beni Culturali e, per quel che riguarda il Sannio concretamente assecondato dall’Amministrazione Provinciale di Benevento, esso ha realizzato il ripristino filologico e l’adeguamento architettonico dell’intera sede del Museo del Sannio, già dell’Abbazia benedettina di Santa Sofia - con la Chiesa longobarda e il Chiostro romanico - fino alla riapertura dell’Istituto al pubblico e agli studiosi nel 1999 dopo un decennio di lavori su progetto di Ezio De Felice. rendendo atto delle prospettive che si aprono per il Museo del Sannio, il Consiglio Provinciale di Benevento ne ha avviato nel 2004 la trasformazione in Fondazione. Presente in vari organismi di cultura non soltanto italiani, Elio Galasso, eletto con votazione unanime dall’Assemblea Generale dell’A.N.M.L.I. - l’Associazione Nazionale rappresentativa dei musei di Province, Comuni, Università, Fondazioni - è stato uno dei cinque componenti del Consiglio Direttivo che governa la vita di quell’Associazione, promuove studi di museologia e museografia, elabora proposte di normativa specifica per il Ministero per i Beni Culturali.

Lascia un commento

 COPIA NEGLI APPUNTI