The end of the tour, ecco il film su David Foster Wallace

Nel film su David Foster Wallace credo sia, in fin dei conti, una questione di calore. Quello che, ad esempio, un regista come Anton Corbijn non è riuscito a infondere all’impasto narrativo di “Life”. In The end of the tour, al contrario, James Ponsoldt schiva abilmente il rischio che deriva da belle inquadrature senza sostanza – cartoline in definitiva – e ci regala un road movie anomalo in cui due scrittori si scontrano, amandosi un po’, a colpi di parole, battute salaci e fendenti (psico)linguistici. Quello di Corbijn è la storia dell’incontro tra un fotografo alle prime armi desideroso di conquistarsi la copertina di Life e la nascente stella del cinema James Dean; il film di Ponsoldt racconta invece la storia vera di due uomini di lettere, David Lipsky, giornalista di Rolling Stone e David Foster Wallace, il romanziere più celebrato del momento negli Stati Uniti, morto suicida anni dopo. Il momento è il 1996, la vicenda si snoda sui continui, a volte estenuanti dialoghi tra i due, in corsa sulle rotte americane durante il tour promozionale dell’ultimo libro di David, “Infinite Jest”. L’uno intervista, l’altro risponde, ma il più delle volte i ruoli si sovvertono e non si comprende più chi intervista chi. Il meccanismo è più o meno quello che ha coinvolto Steve Jobs, guru della Apple e Brent Schlender, giornalista incaricato di “radiografare” la sua esistenza. In uno stralcio del volume “Steve Jobs confidential” Schlender ammette candidamente quanto fosse stato difficile intervistare Jobs, che in un repentino rovesciamento di ruoli si tramutava in cronista di vite altrui e finiva per fare domande a raffica. È quello che fa David Foster Wallace, autore statunitense di culto diviso tra derive nerd ed esistenzialismo pop, rivolgendosi al suo amico/nemico cronista David Lipsky.

Il film su David Foster Wallace, pellicola di attori e di atmosfera soprattutto, è contrappuntato dai duetti (duelli) verbali tra i due “David” – Lipsky, interpretato da Jesse Eisenberg e Wallace, nei cui panni trasandati si cala, enfatizzandone i tratti sia fisici che caratteriali, Jason Segel – caustici e frivoli allo stesso tempo; al centro dei continui dibattiti c’è un’anima, quella del cantastorie maudit, che esita a schiudersi di fronte all’ “esaminatore” incalzante munito di registratore portatile, ma soprattutto, un’identità in fieri che eleva il tormento interiore a dogma inattaccabile. Wallace si macera nella sua solitudine, lenita solamente dai due cani e dalle quantità industriali di bibite gassate e marshmallow ingurgitate. Dipendente dalla Tv commerciale più che dall’eroina lo scrittore enciclopedico condivide, per cinque giorni interi, la sua intimità, i reading di presentazione del libro, le corse in auto e le amicizie di vecchia data con l’altro romanziere – al suo attivo un libro misconosciuto – desideroso di realizzare il pezzo della vita.

The end of the tour racconta con garbo e delicatezza i cinque giorni trascorsi da David Lipsky a stretto contatto con lo scrittore celebrato in tutta la nazione e poi nel mondo intero; e lo fa con lenti particolari, mai nel senso di una deformazione cronachistica, né in versione biopic, ma sfruttando un efficace realismo d’interni e una messa in scena sobria e priva di inutili orpelli. Tra latenti conflitti e psicanalisi spicciola i colloqui dei due mettono a confronto due personalità agli antipodi, unite solo nel disperato bisogno di condivisione emotiva. La macchina a mano e l’assenza di immagini ad effetto non fanno che amplificare il realismo del film che inanella, dilatandone lo sviluppo narrativo, confessioni a iosa e competizioni sfacciate, senza per questo indulgere in facili moralismi. Il ritratto dello scrittore tormentato, dunque, non può che coincidere con l’imago decadente della sua contemporanea America, raccontata con una sincerità autentica quanto grottesca. Il discorso critico su The end of the tour potrebbe chiudersi con una delle frasi incipitarie del film pronunciate da Lipsky: “leggere David Foster Wallace è come farsi spalancare gli occhi”. Alla fine del tour, una porta aperta verso infiniti, caldi, romantici e inquieti mondi. Tutto questo è raccontato nel film su David Foster Wallace, basato sul romanzo di Lipsky: “Come diventare se stessi”. Di seguito il trailer del film.

 

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Autore dell'articolo: Vincenzo Palermo

Vincenzo Palermo
Nato a Catanzaro, si laurea in Lettere moderne a Bologna, con tesi sul Decameron fantastico. Grande appassionato di cinema e letterature medievali, collabora con portali e siti di critica cinematografica, dedicandosi alla scrittura di recensioni e articoli di approfondimento tematico. Campi di interesse: classici del muto, grandi autori europei, New Hollywood e tendenze sperimentali del cinema moderno.

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