SUD SUDAN: REPORTAGE NEL CUORE DELL’INFERNO

Reportage di Giosuè Vandersel

Juba, capitale del Sud Sudan

  Dopo l’atterraggio, un colpo d’occhio attraverso l’oblò basta per rendersi conto della situazione d’emergenza nella quale versa il paese più giovane del mondo; sulla maggioranza dei velivoli nell’aeroporto svettano una dopo l’altra tutte le livree delle agenzie delle Nazioni Unite. Il 9 luglio 2011 infatti, l’Africa ha visto nascere la 54esima nazione internazionalmente riconosciuta: il risultato di sei anni di trattative serrate che hanno condotto il Sudan e il Sud Sudan a firmare un trattato di pace noto come CPA (Comprehnsive Peace Agreement). Il trattato avrebbe dovuto porre le basi per derimere una volta per tutte i conflitti politici ed economici tra le due regione dell’allora stesso Paese.

Il paese “minore”

I controlli all’aeroporto sono sorprendentemente superficiali, e anche il visto d’entrata è solo questione di qualche ora passata davanti all’apertura di un improvvisato sportello dal quale escono fiotti di fumo di sigaretta. Ottenuto il visto, un autista mi accompagna nel mio primo giorno nel Sud Sudan. «Qui non vogliamo la guerra, ce n’è già stata fin troppa – dopo qualche minuto di silenzio mi racconta Choul Khan, 23 anni. Quello che vogliamo ora è un po’ di stabilità che ci permetta di vivere e di assicurarci un futuro. Ma se dovessi scegliere se perdere i nostri territori o combattere, partirei immediatamente per il fronte». Questa inaspettata testimonianza è stata la prima di una lunga serie di interviste assomigliantesi: dal piccolo commerciante, al businessman internazionale, passando per il prete e finendo con il politico locale (coprendo una buona rappresentanza inter-etnica), le voci che si levano all’unisono pretendono una risoluzione del conflitto equa: ben inteso, equa per il Sud Sudan. Infatti, quasi quarant’anni di guerra a singhiozzi hanno creato una differenza abissale tra i due paesi in termini di condizioni e qualità della vita. Khartoum la sera è quasi interamente illuminata, dei palazzi svettano nel centro, le strade sono asfaltate e l’economia è sufficientemente sviluppata, nonostante vi sia ancora una visibile differenza tra i pochi ricchi e la maggioranza della popolazione molto povera. Juba invece, è stata sempre considerata la capitale di un paese “minore” da sfruttare senza ritegno. Juba il benessere l’ha sempre esportato nel Sudan, col risultato che non ci sono strade asfaltate né illuminazione, poca acqua e quei pochi servizi pubblici sono alla mercé di un “pubblico” molto ristretto ed estremamente benestante.

Gli effetti della guerra e il suo bilancio

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All’indomani del mio arrivo noto i sintomi della guerra ai confini settentrionali: code alle stazioni di benzina, prezzi di qualsiasi genere commerciale quadruplicati e svalutazione galoppante della moneta. Mentre il governo spesso non ha soldi per gli stipendi degli impiegati statali e dell’esercito, i principali canali commerciali da nord a sud sono interrotti causa chiusura delle frontiere. Le merci rimanenti sono in mano a pochi commercianti eritrei, libanesi, etiopi mossi dal solo scopo di esportare il ricavato all’estero, forse in un conto bancario depositato a Dubai. L’atmosfera è tesa per le strade, nei locali. Il ritmo di questa polverosa capitale è scandito dai bollettini radiofonici che con toni patriottici descrivono le eroiche gesta del SPLA (l’Armata di Liberazione del Popolo Sud Sudanese). «Paradossalmente analoghe trasmissioni sono diffuse anche nel Sudan», riferisce durante un’intervista telefonica Paola, una connazionale di 25 anni residente a Khartoum. É evidente che il morale abbia bisogno d’esser mantenuto alto in entrambi i fronti, sebbene i fondati motivi politici per continuare questa lunga guerra non sussistano più. Nonostante il trattato di pace sia in forze, il bilancio di questo interminabile conflitto è stimato a oltre due milioni e mezzo di vittime in gran parte civili e non è ancora tempo di chiuderlo.

Politica di potenza a livello tribale e statale, conflitto sociale e accaparramento delle risorse naturali

Il conflitto è stato definito “sociale” perché il Sudan – definendosi un paese arabo – vuole che le aree contese lo diventino negando cosi la coesistenza con i “non arabi”. Il contesto si complica se vi si aggiungono le decine di gruppi di ribelli che scorrazzano nei pressi dei confini per trarre profitto dell’instabilità politica appoggiando i gruppi di potere a tutti i livelli. Quest’ultimi, a loro volta, non vogliono perdere la prerogativa della gestione delle risorse naturali e della società, dopo i governi contendenti hanno capito le talvolta perverse “regole del gioco” della democrazia. Quello che è certo, è che una delle cause che ha innescato gli scontri è la ridistribuzione dei proventi ricavati dalla vendita del greggio. Coll’indipendenza, tre quarti dell’oro nero che apparteneva al Sudan oggi è confinato nel Sud Sudan e di questo, la maggioranza si trova nelle ancora contese regioni di Abiey, Blu Nile e Sud Cordofan. Dall’altro canto, nonostante il Sud Sudan sia ora in possesso delle risorse petrolifere, l’agognata indipendenza gli ha tolto l’accesso al Mar Rosso col conseguente impedimento di vendere direttamente il suo prezioso bene. Sussistono tuttavia altre ragioni che impediscono la pace tra questi due stati. Oltre all’ostica questione del petrolio (estratto per il 75 per cento nel Sud Sudan ma ivi non raffinato), le tre regioni contese sono ricche d’oro e d’acqua e tra queste, la regione di Abiey è popolata delle due maggiori etnie del paese: i Dinka e i Misseriya: un bacino elettorale molto influente per un Paese alle prime esperienze democratiche.

Malakal, capitale della regione dell’Upper Nile, Nord del Sud Sudan

Questa volta non è un volo di linea ma un piccolo monoelica che mi rende l’idea, guardando dall’oblò, di cosa mi aspetterà una volta atterrato. Il paesaggio è cambiato radicalmente. Dalle distese maculate del verde intenso degli alberi che circondano Juba, si è passati a un paesaggio apparentemente inospitale costituito da una distesa di fango con qualche sporadico albero.

Un passo alla volta

Una sera passata a chiacchierare con gli abitanti del luogo sorseggiando del karkadè ghiacciato, e la mattina mi ritrovo davanti all’entrata di uno degli effetti più tangibili della guerra. Accompagnato da Karim Nasser, 43 anni, ex maestro di elementari a Khartoum, ho la possibilità di visitare un centro di transito per returnees, ossia sud sudanesi che trovandosi nel Sudan hanno deciso di lasciare le loro case per scappare nel loro paese natale. Di una fuga si tratta: se da un lato il governo sudanese concede ufficialmente la possibilità di residenza, dall’altro alimenta politiche ostruzionistiche e soprusi, rendendo la vita dei sud sudanesi così difficile, i quali preferiscono iniziare un lungo viaggio senza fine piuttosto che rimanere spettatori e vittime di un conflitto che non appartiene loro.

L’arrivo

Il centro di transito è un’area estesa come un campo di calcio recintato da una rete metallica con un’aureola di filo spinato. Una decina di capannoni di lamiera disposti in fila stile “campo di concentramento” che diventano «dei forni che durante la stagione secca cuociono gli ospiti del centro, in maggioranza donne, bambini e qualche anziano», ci spiega Karim. Da una decina di bus sono appena scese centinaia di persone visibilmente esauste. Una a una si dirigono in silenzio verso l’ufficio di registrazione. Si tratta di un vecchio casolare abbandonato e allestito con qualche griglia di ferro alle finestre. A ciascuno viene chiesto d’identificarsi, gli viene gentilmente dato un secchio, una ciotola per mangiare e del sapone. Anche tre modesti pasti al giorno sono compresi. Inizia così la prima tappa verso la loro meta finale. Tutti ne hanno una: c’è chi raggiunge la famiglia, chi la tribù, chi ancora ha scelto per convenienza. Le agenzie umanitarie hanno il compito di assicurare che ognuno arrivi alla destinazione desiderata. Spesso pero, il viaggio dura molto più del previsto e un centro di transito, nel quale gli ospiti dovrebbero stare al massimo tre giorni, può facilmente congestionarsi, colonizzarsi e diventare un pseudo campo profughi. Ecco che anche qui, dopo qualche giorno senza avere notizie, le persone non rimangono con le mani in mano e si reinventano. Spuntano venditori di sigarette, allestisco gli immensi capannoni a mo’ di casa, vanno in paese, cercano una loro dimensione in un luogo dove la prospettiva di futuro cambia ogni giorno e molto spesso non spetta a loro orientarne il cambiamento.

La partenza

Alle sette le porte del centro di transito vengono chiuse da un massiccio catenaccio che riaprirà alle sette del mattino seguente. Il crepitio metallico improvviso del generatore elettrico anticipa di un attimo l’accendersi di fioche luci all’interno dei capannoni e di qualche solitario lampione all’esterno, la cui luce riveste il suolo di lunghe ombre. L’ombra più lunga viene da un enorme cumulo di bagagli portati a presso dei returnees. Una sorta di montagna di vettovaglie, letti, coperte, vestiti, ricordi e dopo tutto, di vite. Andandocene, guardo fuori dal finestrino della vettura e vedo un polverone che si alza dietro a noi: una colonna di sabbia che offusca le luci del centro di transito facendolo diventare sempre più un fumoso ricordo per chi ha dove andare alla chiusura del cancello, e sempre più una realtà per chi, di quelle mura di latta, forse, ne farà la sua casa. La sera finisce con una tazza di karkadè, caldo questa volta. I confini con il Sudan sono stati chiusi e non c’è più benzina per accendere il generatore: un altro – minore – effetto della guerra.


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Scheda tecnica sul Sud del Sudan

Cenni storici

  • 1947 l’indipendenza del Sudan dagli Inglesi
  • La regione è stata teatro per molti anni della Prima e poi della Seconda guerra civile sudanese, combattute fin dall’inizio dall’Esercito Sudanese di Liberazione Popolare (SPLA) al fine di ottenere l’indipendenza dal Sudan.
  • La pace di Naivasha, siglata nel 2004 tra SPLA e il governo centrale del Sudan ha posto fine alla seconda guerra civile sudanese e ha rifondato lo Stato  stabilendo il percorso che avrebbe portato al referendum per l’indipendenza della regione (CPA).
  • 915 gennaio 2011 referendum popolare per decidere se restare col Sudan o dichiarare l’indipendenza della nazione. L’affluenza alle urne oltre il 96% degli aventi diritto a  favore dell’indipendenza (98,81%)
  • 9 luglio 2011 il Sudan del Sud è diventato uno stato indipendente.

Presidente:  Salva Kiir Mayärdït capo del governo e dell’Esercito Sudanese di Liberazione Popolare (SPLA).

 

Popolazione

Censimento del 2008 popolazione stimata da 15 a 17 milioni di persone.

 

Gruppi etnici

I Dinka sono la più grande tribù sub-sahariana del Sudan del Sud. Inoltre, in questa regione vivono gli Shilluk, i Nuer, gli Acholi e i Lotuhu.

 

Religioni

La maggior parte degli abitanti hanno conservato i loro credi tradizionali (religioni animiste), ma una forte minoranza degli abitanti è rappresentata dai cristiani

 

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